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La politica economica

L’architrave delle politiche neoliberiste poggia su un fortunato slogan elettorale: “ridurre le tasse”! Se ci fosse il tempo per verificare empiricamente chi ha usufruito di questa imponente campagna propagandistica - apparentemente popolare - scopriremmo che la politica di riduzione del peso fiscale ha avuto principalmente due effetti:

  1. Ridurre strutturalmente la capacità di azione politica degli stati;
  2. Ridurre le tasse per i redditi alti

Furono, ai primi anni ’80, Ronald Reagan e Margaret Thatcher a enfatizzare questo aspetto: da allora tutti i governi conservatori – ma non solo – hanno inserito l’abbassamento delle tasse ai primi posti dell’agenda politica.

David Stockman, responsabile del bilancio di Reagan, coniò una terminologia che spiega molto del senso politico di questa nuova ideologia: “affama la bestia”. La “bestia” sarebbe lo stato, finalmente obbligato ad una riduzione di spese dalle minori entrate fiscali. In regime di abbassamento di tasse le opzioni sono solo due: 1. si mantengono, più o meno, gli stessi servizi, sperando in una crescita miracolosa oppure, più probabilmente, facendo debito. Questa opzione viene detta anche “politica dell’offerta”, poiché teoricamente pagando meno tasse c’è maggiore “offerta” di reddito e si è più incentivati a lavorare; 2. si tagliano anche le spese.

Le due opzioni sono state entrambe utili alla causa dei neoliberisti. La prima infatti si è rilevata molto utile per “vendere” lo slogan “meno tasse per tutti” e celare pertanto la vera natura del provvedimento. La seconda è invece la linea guida nelle politiche economiche mondiali.

Così fece Ronald Reagan per implementare il liberismo nella già molto liberista società statunitense.

Alcuni economisti criticarono i provvedimenti di Reagan: senza adeguati tagli di spesa – sostenevano - la riduzione di entrate fiscali avrebbe fatto crescere il deficit, rallentando la crescita. Però molti altri trovarono occupazioni ben retribuite come consulenti di politici conservatori o come opinionisti in riviste di destra o come membri di associazioni e fondazioni legati ai poteri economici di tycoon conservatori.

Si stava creando, e si è creata in pochi anni, una specie di lobby con l’obiettivo di ridimensionare l’azione del governo. La riduzione delle tasse era il mezzo per raggiungere lo scopo. I teorici dell’offerta servono per la parte propagandistica; i teorici della riduzione di spesa rappresentano invece il pensiero forte della nuova politica. “L’economia dell’offerta è la faccia rassicurante – scrive il premio nobel Paul Krugman – di un movimento politico che ha un programma molto più duro”. (1)

La decisione di ordine economico ha, in realtà, una matrice esclusivamente politica. E’ il progetto per spostare gli Stati Uniti strutturalmente a destra.

Da Reagan a Bush

Nel 1981 Reagan varò una prima tranche di tagli fiscali. Modesti risparmi per la classe media, ma enormi per i redditi alti. L’aliquota – che nei paesi avanzati è progressiva – è stata abbassata per la minuscola quota dell’1 per cento dei super-ricchi americani dal 37 al 27.7 per cento.

Gli economisti che sostengono queste politiche ci dicono che la conseguenza è un aumento della crescita. Apparentemente basta controllare i dati per verificare; ma non è così semplice.

DA COMPLETARE

 (1) P. Krugman, da Internazionale 16 ottobre 2003, p.32.

Il neoliberismo democratico

Thatcher e Reagan: si afferma il pensiero unico

 Nel 1979 in Gran Bretagna vinse le elezioni Margaret Thatcher, del partito conservatore. Le politiche dei laburisti apparivano inadeguate; il peso dell’intervento statale soffocava l’imprenditorialità britannica, occorreva una svolta per modernizzare il sistema e recuperare posizioni nello scacchiere internazionale. L’anno successivo anche gli Stati Uniti svoltarono a destra, presentando un ex attore di film western alla carica più importante del mondo, passato alla storia per la politica di distensione con l’Urss (il cui merito principale è però da ascriversi a Michael Gorbaciov) e per aver imposto l’ideologia neoliberista come unica opzione economica praticabile.

 Milton Freidman e Friedrich Hayek non dovevano più riferirsi a sanguinosi regimi dittatoriali del sud del mondo: potevano finalmente relazionarsi con capi di stato di paesi avanzati e democratici. Era giunto il momento di mettere in pratica il laissez-faire del XXI secolo, dopo il breve e tragico (e non positivo) esperimento sudamericano.

Ma convincerli non fu affatto facile. In risposta ad un caloroso invito di Hayek a seguire la via cilena all’economia (definita ipocritamente “un miracolo economico") (1) la nuova inquilina del n.10 di Downing Street scrisse: “Sono certa che converrà con me che, in Gran Bretagna, con le nostre istituzioni democratiche e la necessità di un elevato margine di consenso, alcune misure adottate in Cile risulterebbero del tutto inaccettabili.” Era il 17 febbraio 1982 – fonte “Correspondance in the Hayek Collettion” – e i tempi non erano ancora maturi per ricette così drastiche.

Mentre le porte non erano ancora aperte in Usa e Gb, la scuola di Chicago esportava la propria ricetta economica nelle varie dittature in giro per il mondo: Cile, Argentina, Uruguay, Brasile,  Bolivia; l’Indonesia di Suharto, la Corea del Sud, Singapore, Taiwan e Hong Kong. Milton Friedman – già proteso oltre le vecchie ideologie – stese un programma di liberalizzazione per il Partito Comunista Cinese.

Come fece la dottrina economica di Friedman e Heyek ad imporsi anche nei paesi democratici?

DA COMPLETARE

(1) I dati economici macroeconomici sono raccolti in maniera esauriente e universalmente accettata dalle serie statistiche di Augus Maddison “The World Economy: A Millennial Perspective”OECD 2001. Con tutti i limiti delle cifre aggregate e statistiche, risulta evidente la assoluta falsità nell’associare il miracolo economico all’esperienza cilena e degli altri stati del sud. Infatti i dati rilevano un calo negli anni immediatamente successivi, per tornare ai livelli del ’74 solamente a cavallo degli anni ’80. 

La notte dell'Argentina

Nel 2006 ci fu anche la sentenza per i generali che piegarono l’Argentina al terrore. Nell’occasione uno dei giudici, Carlos Rozanski, riferendosi all’esperienza storica della giunta parlò di “crimini contro l’umanità, commessi nel contesto del genocidio che ebbe luogo nella repubblica argentina tra il 1976 e il 1983”[1].  

