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Cile, l'altro 11 settembre


Santiago e non New York. Carri armati nelle strade  e soldati dentro al palazzo presidenziale (la “Moneda”) anziché aerei contro le torri gemelle. Augusto Pinochet e non Bin Laden. L’undici settembre più famoso della storia, fino al 2001, era quello cileno, che costò la vita al presidente Salvador Allende e la democrazia al paese sudamericano per quasi venti anni. La storia del golpe cileno è cosa nota: il generale Augusto Pinochet, sostenuto attivamente dalla CIA, guidò un’insurrezione contro il governo legittimo (una coalizione socialisti-popolari) e sparse il terrore per il paese. In tre giorni, oltre all’omicidio del presidente, si contarono 3200 persone morte o scomparse, 80 mila imprigionate e 200 mila fuggite per motivi politici.

Consegnata alla storia come una pagina nera della politica latino-americana, la vicenda cilena ha sempre trascurato un aspetto di grande rilevanza: il Cile di Pinochet è stato il primo paese a tentare di mettere in pratica le teorie economiche della scuola di Chicago.

C’era stato un tentativo di passare dalla porta della legalità, con l’investimento di un centro studi economici proprio a Santiago. Ma i successi elettorali di Allende nel 1970 e ancora nel 1973 (malgrado il boicottaggio degli Stati Uniti) misero seguaci di Friedman decisamente all’angolo. Con il colpo di stato si aprivano nuovi scenari.

Già il 12 settembre una equipe di economisti friedmaniani – guidati da Sergio de Castro direttore dell’Università cattolica di Santiago – presentò un progetto articolato di riforme economiche: privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, deregulation. “Per noi fu la rivoluzione” affermò uno dei consiglieri di Pinochet, Cristian Larroulet. Incapaci di far passare le proprie posizioni nel contesto democratico adesso i neoliberisti si presero la rivincita; non c’era più bisogno di convincere l’opinione pubblica: i loro oppositori più capaci erano in prigione, o morti, o in fuga; il terrore dei rapimenti e della carneficina allo stadio nazionale tenevano a bada tutti gli altri.

Augusto Pinochet però non sapeva nulla di economia. Si fidò dei consiglieri. Privatizzò aziende statali (ma non le principali), diminuì i dazi doganali, favorì le operazioni finanziarie dall’estero, tagliò del 10 per cento le spese sociali, tolse il controllo dei prezzi. L’effetto fu devastante. L’inflazione schizzò al 375%, la disoccupazione dilagò, le imprese fallirono sotto la concorrenza dei prodotti esteri, la povertà si diffuse a livelli mai conosciuti. Chiamati in causa i responsabili economici diedero una spiegazione apparentemente sconcertante: il sistema non ha funzionato a causa della troppo poca radicalità: la colpa non è delle riforme ma dell’intervento governativo dei decenni precedenti. La ricetta è: più privatizzazioni, più deregulation, più tagli.

Per convincere i settori recalcitranti dello stesso governo Pinochet, giunse a Santiago nel marzo 1975 nientemeno che Milton Friedman (invitato da un istituto bancario).

Fu accolto come un capo di stato, anzi come una star mondiale dello sport o dello spettacolo: le sue parole riecheggiavano in tv e sui giornali. Ebbe un colloquio con Pinochet e, naturalmente, con i responsabili economici. Per tutti il consiglio, quasi l’ordine, fu di continuare la terapia, di renderla un vero e proprio shock.[1] Nel 1975 iniziò la fase più drastica delle riforme economiche.

Nel 1980 la spesa pubblica era stata ridotta del 50% rispetto al 1973, praticamente distruggendo la sanità pubblica e l’istruzione obbligatoria. La liberalizzazione doganale aveva fatto fallire migliaia di aziende; la disoccupazione passò dal 3 al 20 per cento.

Nel 1982 l’economia collassò. L’inflazione risalì a livelli insostenibili, il debito esplose[2], la disoccupazione toccò una persona ogni tre. Per non perdere il potere Pinochet ricorse alla ricetta che aveva ripudiato: nazionalizzò le aziende vitali per il paese. In questo modo l’economia riprese ma la crescita – che fu effettivamente molto alta – ebbe una concentrazione straordinaria nei piani alti della scala sociale. Un trend che non è più stato modificato, come dimostra il rapporto delle Nazioni Unite del 2007 che vede il Cile come l’ottavo paese del mondo per disuguaglianza sociale.

Malgrado questo (o forse proprio per questo) New York Times, Washington Post, Economist e tutti i media del business indicano l’esperienza cilena come un “miracolo economico”; indicando nella ricetta di Friedman il merito del successo.

