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I SONNAMBULI - Nikolaj Hartwig


 Nikolaj Hartwig – Ambasciatore russo a Belgrado

Ad un certo punto era noto anche come il “re di Belgrado”. Per influenza, prestigio e atteggiamento, sembrava lui il responsabile della politica decisa nella capitale serba. Iniziò la costruzione del suo potere personale dopo l’assassinio del primo ministro Stolypin nel settembre 1911, quando la centralità del Consiglio dei Ministri a San Pietroburgo iniziò a vacillare data la scarsa indole carismatica del successore Kokovcov e del ministro degli esteri Sazonov. Hartwig si era formato all’interno del dipartimento asiatico del ministero degli esteri, acquisendo una subcultura caratterizzata da atteggiamenti risoluti e metodi estremamente duri. Appena giunto a Belgrado, nel 1909, si distinse per la sua posizione di politica attiva nei Balcani con orientamento panslavista e antiaustriaco. La sua stretta amicizia con lo zar Nicola II gli permettevano una autonomia di azione incredibile, soprattutto perché in alcune fasi era apertamente contraria alle posizioni ufficiali del governo russo. Hartwig lavorò per costituire una lega balcanica in grado di attaccare l’impero ottomano (I guerra balcanica) e sollecitò Belgrado a mantenere i territori di Macedonia e Albania sottratti alla Bulgaria (II guerra balcanica). Infine fece il possibile per alzare gli animi nel contenzioso con l’Austria in merito al territorio bosniaco. Anche la sua morte ha contribuito a peggiorare le relazioni nel corso della crisi del 1914. Soffriva da tempo di ipertensione e forti mal di testa, era obeso e sicuramente sotto stress. Non pensava però che dai fatti di Sarajevo sarebbe scoppiato un conflitto, tant’è che fissò le ferie per il 13 luglio. Nei giorni precedenti, dissero, era in pessime condizioni di salute.
Il 10 luglio però voleva chiarire alcune voci circa la posizione, sua e della Russia, in merito agli attentati di Sarajevo. Andò pertanto nello studio del rappresentante austriaco a Belgrado - il barone Giesl – nella speranza di superare le incomprensioni. Perché l’ambasciata russa non aveva disposto le bandiere a mezz’asta il giorno dei funerali, come tutte le altre nazioni? E cosa c’era di vero nelle voci che parlavano di risate e brindisi proveniente dalla sede di Hartwig la sera dell’attentato? Forse Hartwig temeva che ulteriori voci di corridoio si fossero aggiunte a complicare la sua personale posizione.
Invece l’incontro fu molto amichevole. Il rappresentante russo si lamentò dei problemi di saluto e parlò delle sue vacanze fissate come ogni anni nella località di Bad Nauheim; aveva appena iniziato a spiegare l’estraneità del governo serbo nell’attentato e le sue intenzioni per il futuro quando scivolò lentamente dal divano e perse conoscenza, ancora con la sigaretta tra le dita. I soccorsi furono inutili: Hartwig era morto accidentalmente nella sede diplomatica dell’Austria-Ungheria. La stampa nazionalista serba diede libero sfogo alle teorie complottistiche incendiando ulteriormente il campo: un quotidiano descrisse Gisel e sua moglie come dei “moderni Borgia” che avvelenano gli ospiti indesiderati; la voce comune parlava di assassinio, e al tanto amato rappresentante russo fu riservato addirittura il funerale di Stato. Come scrisse l’inviato francese Decos Hartwig è morto proprio quando la sua volontà aveva trionfato, “imponendo all’Europa la questione serba nella forma violenta che gli conveniva.” (I sonnambuli, p.468)