L’Argentina, come molti paesi del Sudamerica, aveva una storia politica dominata da governi militari: ancora nel 1966 i generali dell’esercito presero il potere cercando di imporre un nuovo ordine di stabilità economica e basso conflitto sociale. L’eredità di Peron però era troppo forte e la giunta lasciò il governo nelle mani del vecchio statista ancora per qualche anno. Alla sua morte il generale dell’esercito Jorge Rafael Videla fu imposto come presidente al posto della vedova Peron, facendo calare sull’Argentina una cupa dittatura fatta di omicidi politici, desaparecidos, torture e persecuzioni.

Ma non è solo questo. Le grandi multinazionali apparivano preoccupate per l’ascesa di movimenti popolari che spingevano i partiti – socialisti o populisti (come quello di Peron) a promuovere azioni statali in economia. Tra i sessanta e i settanta la cultura latinoamericana appariva in grande fermento: le poesie di Pablo Neruda e i romanzi di Gabriel Garcia Marquez, le musiche di Victor Jara e Intillimani, gli articoli di Galeano e Walsh; la teologia della liberazione[2] e molte altre sfaccettature artistiche e culturali.

Dall’altra parte Friedman e i suoi seguaci cercavano ancora un banco di prova dopo il disastro del Cile (disastro economico incredibilmente sottaciuto, sparito dalle analisi degli esperti). La colpa del disastro, secondo i guru del neoliberismo agli albori, era il troppo inquinamento “statale”. In altre parole privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli alla spesa sociale dovevano essere più radicali. Molto più radicali.

L’Argentina offrì questa occasione. La giunta militare aveva abbastanza coraggio per realizzare lo shock necessario per fare tabula rasa del sistema peronista di ingerenza statale e riscrivere le regole – sia economiche che sociali.

“La gente era in prigione perché i prezzi potessero essere liberi” scrisse Edoardo Galeano.

Esattamente come in Cile, in Brasile, in Uruguay e molti altri paesi a sud degli Stati Uniti, le violenze e le torture si accompagnarono a politiche economiche ultraliberiste.

Sindacalisti e militanti di sinistra affollarono le carceri; in un numero oscillante tra i 20 e i 30 mila sparirono nel nulla, dando vita al tristemente noto fenomeno dei desaparecidos: uomini prelevati da casa, caricati su macchine della polizia, incarcerati, torturati e infine gettati in mare con i famigerati voli aerei della morte. Un modo per eliminare i principali oppositori politici e per terrorizzare la massa. “Eravamo confusi e angosciati…docili, pronti a prendere ordini…diventavamo più dipendenti e timorose”.

In questo clima la giunta si affidò agli economisti di scuola Friedman. I prezzi furono liberalizzati, le aziende statali privatizzate; i servizi sociali tagliati; i sindacati distrutti. Il paese fu invaso da merci straniere; le grandi multinazionali (Ford, Mercedes, Fiat) furono coinvolte nel sistema di repressione (alcuni processi sono ancora in corso) potendo rivedere i contratti di lavoro.

L’inflazione esplose; come in Cile aumento dei prezzi e abbassamento dei salari fecero da contraltare ai grandi profitti di pochi gruppi industriali e politici. Grazie alla violenza di stampo terroristico, queste misure poterono essere applicate e implementate.

Le difficoltà economiche fecero cadere ben tre generali (dopo Videla, Roberto Viola e Leopoldo Galtieri) fino alla conclusione del regime nel 1983. La dottrina neoliberista però sopravvisse alla giunta e continuò – sotto la guida e le lodi del tesoro americano e di tutta l’opinione finanziaria mondiale – fino al crac del 2001.

Una delle nazioni più ricche del sudamerica – meta di milioni di immigrati, anche italiani – si è ritrovata ridotta sul lastrico nel giro di pochi anni grazie al drammatico connubio tra dottrina economica neoliberista e abolizione della democrazia. Anche quando Financial Time, Economist, Sole 24 ore, disegnavano lodi sperticate al “modello argentino” di Menem e Cavallo – premier e ministro delle finanze dell’Argentina post-dittatura – c’erano famiglie che davano il maté ai bimbi per togliergli la fame, facevano ore a piedi per recarsi al lavoro (non potendo permettersi il bus), migliaia di morti per malattie facilmente curabili o addirittura per malnutrizione.

<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />IL RESTO DEL SUDAMERICA 

Le storie di Brasile, Uruguay, Bolivia, differiscono dall’Argentina per pochi dettagli. In tutti i casi però possiamo individuare alcuni meccanismi identici:

1. Colpo di stato militare

2. Instaurazione di un regime militare che incarcera sindacalisti e attivisti di sinistra

3. Rapida applicazione dei punti fondamentali della dottrina neoliberista: tagli alle spese sociali (scuola, sanità, servizi, infrastrutture); apertura alle merci estere; privatizzazione delle grandi aziende statali; liberalizzazione dei contratti di lavoro e dei prezzi anche dei beni essenziali.

(da completare...)

[1] Naomi Klein, cit., p.117. Il termine genocidio indica la volontà di sterminio contro un gruppo, con contro un alto numero di individui. Il gruppo di solito viene classificato  sulla base di appartenenza etnica (più spesso), razziale, nazionale o religiosa. Nella convenzione Onu non è inclusa l’appartenenza per orientamento politico, e quindi il processo non poté condannare per genocidio. Ma è proprio il genocidio contro  un gruppo politico (simpatizzanti socialisti) a cui fa riferimento il giudice argentino, quando parla di genocidio.

[2] La teologia della liberazione è una corrente di pensiero cattolica, sviluppatasi in America latina alla fine degli anni sessanta, che tende a porre in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano.

Cile, l'altro 11 settembre

Santiago e non New York. Carri armati nelle strade  e soldati dentro al palazzo presidenziale (la “Moneda”) anziché aerei contro le torri gemelle. Augusto Pinochet e non Bin Laden. L’undici settembre più famoso della storia, fino al 2001, era quello cileno, che costò la vita al presidente Salvador Allende e la democrazia al paese sudamericano per quasi venti anni. La storia del golpe cileno è cosa nota: il generale Augusto Pinochet, sostenuto attivamente dalla CIA, guidò un’insurrezione contro il governo legittimo (una coalizione socialisti-popolari) e sparse il terrore per il paese. In tre giorni, oltre all’omicidio del presidente, si contarono 3200 persone morte o scomparse, 80 mila imprigionate e 200 mila fuggite per motivi politici.

Consegnata alla storia come una pagina nera della politica latino-americana, la vicenda cilena ha sempre trascurato un aspetto di grande rilevanza: il Cile di Pinochet è stato il primo paese a tentare di mettere in pratica le teorie economiche della scuola di Chicago.

