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Globalizzazione


I tempi
La prospettiva di unificare il mondo intorno ai valori del consumo e su un sistema molto aperto di scambio diventa straordinariamente plausibile in seguito alla crisi del 1973[1] e, in misura addirittura esponenziale, con il crollo dei paesi comunisti legati all’Unione Sovietica tra il 1989 e il 1991.

I personaggi. Senza scomodare il “padre nobile” Adam Smith – ideatore di un laissez-faire motivato da ragioni etiche e filosofiche – la globalizzazione deve gran parte della propria fisionomia a Friedrich von Hayek e soprattutto al suo celebre allievo Milton Friedman. Economista di fama mondiale, vincitore del premio nobel nel 1976, Friedman, si ritagliò un ruolo come anti-Keynes negli anni Cinquanta, sostenendo l’abbandono da parte dello stato di qualunque tipo di intervento. Le sue idee e quelle dei suoi allievi – conosciuta come “la Scuola di Chicago” – influenzarono pesantemente, ai primi anni Ottanta, l’azione politica di Margaret Thatcher (Gran Bretagna) e di Ronald Reagan (Stati Uniti).

Specialmente negli ultimi anni le politiche neoliberiste si sono imposte in ogni angolo del pianeta attraverso un meccanismo quasi a-politico, che assume una forma impersonale e tecnicistica, tale da rendere praticamente invisibili i responsabili delle decisioni economiche.

Con il varo di ambiziosi “piani strutturali” e “programmi di sviluppo” le grandi organizzazioni sopranazionali – teoricamente neutrali ma in realtà ideologicamente orientate – impongono la politica neoliberista a quanti paesi è possibile. Di fatto i governi eletti, e quindi la politica, sono caduti in secondo piano; cedendo parte di sovranità a istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM), l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCSE). Nel caso italiano anche UE e Banca Centrale Europea.

Lo sviluppo economico
Architrave dell’intera teoria neoliberista è la crescita ininterrotta del Pil. Il Pil è la misura sintetica della crescita della ricchezza prodotta da uno stato nell’arco di un anno. Il vero indice di riferimento però è il Pil pro capite, ovvero la ricchezza complessiva divisa per il numero degli abitanti.

Negli ultimi cinquanta anni è un dato rilevato con sistematicità; per i secoli precedenti vengono fatte delle proiezioni.[2]

Per stabilire il valore della moneta, e quindi la forza relativa nel mercato internazionale di uno stato, entrano in gioco molti fattori, tra cui la crescita del Pil. Quando il Pil diminuisce abbiamo la recessione, quando rallenta i dati di crescita abbiamo la crisi. Il dato sul lungo periodo mostra un andamento a onde: fasi di crescita con fasi di rallentamento, o recessione.

Purtroppo per gli economisti queste oscillazioni non sono prevedibili, né determinabili: qualunque teoria finora elaborata può essere smentita da casi esemplari; allo stesso modo qualunque teoria può essere avvalorata da precedenti storici.

Le varie “ricette” offerte ai paesi in via di sviluppo o in crisi economica non rispondono pertanto mai a criteri certi di causa-effetto (abbasso le tasse = rilancio economico), viceversa sono applicazioni empiriche dall’esito incerto.

Storia
A metà ottocento il sistema internazionale si basava su negoziazioni continue tra le monarchie europee. Era il “sistema di equilibrio tra potenze” Francia, Gran Bretagna, Austria, Russia – più tardi Germania e Italia.

Il problema strutturale di questo sistema risiedeva nella possibilità di uno stato di diventare decisamente più forte economicamente e militarmente degli altri. In quel caso il sistema sarebbe saltato. E infatti quando la Germania diventò troppo forte, saltò. Siamo nel 1914.

Sottotraccia era già avvenuto un fatto decisivo per le sorti del pianeta. Gli Stati Uniti avevano completato una rincorsa straordinaria, superando per Pil assoluto la Gran Bretagna nel 1902. Ma non è solo questo. Gli Stati Uniti pensano già ad un mondo globalizzato: unito cioè intorno ai valori del commercio e dello scambio.

Mentre l’Europa è ancora ferma all’idea di espandere il sistema di equilibrio a tutto il mondo[3] gli Stati Uniti auspicano una leadership bianca, cristiana e occidentale che influisca sull’intero globo non attraverso l’esercito e la guerra ma grazie ad un sistema di commercio internazionale gestito da sovrastrutture efficaci. Dall’America del Nord giungono nuove parole: “civilizzazione” (tecnologia+democrazia), “internazionalizzazione”, “ampliamento dei scambi commerciali”.