Per chiudere la storia del Cile – questa meno nota, non quella ben conosciuta  che vide la deposizione pacifica di Augusto Pinochet nel 1988 e la transizione democratica fino alla vittoria elettorale della socialista Bachelet nel 2006 – riportiamo la storia del ministro della difesa e ambasciatore presso Washington del governo Allende, Orlando Latelier.

La storia di Orlando Latelier
Imprigionato in seguito al golpe, viene rinchiuso per un anno prima di essere liberato e quindi costretto all’esilio. Dall’estero Latelier scrive parole di fuoco, scomode non solo per la giunta:

“negli ultimi tre anni diversi miliardi di dollari sono stati sottratti dalle tasche dei lavoratori salariati e infilati nelle tasche dei proprietari … La concentrazione della ricchezza non è un caso, ma la regola; non è l’effetto collaterale di una situazione difficile ma la base di un progetto sociale; non è un inconveniente economico, ma un successo politico.”(Latelier, The Chicago boys in Cile).

L’impegno di Latelier, esule a Washington ed esperto di economia, si concentrò sul legame tra il regime dittatoriale e la dottrina economica. Se la condanna al regime era pressoché unanime (torture ed esecuzioni sommarie non erano tollerate dall’opinione pubblica mondiale) non altrettanto succedeva per la ricetta economica. Violenza di stato e neoliberismo sono progetti intrecciati o paralleli?? Secondo molti il legame era del tutto casuale; come dottor Jeckill e mister Hide il generale Pinochet era uno spietato dittatore in giacca militare per trasformarsi in illuminato riformista con la cravatta dei summit finanziari.

Latelier sosteneva viceversa che uno serviva l’altro: il terrore per applicare le riforme. In un articolo sulla rivista The Nation attaccò l’opinione dominante per cui le torture, i rapimenti, la paura diffusa non hanno nulla a che fare con il radicalismo economico; accusando i sostenitori di questa posizione di ipocrisia: “questa nozione così comoda … permette a questi portavoce finanziari di sostenere la loro idea di libertà mentre si riempiono la bocca di diritti umani.” (The Nation, 28 agosto 1976).

Nell’articolo si attacca anche l’ispiratore dell’economia cilena, nientemeno che Milton Friedman e la sua scuola: “il piano economico andava imposto, e nella situazione cilena ciò si poteva fare solo uccidendo migliaia di persone, costruendo campi di concentramento, imprigionando più di 100.000 persone in tre anni (…) La regressione per la maggioranza e la libertà economica per piccoli gruppi privilegiati sono, in Cile, due facce della stessa medaglia. C’è un’armonia intrinseca tra libero mercato e terrore illimitato.” (The Nation, 28 agosto 1976)

Il 21 settembre Orlando Latelier saltò in aria mentre si recava a lavoro. La sua auto fu fatta esplodere, nel centro di Washington quartiere delle ambasciate, con una bomba radiocomandata posta sotto il suo sedile.

I colpevoli sono stati individuati dall’Fbi e condannati da una corte federale americana. Si tratta di esponenti della polizia segreta cilena entrati in territorio statunitense con passaporti falsi, sembra con l’avvallo della Cia. La famiglia Latelier non è riuscita, malgrado le numerose azioni legali, a portare Pinochet di fronte a un tribunale per l’assassinio di Orlando. Pinochet, una volta dimessosi dai vertici istituzionali, è stato incriminato per svariati atti: omicidi, rapimenti, torture, corruzione e evasione fiscale. Nessun tribunale è riuscito comunque a condannarlo: è morto a novantun anni nel dicembre 2006.

Ancora oggi la maggior parte degli analisti economici e politici tendono a negare o sorvolare l’intreccio tra la politica del terrore e le riforme neoliberiste nel Cile di Pinochet. Milton Friedman in una intervista rilasciata nel 2000 dichiarò: “la cosa davvero importante a proposito della questione cilena è che i liberi mercati sono riusciti nell’intento di creare una società libera”.



[1] “Nelle sue memorie Friedman parla del colloquio con Pinochet, ricordando i suoi consigli di tagliare del 25% le spese del governo, e di non retrocedere di fronte alle centinaia di migliaia di licenziati dal settore pubblico e ad altri problemi passeggeri. Solo con l’intervento rapido e radicale l’inflazione poteva essere controllata. Il gradualismo non è praticabile – sostenne – sottolineando più volte con la parola shock l’effetto che si doveva creare.

[2] Il motivo principale sta nella deregulation (assenza di vincoli e responsabilità): finanziarie e multinazionali si sono comprate le risorse dello stato con i soldi presi in prestito, accumulando così un debito enorme (14 miliardi di dollari).