C’era stato un tentativo di passare dalla porta della legalità, con l’investimento di un centro studi economici proprio a Santiago. Ma i successi elettorali di Allende nel 1970 e ancora nel 1973 (malgrado il boicottaggio degli Stati Uniti) misero seguaci di Friedman decisamente all’angolo. Con il colpo di stato si aprivano nuovi scenari.

Già il 12 settembre una equipe di economisti friedmaniani – guidati da Sergio de Castro direttore dell’Università cattolica di Santiago – presentò un progetto articolato di riforme economiche: privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, deregulation. “Per noi fu la rivoluzione” affermò uno dei consiglieri di Pinochet, Cristian Larroulet. Incapaci di far passare le proprie posizioni nel contesto democratico adesso i neoliberisti si presero la rivincita; non c’era più bisogno di convincere l’opinione pubblica: i loro oppositori più capaci erano in prigione, o morti, o in fuga; il terrore dei rapimenti e della carneficina allo stadio nazionale tenevano a bada tutti gli altri.

Augusto Pinochet però non sapeva nulla di economia. Si fidò dei consiglieri. Privatizzò aziende statali (ma non le principali), diminuì i dazi doganali, favorì le operazioni finanziarie dall’estero, tagliò del 10 per cento le spese sociali, tolse il controllo dei prezzi. L’effetto fu devastante. L’inflazione schizzò al 375%, la disoccupazione dilagò, le imprese fallirono sotto la concorrenza dei prodotti esteri, la povertà si diffuse a livelli mai conosciuti. Chiamati in causa i responsabili economici diedero una spiegazione apparentemente sconcertante: il sistema non ha funzionato a causa della troppo poca radicalità: la colpa non è delle riforme ma dell’intervento governativo dei decenni precedenti. La ricetta è: più privatizzazioni, più deregulation, più tagli.

Per convincere i settori recalcitranti dello stesso governo Pinochet, giunse a Santiago nel marzo 1975 nientemeno che Milton Friedman (invitato da un istituto bancario).

Fu accolto come un capo di stato, anzi come una star mondiale dello sport o dello spettacolo: le sue parole riecheggiavano in tv e sui giornali. Ebbe un colloquio con Pinochet e, naturalmente, con i responsabili economici. Per tutti il consiglio, quasi l’ordine, fu di continuare la terapia, di renderla un vero e proprio shock.[1] Nel 1975 iniziò la fase più drastica delle riforme economiche.

Nel 1980 la spesa pubblica era stata ridotta del 50% rispetto al 1973, praticamente distruggendo la sanità pubblica e l’istruzione obbligatoria. La liberalizzazione doganale aveva fatto fallire migliaia di aziende; la disoccupazione passò dal 3 al 20 per cento.

Nel 1982 l’economia collassò. L’inflazione risalì a livelli insostenibili, il debito esplose[2], la disoccupazione toccò una persona ogni tre. Per non perdere il potere Pinochet ricorse alla ricetta che aveva ripudiato: nazionalizzò le aziende vitali per il paese. In questo modo l’economia riprese ma la crescita – che fu effettivamente molto alta – ebbe una concentrazione straordinaria nei piani alti della scala sociale. Un trend che non è più stato modificato, come dimostra il rapporto delle Nazioni Unite del 2007 che vede il Cile come l’ottavo paese del mondo per disuguaglianza sociale.

Malgrado questo (o forse proprio per questo) New York Times, Washington Post, Economist e tutti i media del business indicano l’esperienza cilena come un “miracolo economico”; indicando nella ricetta di Friedman il merito del successo.

Per chiudere la storia del Cile – questa meno nota, non quella ben conosciuta  che vide la deposizione pacifica di Augusto Pinochet nel 1988 e la transizione democratica fino alla vittoria elettorale della socialista Bachelet nel 2006 – riportiamo la storia del ministro della difesa e ambasciatore presso Washington del governo Allende, Orlando Latelier.

La storia di Orlando Latelier
Imprigionato in seguito al golpe, viene rinchiuso per un anno prima di essere liberato e quindi costretto all’esilio. Dall’estero Latelier scrive parole di fuoco, scomode non solo per la giunta:

“negli ultimi tre anni diversi miliardi di dollari sono stati sottratti dalle tasche dei lavoratori salariati e infilati nelle tasche dei proprietari … La concentrazione della ricchezza non è un caso, ma la regola; non è l’effetto collaterale di una situazione difficile ma la base di un progetto sociale; non è un inconveniente economico, ma un successo politico.”(Latelier, The Chicago boys in Cile).

L’impegno di Latelier, esule a Washington ed esperto di economia, si concentrò sul legame tra il regime dittatoriale e la dottrina economica. Se la condanna al regime era pressoché unanime (torture ed esecuzioni sommarie non erano tollerate dall’opinione pubblica mondiale) non altrettanto succedeva per la ricetta economica. Violenza di stato e neoliberismo sono progetti intrecciati o paralleli?? Secondo molti il legame era del tutto casuale; come dottor Jeckill e mister Hide il generale Pinochet era uno spietato dittatore in giacca militare per trasformarsi in illuminato riformista con la cravatta dei summit finanziari.

Latelier sosteneva viceversa che uno serviva l’altro: il terrore per applicare le riforme. In un articolo sulla rivista The Nation attaccò l’opinione dominante per cui le torture, i rapimenti, la paura diffusa non hanno nulla a che fare con il radicalismo economico; accusando i sostenitori di questa posizione di ipocrisia: “questa nozione così comoda … permette a questi portavoce finanziari di sostenere la loro idea di libertà mentre si riempiono la bocca di diritti umani.” (The Nation, 28 agosto 1976).

Nell’articolo si attacca anche l’ispiratore dell’economia cilena, nientemeno che Milton Friedman e la sua scuola: “il piano economico andava imposto, e nella situazione cilena ciò si poteva fare solo uccidendo migliaia di persone, costruendo campi di concentramento, imprigionando più di 100.000 persone in tre anni (…) La regressione per la maggioranza e la libertà economica per piccoli gruppi privilegiati sono, in Cile, due facce della stessa medaglia. C’è un’armonia intrinseca tra libero mercato e terrore illimitato.” (The Nation, 28 agosto 1976)

Il 21 settembre Orlando Latelier saltò in aria mentre si recava a lavoro. La sua auto fu fatta esplodere, nel centro di Washington quartiere delle ambasciate, con una bomba radiocomandata posta sotto il suo sedile.