La prima guerra mondiale rappresenta il fallimento del sistema di equilibrio. Germania, Russia, Francia e Gran Bretagna sentono la competizione tra le nazioni come un gioco a somma zero. La mediazione non riesce perché la logica è quella dell’aut aut, cioè dell’annientamento dell’avversario.

Nel dopoguerra gli Stati Uniti tentarono di far passare la propria visione.

La Società delle Nazioni, creazione del Presidente Usa Wilson, aveva tre obiettivi: primo garantire il libero mercato, secondo riconoscere le sovranità democratiche (come le neonate Ungheria e Cecoslovacchia), terzo garantire un sistema di pace tra le nazioni.

Viene introdotto un concetto nuovo: la sicurezza è garantita dal sistema internazionale. Anche la sicurezza nazionale è legata alla sicurezza internazionale: le due cose non sono più scindibili.

NB Non è solo sicurezza militare. È anche e soprattutto sicurezza economica, ovvero la garanzia di mantenere un sistema di scambi internazionale favorevole allo sviluppo degli Stati Uniti.
La Società delle Nazioni e il nuovo sistema internazionale naufraga prima ancora di iniziare la navigazione. Il Congresso Usa boccia l’iniziativa del Presidente votando per non entrare nella SDN e abbracciando una linea di politica estera di disimpegno totale (conosciuta nelle fonti storiche come “isolazionismo”).

Senza il suo sponsor più importante il sistema post Versailles non sta in piedi; barcolla per un po’ e, al primo strappo violento (la crisi finanziaria del ’29-’33), crolla. Le economie si chiudono in un protezionismo che accentua le difficoltà.

A fine anni ’30 Germania, Giappone e Italia avanzano ipotesi di un nuovo ordine mondiale e di un nuovo sistema, alternativo sia al liberalismo americano sia alla politica di equilibrio europea: un sistema di economie centralizzate (mantenendo il capitalismo e le proprietà private) gestite da stati-imperi che sfruttano allo stremo le risorse dei territori e dei popoli sottomessi con la forza militare. La competizione sarebbe rimasta tra questi grandi blocchi, probabilmente fino alla resa dei conti tra i più forti.

Per gli Stati Uniti l’ascesa di Hitler si rivelò molto più pericolosa della sopravvivenza dell’Urss. Infatti mentre Stalin si accontentava di gestire i confini dell’impero sovietico, sottraendo un paese povero al commercio mondiale, Hitler aveva l’obiettivo di distruggere il sistema di scambio internazionale (l’antisemitismo, con il suo attacco alla finanza internazionale gestita in buona parte da ebrei, rispondeva bene a questa esigenza). Se Germania e Giappone fossero riuscite a sottomettere l’Europa e l’Asia allora:

1. sarebbe finito il sistema economico basato sul commercio internazionale

2. ci sarebbe stata la crisi degli Stati Uniti, la cui ricchezza è basata sullo scambio internazionale<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />

3. anche per gli Usa sarebbero stati obbligati ad andare verso una politica statalista, centralizzata, militarista, in parte antidemocratica, in preparazione ad una probabile guerra.

C’è da dire che nel ’39–’40 questa prospettiva era tutt’altro che remota.

La contrapposizione tra i due mondi diviene esplicita durante i cinque anni di guerra; e queste idee confluiscono in un progetto di ricostruzione molto articolato e molto più solido di quello messo in piedi al termine del primo conflitto mondiale. Fulcro del nuovo sistema mondiale sarà la l’economia statunitense: l’unica superpotenza economica emersa dalle macerie della guerra.

(L’Urss si dimostrò una superpotenza militare, ma certamente la sua ricchezza non era paragonabile a quella americana).

 

Quale sistema?

Il nocciolo culturale è lo stesso di Wilson: democrazia + libero commercio. In questo caso però il sistema è molto più complesso e molto più efficace.

ONU – garantisce la sovranità dei paesi. Partecipano tutti gli stati ma in cinque hanno diritto di veto: Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia e Cina.

Bretton Woods – cittadina americana in cui viene trovato l’accordo per fissare la convertibilità delle monete con il dollaro Usa. I protocolli collegati dovevano dare stabilità finanziaria alla ricostruzione economica. Sono istituite le grandi organizzazioni sopranazionali, FMI e BM, per evitare il ripetersi di crisi economiche potenzialmente distruttive del sistema. Rimettere i capitali dove il ciclo economico o la congiuntura o qualunque altro motivo lo rendevano necessario: questo era l’obiettivo delle istituzioni finanziarie.