I colpevoli sono stati individuati dall’Fbi e condannati da una corte federale americana. Si tratta di esponenti della polizia segreta cilena entrati in territorio statunitense con passaporti falsi, sembra con l’avvallo della Cia. La famiglia Latelier non è riuscita, malgrado le numerose azioni legali, a portare Pinochet di fronte a un tribunale per l’assassinio di Orlando. Pinochet, una volta dimessosi dai vertici istituzionali, è stato incriminato per svariati atti: omicidi, rapimenti, torture, corruzione e evasione fiscale. Nessun tribunale è riuscito comunque a condannarlo: è morto a novantun anni nel dicembre 2006.

Ancora oggi la maggior parte degli analisti economici e politici tendono a negare o sorvolare l’intreccio tra la politica del terrore e le riforme neoliberiste nel Cile di Pinochet. Milton Friedman in una intervista rilasciata nel 2000 dichiarò: “la cosa davvero importante a proposito della questione cilena è che i liberi mercati sono riusciti nell’intento di creare una società libera”.



[1] “Nelle sue memorie Friedman parla del colloquio con Pinochet, ricordando i suoi consigli di tagliare del 25% le spese del governo, e di non retrocedere di fronte alle centinaia di migliaia di licenziati dal settore pubblico e ad altri problemi passeggeri. Solo con l’intervento rapido e radicale l’inflazione poteva essere controllata. Il gradualismo non è praticabile – sostenne – sottolineando più volte con la parola shock l’effetto che si doveva creare.

[2] Il motivo principale sta nella deregulation (assenza di vincoli e responsabilità): finanziarie e multinazionali si sono comprate le risorse dello stato con i soldi presi in prestito, accumulando così un debito enorme (14 miliardi di dollari).

Il neoliberismo

Friedman vs Keynes
Il neoliberismo è una costola del capitolo globalizzazione, incredibilmente sottovalutata nella storia contemporanea. Nei libri di storia, specialmente nei manuali scolastici, la questione è trattata en passant riferendosi a Ronald Reagan e Margaret Thatcher: i leader conservatori che ai primi anni ottanta hanno introdotto, in politica interna, radicali riforme in senso liberista. In realtà i protagonisti di questa storia, dalle radici profonde e dagli effetti globali, sono molti di più, anche se meno “popolari”.

Friederich von Heyek[1] e Milton Friedman[2] per esempio. I guru ideologici di questa dottrina economica. Oppure John Maynard Keynes, il padre fondatore della politica di intervento statale coordinata su scala mondiale che ha dominato la scena della ricostruzione del dopoguerra. Ma anche Augusto Pinochet, il dittatore cileno che l’11 settembre 1973 prese il potere con un golpe sanguinoso, così come fecero pochi anni dopo i generali argentini e i militari in Brasile. La lista può contare anche volti noti per la politica come Boris Eltisn, Carlos Menem e Donald Rumsfield, fino ad arrivare a esponenti dei vertici delle istituzioni finanziarie sovranazionali (BM, FMI, WTO) decisamente sconosciuti per l’opinione pubblica, come Jeffrey Sachs e John Williamson.

Tutto iniziò nel XVIII secolo con Adam Smith[3] e la sua teoria della “mano invisibile”; David Ricardo formulò la teoria del libero scambio partendo dalla condizione dell’Inghilterra della prima rivoluzione industriale: un paese dominante nel mondo, all’avanguardia tecnologicamente e con un vasto impero coloniale da sfruttare. Su quella base teorica furono abolite le corn laws (dazi doganali a protezione del grano britannico) e propugnato il laissez-faire (nessuna ingerenza dello stato nell’economia e nella società) come ricetta universalmente valida per lo sviluppo industriale. La coincidenza con il progresso politico - Usa e Gb erano le democrazie più avanzate - indusse intellettuali, studiosi, politici e osservatori a utilizzare come logico e consequenziale il connubio tra libertà di mercato e libertà individuale. Malgrado la crisi di fine Ottocento e i primi interventi dello stato in economia e nella società, ancora tra le guerre il laissez faire appariva come il “modello” di riferimento.

Fu la crisi del 1929 e la grande depressione che seguì (“Great Slam”) a porre in agenda una modo diverso di gestire le economie su grande scala, per armonizzare al meglio lo sviluppo interno di uno stato, i commerci internazionali e il valore delle monete che, in estrema sintesi, determina la capacità delle varie nazioni di scambiare ricchezza.

Pioniere di un’altra economia possibile fu il britannico John Maynard Keynes con il fondamentale testo The General Theory of Employment, Interest and Money (1936). L’esperienza politica della socialdemocrazia svedese stava già elaborando piani di profonda integrazione tra libero mercato e azione socio-economica dello stato; il crollo dell’economia americana del 1929 segnò la fine della fiducia nel sistema del libero scambio e la nuova amministrazione di Frank Delano Roosevelt ideò il “New Deal”. Il “nuovo corso” significò grande impegno da parte dello stato per promuovere lavori pubblici, mettere a punto piani di assistenza sociale, sviluppare politiche economiche orientate al progresso in tutti gli aspetti per l’intera popolazione. L’obiettivo fu sostenuto da una prassi, da un metodo di lavoro che ancora oggi illumina gli occhi di chi lo ha vissuto: “Quando Sachs parla con tono appassionato di “lavoro serio”, evoca i giorni del New Deal, della Grande società e del Piano Marshall, quando i giovani laureati dell’Ivy League sedevano attorno a tavoli di quercia a Washington, in maniche di camicia, circondati da tazze di caffè vuote e documenti, impegnati in lunghi e accaniti dibattiti sui tassi di interesse e il prezzo del grano. È così che agivano gli strateghi politici ai tempi d’oro del keynesianesimo (…). [4]

Le macerie della seconda guerra mondiale offrirono l’occasione per ricostruire su basi nuove. Sancito il fallimento del sistema di laissez-faire e con la necessità di contrastare l’espansione del movimento comunista guidato dall’Urss, tutto l’occidente abbracciò politiche di ispirazione keynesiana.

Non è vero che dalla storia non si impara. A differenza del 1919 gli Stati Uniti furono in prima linea per la ricostruzione: promossero e accolsero la sede ONU (a New York), vararono il Piano Marshall per sostenere le economie di ricostruzione dell’Europa occidentale, concordarono a Bretton Woods (cittadina americana nello stato del New Hampshire) un sistema finanziario basato sul cambio fisso con il dollaro e l’istituzione di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale: tutte misure prese esplicitamente per aiutare lo sviluppo dei paesi poveri e per evitare crisi economiche devastanti.

La storia del neo-liberismo nasce come opposizione al meanstream degli anni d’oro ’50 -‘70, che era, come abbiamo visto, profondamente ispirato alle teorie economiche di Keynes. Malgrado la crescita record delle economie una piccola cerchia di professori e studenti sviluppò una nuova dottrina anti-keynes. Il centro di questa corrente di pensiero fu l’Università di Chicago e il grande ideologo fu l’economista di scuola austriaca Friederich von Heydek. Le sue lezioni propugnavano un mondo ideale totalmente regolato dalle leggi economiche, senza interferenze da parte dello stato. Un mondo ovviamente irreale; nella realtà invece milioni di persone in Europa e in America, negli anni ’50 poterono curarsi gratuitamente, percepire reddito anche in situazioni di malattia, infortunio, ferie, disoccupazione; accedere a una pensione di anzianità; usufruire di strutture decenti per l’istruzione, l’assistenza all’infanzia; usufruire di efficienti sistemi di trasporto ferroviario, strade nuove e scorrevoli, quartieri finalmente vivibili…eccetera eccetera. Le economie “aiutate” dai capitali statali, spesso da aziende nazionalizzate, fornivano servizi essenziali a prezzi irrisori: luce, acqua, gas diventarono comuni nelle abitazioni delle principali cittadine dei paesi industrializzati. Tutti gli indici economici e sociali segnavano progressi più o meno sensibili. La ricchezza complessiva aumentava e – in parte – questa crescita era condivisa dall’intera popolazione.

Il quadro è certo complesso e molto si potrà dire delle deficienze dell’età compresa tra i ’50 e i ’70. Resta il dato di fatto che nessun altro periodo nella storia dell’umanità abbia conosciuto un progresso così forte per un numero così ampio di persone. Ovunque, il grande balzo in avanti da un sistema semi-feudale a una società industriale, è avvenuta con l’impegno dello stato, sia nella forma mista (keynesiana) che nella forma a pianificazione totale tipica delle società comuniste.

Il dipartimento di Chicago diventò “Scuola di Chiacago” grazie a un allievo di Heyek particolarmente carismatico e fortemente deciso a scuotere le fondamenta della teoria economica: Milton Friedman.

In cosa consiste questa nuova dottrina? Consiste nella riproposizione del liberismo puro, un “nuovo liberismo” – il neoliberismo appunto - dopo quello visto a inizio Ottocento. Un’ideologia costruita intorno ad un fine e ad un mezzo e con una premessa.

La premessa è la “visione” di un mondo ideale in cui domanda, inflazione, disoccupazione funzionano alla stregua di forze naturali. Il mercato - visto come un ecosistema in grado di l’autoregolarsi - avrebbe dato vita all’esatto numero di prodotti al prezzo esattamente adeguato, realizzati da lavoratori che percepivano salari perfettamente sufficienti a comprare quei prodotti: un mondo perfetto di piena occupazione, creatività e, soprattutto, crescita perpetua.

Questa “visione” rende la dottrina economica più una ideologia che un modello scientifico con qualche evidenza storica. Una caratteristica importante perché altrimenti non sarebbe comprensibile il fondamentalismo con cui è stata portata avanti da poche centinaia di economisti e tecnocrati, di grande e crescente influenza.

Il fine è quello di promuovere a tutti i livelli (diffondere il credo forse si addice meglio) una presunta scientificità nell’assioma per cui se gli individui agiscono secondo i propri egoistici interessi, creano benefici massimi per tutti. Se qualcosa va storto – inflazione sale, la crescita diminuisce – l’unica spiegazione è che il mercato non è abbastanza libero. La soluzione, ovvero i mezzi per creare la società perfetta, è un’applicazione più rigida e più completa delle norme fondamentali.

Al di là delle teorie la ricetta di Friedman è indicata nel suo Capitalismo e libertà e rappresenta la mappa di riferimento per le politiche che hanno dominato il mondo dagli anni ’80 a oggi.

La ricetta di Friedman

1)   Deregulation.

Riprendendo la teoria di Ricardo sull’abolizione dei dazi doganali, e più in generale delle tasse protezionistiche, viene auspicato l’annullamento di tutte quelle regole e norme che limitano l’accumulazione del profitto.

2)   Privatizzazione.

È la pietra angolare del neoliberismo. Partendo dal dogma della maggiore efficienza dei privati rispetto  al pubblico, viene auspicato la sostituzione dei servizi pubblici con servizi privati e privatizzati. Friedman proponeva la privatizzazione della Sanità, delle Poste, della Scuola, delle Pensioni e dei Parchi Nazionali.

3)   Riduzione spese sociali.

Per ripulire l’economia inquinata dall’attività dello stato occorre ridurre drasticamente le spese sociali. Tagliare i fondi per il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria, il salario di disoccupazione eccetera.

Friedman insisteva molto sulla riduzione delle tasse; devono essere basse e con tassazione fissa indipendente dal reddito.

(Questa misura sarebbe servita, in seguito, da cavallo di troia per ottenere consenso politico anche nelle fasce sociali pesantemente danneggiate da tale provvedimento).

 

La ricetta, che passerà all’opinione pubblica come neoliberista, era presentata da Friedman e i suoi seguaci come una vera e propria “scienza esatta”. Qui sta il clamoroso successo di una pratica economica disastrosa a qualunque verifica empirica: presentare con l’aurea della “imparzialità scientifica” modelli matematici del tutto privi di coerenza con la realtà, ma di straordinario beneficio per i settori più dinamici della finanza e della imprenditorialità mondiale. Argomentazioni improponibili per manager e politici, apparivano in tutt’altra veste se presentati da un matematico e brillante oratore come Milton Friedman. La possibilità di contrastare le politiche keynesiane con posizioni pseudo-accademiche portò alla Scuola di Chicago, a partire dagli anni Sessanta, donazioni a valanga e grandi opportunità di propaganda (certamente sproporzionati in confronto al numero dei suoi esponenti).

Per capire l’aria nuova che circolava nell’ambiente basti ricordare che il premio nobel per l’economia andò nel 1974 a Heyek e nel 1976 a Friedman.

Messa a punto la teoria e innescato il circolo virtuoso del finanziamento, occorreva trovare l’occasione adatta per applicare finalmente i modelli matematici alla realtà economica e avviare così la controrivoluzione anti-keynes.

N.B. La retorica del liberismo utilizzò spesso la propaganda anticomunista, ma il vero nemico era il keynesismo, ovvero il sistema misto. Gli Stati Uniti non erano ancora usciti dal sistema del New Deal, l’Europa sembrava avviata verso un modello socialdemocratico, mentre buona parte del mondo in via di sviluppo stava abbracciando sistemi misti regolati dallo stato. Il neoliberismo è nato e si è diffuso per contrastare tutto questo.

Esattamente come il marxismo, il neoliberismo appariva una ideologia tanto accattivante quanto irrealizzabile (a prezzo, per entrambi, di tragici effetti collaterali); l’utopia degli imprenditori al posto dell’utopia dei lavoratori; il mercato perfetto anziché lo stato proletario; per entrambi felicità universale e soluzione di tutti i problemi.