Furono inoltre varati ambiziosi programmi di prestiti (il più celebre è il Piano Marshall): una valanga di aiuti a condizioni vantaggiosissime (in parte a fondo perduto) per far ripartire in fretta l’economia nei paesi europei.

Infine la politica economica adottata fu quella ispirata da Keynes: intervento statale forte a sostegno della economia di mercato e del progresso sociale della popolazione (welfare state, istruzione, formazione, sostegno all’occupazione).

Il sistema funzionò. Gli anni tra il 1950 e il 1970 sono l’età dell’oro dell’occidente. La piena occupazione consentì una crescita in termini di Pil mai più avvicinata (il dato per l’Europa meridionale nel suo complesso è del 4.8%); il cambio fisso col dollaro e la rigidità salariale si sposò con un sistema commerciale regolato ma aperto; il welfare e la partecipazione democratica era in continua espansione. Lentamente anche i rapporti di disuguaglianza cominciarono ad essere toccati. La guerra fredda catalizzava l’attenzione politica, ma in termini economici non creava problemi. Certo il mondo sovietico rompeva l’idea “globale” del sistema, ma non ne inficiava il funzionamento. A guastare le cose giunse la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, il collasso dell’economia pianificata comunista e l’affermazione delle idee neoliberiste.

Il neoliberismo

Secondo Giovanni Gozzini la fortuna del termine globalizzazione si trova “nel ciclo lungo della cultura occidentale: quello che a partire dagli anni Ottanta, ha visto l’affermarsi di un filone di pensiero neoliberista, individualista, antistatalista, proteso ad affermare su scala globale il valore del mercato come arena della competizione e quindi come strumento demiurgico di efficienza”.

La globalizzazione liberista – scrive Ignacio Ramonet nell’introduzione all’Atlante del mondo del 2002 – costituisce la caratteristica principale del mondo contemporaneo. Seguiranno alcuni approfondimenti – inesorabilmente parziali e non esaurienti – per fornire quel minimo di conoscenze necessarie per orientarsi in questa sezione di soria di grande rilevanza. Ancora Ramonet sottolinea il fatto che i rapidi cambiamenti intercorsi negli ultimi anni (e ancora in atto) rendono obsoleti i punti di riferimento; “categorie politiche e sociologiche rimaste solide per due secoli sono crollate. La cassetta degli strumenti concettuali di cui ci eravamo a lungo serviti per comprendere e spiegare l’evoluzione delle cose si è improvvisamente rivelata inadeguata, sprovvista di nuovi strumenti in grado di misurare i cambiamenti in corso”.

Questi cambiamenti sono appunto l’insieme di fenomeni che derivano o si legano al neoliberismo guidato da Washington: preminenza della sfera economica su quella politica; peso della finanza internazionale nello stato di salute delle economie nazionali; cultura di massa globale consumista e individualista; precarizzazione dei rapporti sociali e di lavoro; degrado ambientale; flussi migratori di massa; distruzione della biodiversità; espansione delle multinazionali; esplosione della disuguaglianza nord-sud; sviluppo di reti mafiose, proliferazione di paradisi fiscali; moltiplicazione delle guerre e del terrorismo; controllo dei canali informativi tramite pubblicità, tv, internet, telefonia.


[1] Nel 1973 la crisi petrolifera e l’abbandono del dollaro come moneta riferimento creano una rottura del sistema messo in piedi all’indomani della guerra. Vedi accordi di Bretton Woods.

[2] Una parentesi interessante di queste serie di dati ci viene fornita dal confronto tra i paesi occidentali/europei e i paesi dell’estremo oriente (Cina e India). La separazione tra i due mondi è avvenuta in conseguenza all’apertura del commercio internazionale (‘500) o in conseguenza della rivoluzione industriale (‘800)? Ebbene non sono state le leggi del libero commercio a rendere più ricchi i popoli europei bensì la scienza e la tecnica: fino al settecento Cina e Europa avevano parametri di Pil simili. Chiusa parentesi. 

[3] All’inizio del 900 ci sono solo 40 stati. Il resto sono territori occupati come colonie oppure gestiti da Principati, Califfati, tribù eccetera, composti cioè da popolazioni che non si riconoscevano in stati nazionali.