[1] The Road of Serfdom, 1944 - The pure Theory of Capital, 1941 - Regole e ordine, 1973.

[2] Milton Friedman, Capitalismo e libertà, 1962.

[3] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, 1778.

[4] Naomi Klein, Shock Economy, Rizzoli, 2007, p.285.

 

Globalizzazione

I tempi
La prospettiva di unificare il mondo intorno ai valori del consumo e su un sistema molto aperto di scambio diventa straordinariamente plausibile in seguito alla crisi del 1973[1] e, in misura addirittura esponenziale, con il crollo dei paesi comunisti legati all’Unione Sovietica tra il 1989 e il 1991.

I personaggi. Senza scomodare il “padre nobile” Adam Smith – ideatore di un laissez-faire motivato da ragioni etiche e filosofiche – la globalizzazione deve gran parte della propria fisionomia a Friedrich von Hayek e soprattutto al suo celebre allievo Milton Friedman. Economista di fama mondiale, vincitore del premio nobel nel 1976, Friedman, si ritagliò un ruolo come anti-Keynes negli anni Cinquanta, sostenendo l’abbandono da parte dello stato di qualunque tipo di intervento. Le sue idee e quelle dei suoi allievi – conosciuta come “la Scuola di Chicago” – influenzarono pesantemente, ai primi anni Ottanta, l’azione politica di Margaret Thatcher (Gran Bretagna) e di Ronald Reagan (Stati Uniti).

Specialmente negli ultimi anni le politiche neoliberiste si sono imposte in ogni angolo del pianeta attraverso un meccanismo quasi a-politico, che assume una forma impersonale e tecnicistica, tale da rendere praticamente invisibili i responsabili delle decisioni economiche.

Con il varo di ambiziosi “piani strutturali” e “programmi di sviluppo” le grandi organizzazioni sopranazionali – teoricamente neutrali ma in realtà ideologicamente orientate – impongono la politica neoliberista a quanti paesi è possibile. Di fatto i governi eletti, e quindi la politica, sono caduti in secondo piano; cedendo parte di sovranità a istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM), l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCSE). Nel caso italiano anche UE e Banca Centrale Europea.

Lo sviluppo economico
Architrave dell’intera teoria neoliberista è la crescita ininterrotta del Pil. Il Pil è la misura sintetica della crescita della ricchezza prodotta da uno stato nell’arco di un anno. Il vero indice di riferimento però è il Pil pro capite, ovvero la ricchezza complessiva divisa per il numero degli abitanti.

Negli ultimi cinquanta anni è un dato rilevato con sistematicità; per i secoli precedenti vengono fatte delle proiezioni.[2]

Per stabilire il valore della moneta, e quindi la forza relativa nel mercato internazionale di uno stato, entrano in gioco molti fattori, tra cui la crescita del Pil. Quando il Pil diminuisce abbiamo la recessione, quando rallenta i dati di crescita abbiamo la crisi. Il dato sul lungo periodo mostra un andamento a onde: fasi di crescita con fasi di rallentamento, o recessione.

Purtroppo per gli economisti queste oscillazioni non sono prevedibili, né determinabili: qualunque teoria finora elaborata può essere smentita da casi esemplari; allo stesso modo qualunque teoria può essere avvalorata da precedenti storici.

Le varie “ricette” offerte ai paesi in via di sviluppo o in crisi economica non rispondono pertanto mai a criteri certi di causa-effetto (abbasso le tasse = rilancio economico), viceversa sono applicazioni empiriche dall’esito incerto.

Storia
A metà ottocento il sistema internazionale si basava su negoziazioni continue tra le monarchie europee. Era il “sistema di equilibrio tra potenze” Francia, Gran Bretagna, Austria, Russia – più tardi Germania e Italia.

Il problema strutturale di questo sistema risiedeva nella possibilità di uno stato di diventare decisamente più forte economicamente e militarmente degli altri. In quel caso il sistema sarebbe saltato. E infatti quando la Germania diventò troppo forte, saltò. Siamo nel 1914.

Sottotraccia era già avvenuto un fatto decisivo per le sorti del pianeta. Gli Stati Uniti avevano completato una rincorsa straordinaria, superando per Pil assoluto la Gran Bretagna nel 1902. Ma non è solo questo. Gli Stati Uniti pensano già ad un mondo globalizzato: unito cioè intorno ai valori del commercio e dello scambio.

Mentre l’Europa è ancora ferma all’idea di espandere il sistema di equilibrio a tutto il mondo[3] gli Stati Uniti auspicano una leadership bianca, cristiana e occidentale che influisca sull’intero globo non attraverso l’esercito e la guerra ma grazie ad un sistema di commercio internazionale gestito da sovrastrutture efficaci. Dall’America del Nord giungono nuove parole: “civilizzazione” (tecnologia+democrazia), “internazionalizzazione”, “ampliamento dei scambi commerciali”.

La prima guerra mondiale rappresenta il fallimento del sistema di equilibrio. Germania, Russia, Francia e Gran Bretagna sentono la competizione tra le nazioni come un gioco a somma zero. La mediazione non riesce perché la logica è quella dell’aut aut, cioè dell’annientamento dell’avversario.

Nel dopoguerra gli Stati Uniti tentarono di far passare la propria visione.

La Società delle Nazioni, creazione del Presidente Usa Wilson, aveva tre obiettivi: primo garantire il libero mercato, secondo riconoscere le sovranità democratiche (come le neonate Ungheria e Cecoslovacchia), terzo garantire un sistema di pace tra le nazioni.

Viene introdotto un concetto nuovo: la sicurezza è garantita dal sistema internazionale. Anche la sicurezza nazionale è legata alla sicurezza internazionale: le due cose non sono più scindibili.

NB Non è solo sicurezza militare. È anche e soprattutto sicurezza economica, ovvero la garanzia di mantenere un sistema di scambi internazionale favorevole allo sviluppo degli Stati Uniti.
La Società delle Nazioni e il nuovo sistema internazionale naufraga prima ancora di iniziare la navigazione. Il Congresso Usa boccia l’iniziativa del Presidente votando per non entrare nella SDN e abbracciando una linea di politica estera di disimpegno totale (conosciuta nelle fonti storiche come “isolazionismo”).

Senza il suo sponsor più importante il sistema post Versailles non sta in piedi; barcolla per un po’ e, al primo strappo violento (la crisi finanziaria del ’29-’33), crolla. Le economie si chiudono in un protezionismo che accentua le difficoltà.

A fine anni ’30 Germania, Giappone e Italia avanzano ipotesi di un nuovo ordine mondiale e di un nuovo sistema, alternativo sia al liberalismo americano sia alla politica di equilibrio europea: un sistema di economie centralizzate (mantenendo il capitalismo e le proprietà private) gestite da stati-imperi che sfruttano allo stremo le risorse dei territori e dei popoli sottomessi con la forza militare. La competizione sarebbe rimasta tra questi grandi blocchi, probabilmente fino alla resa dei conti tra i più forti.

Per gli Stati Uniti l’ascesa di Hitler si rivelò molto più pericolosa della sopravvivenza dell’Urss. Infatti mentre Stalin si accontentava di gestire i confini dell’impero sovietico, sottraendo un paese povero al commercio mondiale, Hitler aveva l’obiettivo di distruggere il sistema di scambio internazionale (l’antisemitismo, con il suo attacco alla finanza internazionale gestita in buona parte da ebrei, rispondeva bene a questa esigenza). Se Germania e Giappone fossero riuscite a sottomettere l’Europa e l’Asia allora:

1. sarebbe finito il sistema economico basato sul commercio internazionale

2. ci sarebbe stata la crisi degli Stati Uniti, la cui ricchezza è basata sullo scambio internazionale<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />

3. anche per gli Usa sarebbero stati obbligati ad andare verso una politica statalista, centralizzata, militarista, in parte antidemocratica, in preparazione ad una probabile guerra.

C’è da dire che nel ’39–’40 questa prospettiva era tutt’altro che remota.

La contrapposizione tra i due mondi diviene esplicita durante i cinque anni di guerra; e queste idee confluiscono in un progetto di ricostruzione molto articolato e molto più solido di quello messo in piedi al termine del primo conflitto mondiale. Fulcro del nuovo sistema mondiale sarà la l’economia statunitense: l’unica superpotenza economica emersa dalle macerie della guerra.

(L’Urss si dimostrò una superpotenza militare, ma certamente la sua ricchezza non era paragonabile a quella americana).

 

Quale sistema?

Il nocciolo culturale è lo stesso di Wilson: democrazia + libero commercio. In questo caso però il sistema è molto più complesso e molto più efficace.

ONU – garantisce la sovranità dei paesi. Partecipano tutti gli stati ma in cinque hanno diritto di veto: Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia e Cina.

Bretton Woods – cittadina americana in cui viene trovato l’accordo per fissare la convertibilità delle monete con il dollaro Usa. I protocolli collegati dovevano dare stabilità finanziaria alla ricostruzione economica. Sono istituite le grandi organizzazioni sopranazionali, FMI e BM, per evitare il ripetersi di crisi economiche potenzialmente distruttive del sistema. Rimettere i capitali dove il ciclo economico o la congiuntura o qualunque altro motivo lo rendevano necessario: questo era l’obiettivo delle istituzioni finanziarie.

Furono inoltre varati ambiziosi programmi di prestiti (il più celebre è il Piano Marshall): una valanga di aiuti a condizioni vantaggiosissime (in parte a fondo perduto) per far ripartire in fretta l’economia nei paesi europei.

Infine la politica economica adottata fu quella ispirata da Keynes: intervento statale forte a sostegno della economia di mercato e del progresso sociale della popolazione (welfare state, istruzione, formazione, sostegno all’occupazione).

Il sistema funzionò. Gli anni tra il 1950 e il 1970 sono l’età dell’oro dell’occidente. La piena occupazione consentì una crescita in termini di Pil mai più avvicinata (il dato per l’Europa meridionale nel suo complesso è del 4.8%); il cambio fisso col dollaro e la rigidità salariale si sposò con un sistema commerciale regolato ma aperto; il welfare e la partecipazione democratica era in continua espansione. Lentamente anche i rapporti di disuguaglianza cominciarono ad essere toccati. La guerra fredda catalizzava l’attenzione politica, ma in termini economici non creava problemi. Certo il mondo sovietico rompeva l’idea “globale” del sistema, ma non ne inficiava il funzionamento. A guastare le cose giunse la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, il collasso dell’economia pianificata comunista e l’affermazione delle idee neoliberiste.

Il neoliberismo

Secondo Giovanni Gozzini la fortuna del termine globalizzazione si trova “nel ciclo lungo della cultura occidentale: quello che a partire dagli anni Ottanta, ha visto l’affermarsi di un filone di pensiero neoliberista, individualista, antistatalista, proteso ad affermare su scala globale il valore del mercato come arena della competizione e quindi come strumento demiurgico di efficienza”.

La globalizzazione liberista – scrive Ignacio Ramonet nell’introduzione all’Atlante del mondo del 2002 – costituisce la caratteristica principale del mondo contemporaneo. Seguiranno alcuni approfondimenti – inesorabilmente parziali e non esaurienti – per fornire quel minimo di conoscenze necessarie per orientarsi in questa sezione di soria di grande rilevanza. Ancora Ramonet sottolinea il fatto che i rapidi cambiamenti intercorsi negli ultimi anni (e ancora in atto) rendono obsoleti i punti di riferimento; “categorie politiche e sociologiche rimaste solide per due secoli sono crollate. La cassetta degli strumenti concettuali di cui ci eravamo a lungo serviti per comprendere e spiegare l’evoluzione delle cose si è improvvisamente rivelata inadeguata, sprovvista di nuovi strumenti in grado di misurare i cambiamenti in corso”.

Questi cambiamenti sono appunto l’insieme di fenomeni che derivano o si legano al neoliberismo guidato da Washington: preminenza della sfera economica su quella politica; peso della finanza internazionale nello stato di salute delle economie nazionali; cultura di massa globale consumista e individualista; precarizzazione dei rapporti sociali e di lavoro; degrado ambientale; flussi migratori di massa; distruzione della biodiversità; espansione delle multinazionali; esplosione della disuguaglianza nord-sud; sviluppo di reti mafiose, proliferazione di paradisi fiscali; moltiplicazione delle guerre e del terrorismo; controllo dei canali informativi tramite pubblicità, tv, internet, telefonia.


[1] Nel 1973 la crisi petrolifera e l’abbandono del dollaro come moneta riferimento creano una rottura del sistema messo in piedi all’indomani della guerra. Vedi accordi di Bretton Woods.

[2] Una parentesi interessante di queste serie di dati ci viene fornita dal confronto tra i paesi occidentali/europei e i paesi dell’estremo oriente (Cina e India). La separazione tra i due mondi è avvenuta in conseguenza all’apertura del commercio internazionale (‘500) o in conseguenza della rivoluzione industriale (‘800)? Ebbene non sono state le leggi del libero commercio a rendere più ricchi i popoli europei bensì la scienza e la tecnica: fino al settecento Cina e Europa avevano parametri di Pil simili. Chiusa parentesi. 

[3] All’inizio del 900 ci sono solo 40 stati. Il resto sono territori occupati come colonie oppure gestiti da Principati, Califfati, tribù eccetera, composti cioè da popolazioni che non si riconoscevano in stati nazionali.

L'obiettività della storia

È capitato a tutti di trovarsi di fronte alla richiesta di obiettività riguardo al modo di parlare della storia. E non si può nascondere la tentazione di attribuire alla richiesta un fondo di legittimità e di buon senso. La questione però è piuttosto controversa.

Perché è una manovra strumentale
In genere chi sbandiera la faziosità altrui – contrapponendo implicitamente la propria autoqualificata obiettività – persegue esattamente lo scopo opposto a quello dichiarato: vuol affermare un proprio particolare punto di vista senza però dichiararlo come tale. Spesso si tratta di una prospettiva dichiaratamente “moderata”, come se la moderazione coincidesse con la verità; e spesso è una lettura storica molto semplicistica: la “storia” è materia complessa!

 

I tre livelli della storia   

In estrema sintesi possiamo individuare tre livelli di conoscenza nello studio della storia

 

1) La verità storica
È probabilmente quello a cui ammiccano i sostenitori dell’obiettività storica, ma certamente non la storia che poi propongono. Si intuisce bene a cosa ci riferiamo, ma è anche molto facile fare confusione. In ogni caso, su questo punto non ci possono essere invenzioni: sono le date, i numeri, le cifre, i resoconti. Non c’è interpretazione e per questo la verità storica in sé non serve a molto. In generale la storia antica vive molto su opinioni contrasti nella ricostruzione della “verità storica”, mentre la storia contemporanea fa del fatto storico il punto di partenza per analisi speculative.
Quali sono questi fatti? Tutte le date. Tutti i numeri. Alcuni dati non certificati, come ad esempio il numero dei morti nei lager, sono però certi a grandi linee e non possono essere oggetto di revisionismo. Non sono interpretazioni, chi nega l’olocausto mente e basta.
Altre situazioni sono più intricate e per questo deve essere netta la distinzione tra il fatto e l’interpretazione. Prendiamo per esempio il confronto tra lager e gulag. La verità storica ci dà la dimensione del fenomeno non l’interpretazione. Mettere sullo stesso piano due episodi distanti per dimensioni, motivazioni, contesti storici e politici è interpretazione non verità. 
Nel caso dei gulag e dei lager non soltanto il numero dei morti è verità storica, ma anche le finalità: nei campi di concentramento sovietici ci finivano oppositori politici (o ritenuti tali) obbligati a lavori forzati in condizioni disumane; i lager erano predisposti per l’annientamento della razza ebraica (e non solo): quindi non era un istituto punitivo ma preventivo a sfondo razziale e finalizzato allo sterminio.
Detto questo si può valutare la questione in molti modi, ma appunto siamo nel campo dell’interpretazione non in quello della verità storica, della cosiddetta “oggettività”.
C’è da aggiungere che la fredda storia dei numeri non serve a molto perché è priva di senso: le cifre in sé possono anche significare poco, e qui entra in scena lo storico, o lo studioso della materia, che deve individuare i nodi interpretativi utili per “decodificare” l’informazione storica.

2) Percezione di chi ha vissuto i fatti
Il secondo livello di conoscenza storica riguarda la percezione della realtà adeguata a chi ha vissuto il periodo oggetto di studio. In altre parole per capire un avvenimento e dare la giusta importanza ai diversi episodi, personaggi, situazioni, occorre avere chiaro che il nostro modo di pensare difficilmente coincide con quello di altre epoche ed altri contesti.
Un esempio classico e anche attuale è quello della conferenza di Monaco del 1938. Gran Bretagna e Francia avvallano la drammatica invasione tedesca dei Sudeti, territorio appartenente alla Cecoslovacchia. Oggi è un episodio citato (a sproposito) per sottolineare il rischio della comunità internazionale di passare sopra ai soprusi di uno stato su un altro. Chiunque fosse vissuto dopo la I guerra mondiale avrebbe fatto il possibile e l’impossibile per evitare un’altra guerra come quella. L’idea della guerra preventiva è un’invenzione moderna, probabilmente dovuta anche alla sproporzione di forze per cui chi attacca sa di perdere pochi uomini, ed era assolutamente fuori da ogni logica per uno statista del 1938. La Germania era la potenza militare considerata più forte ed era logico aspettarsi centinaia di migliaia di morti nel dichiarargli guerra: chi si sarebbe preso la responsabilità di fronte ai cittadini?
Dal punto di vista dello storico non interessa il nostro giudizio di oggi su quel fatto, bensì interessa capire perché le cose andarono in quel preciso modo e non in un altro. 

3) La “teoria della relatività”
Ovvero non dimenticare mai che noi siamo sempre inevitabilmente osservatori parziali. La logica del punto di vista deve essere sempre al primo posto nella ricerca storica. Non è fondamentale ripulire il nostro modo di pensare, ma è indispensabile essere consapevoli di questo punto debole, e quindi essere mentalmente aperti verso altre letture.
Esempi. 
- 1492: scoperta dell’America (per noi). Genocidio e sfruttamento per le civiltà indigene. La storia dei secoli XVI-XX nel continente latinoamericano è la storia dal punto di vista dei colonizzatori.
- Quando Carlo Magno, re dei franchi, si fece incoronare dal Papa nell'800 a San Pietro, come imperatore del Sacro Romano Impero, nella capitale dell'impero romano d'Oriente (all'epoca considerato "l'impero romano") scrissero con rammarico: "Roma è finita in mano ai barbari".
- Tra ‘800 e ‘900 gli europei colonizzarono il mondo. Quanto saranno diverse le “obiettive storie” che potranno raccontare gli storici europei e gli storici dei paesi colonizzati?
del dopoguerra e da una cultura europea legata al valore dell’antifascismo.

In conclusione potremmo dire che l’obiettività a Storia esiste, ma è utile come punto di partenza. Infatti la verità storica senza interpretazione non avrebbe significato, non ci servirebbe cioè né come memoria condivisa né come materia didattica. Per di più qualunque interpretazione è soggetta immancabilmente alle complessità e alla parzialità del nostro punto di vista.

Riassumendo per fare analisi e interpretazioni su materiale storico occorre prendere coscienza e conoscenza di alcuni essenziali elementi:

• il fatto storico
• mentalità di chi ha vissuto i fatti 
• contesto socio-politico-culturale
• punto di vista di europeo occidentale del XXI secolo

(dubitare di chi sbandiera la propria obiettività)