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I SONNAMBULI - Raymond Poincaré


Raymond Poincaré – Ministro esteri francese e poi presidente della Repubblica.

Fu primo ministro e ministro degli esteri dal gennaio 1912, imprimendo un segno di assoluta risolutezza nell’alleanza con la Russia in chiave antitedesca. In combutta con l’ineffabile Izvol’skij, strinse a più riprese un’intesa che diventò un’alleanza difensiva e poi – di fatto – un’alleanza tout court. E’ da tenere presente che Izvol’skij è il responsabile del pasticcio sulla Bosnia, “regalata” per sbaglio all’Austria, ma che subito dopo – per discolparsi – ha abbracciato una politica duramente antiaustriaca. E – particolare importantissimo – con la piena consapevolezza che una aggressiva politica panslava a favore della Serbia avrebbe potuto creare le condizioni per l’esplosione di un conflitto.

I fatti ci dicono che l’orientamento degli esteri sotto la guida di Poincaré (ben prima del 1914 quindi!) fu orientato a creare le condizioni perché un intervento russo a protezione della Serbia obbligasse la Germania ad entrare in guerra, dando l’opportunità alla Francia di far scattare l’alleanza e vendicare così la sconfitta del 1871. Soprattutto in constatazione del fatto che la partecipazione della Gran Bretagna, sopravvalutata all’epoca come super potenza anche militare, avrebbe garantito una vittoria relativamente semplice.

Da dove arriva questo delirante odio per la Germania? E come fece a trascinare l’intero paese in questa rischiosa alleanza?

Forse conta il fatto che all’età di dieci anni la sua casa a Bar-le-Duc nella Lorena fu occupata per tre anni dai tedeschi obbligando la sua famiglia a fuggire. In qualche modo aveva interiorizzato il sentimento di revanscismo antintedesco, che rappresentò una sorta di stella polare nella sua intera azione di governo. I documenti informali di collaboratori e assistenti ci parlano di una linea d’azione incredibilmente aggressiva, che agì sul piano interno allontanando dal Ministero degli Esteri chiunque fosse suo oppositore, e sul piano internazionale con una linea di fermezza addirittura surreale rispetto alla potenza tedesca. Emblematico è il suo viaggio in Russia tra il 22 e il 25 luglio ’14, che risulterà in qualche modo decisivo per spostare l’equilibrio della crisi dalla parte del conflitto anziché quello della pace. Passato il viaggio dando istruzioni al neo-primo ministro, l’inesperto ex socialista René Viviani (la cui ignoranza in politica estera fu definita “scioccante”) il Presidente francese tenne numerosi incontri formali e informali con i vertici dell’establishment russo. Incredibilmente i verbali sono stati tutti perduti, ma l’esito della tre giorni è stata ricostruita dalle numerosissime testimonianze. Con lo zar si prodigò per rinsaldare l’alleanza e nel sostenere la necessità di limitare l’azione di uomini come Witte (ex influente primo ministro della Russia) e Caillaux (idem per la Francia) favorevoli ad una nuova politica di avvicinamento delle quattro potenze europee.

All’ambasciatore austriaco Poincaré riferì di un quadro preoccupato e preoccupante, riassunto da una dichiarazione riportata dal diplomatico nelle comunicazioni inviate a Vienna:

“La Serbia ha alcuni amici molto cordiali nel popolo russo. E la Russia ha un alleato, la Francia. Ci sono parecchie complicazioni da temere!”

Una affermazione che stupì perfino i russi, tutt’altro che decisi – siamo al 21 luglio – sul da farsi.

La cena in ambasciata quella stessa sera chiarì la divergenza tra un infervorato Poincaré e un cauto e prudente Sazonov: “il periodo per noi è brutto, i nostri contadini sono ancora molto occupati col lavoro nei campi”. Sconcertato dalle titubanze del ministro, Poincaré  si adoperò per dare istruzioni al suo fedele ambasciatore Paléologue (un altro invasato visionario) di incoraggiare il referente degli esteri russo a mantenere “fermezza”. Il quadro iniziava ad avere troppe crepe: mentre i rappresentanti militari dei due stati brindavano alla prossima guerra e alla vittoria, Viviani cadeva in crisi nervosa mentre Sazonov e Izvol’skij, dopo tante chiacchiere, erano seri, preoccupati e incerti.

La sera successiva Poincaré trovò un’ulteriore ribalta per rinvigorire i vertici russi riguardo alla linea di inflessibilità da tenere nei riguardi dell’Austria. Furono le figlie del re del Montenegro – Petr Nikolaevic – panslavista convinto e parente indiretto dello zar Nicola II, ad accendere gli animi: Anastasia e Milica tennero banco tutta la sera con la storia della guerra in arrivo, dell’Austria da annientare, Berlino da conquistare e arrivarono a rimproverare apertamente Sazonov per lo scarso ardore mostrato nel sostegno alla Serbia. Il quale si reagì ancora una volta in modo impacciato e freddo.

Nel suo diario Poincaré annotò “per fortuna lo zar mi sembra più determinato di Sazonov a difendere la Serbia per via diplomatica”.

Alla fine il viaggio ottenne esattamente quel che il Presidente voleva: ribadire la saldezza dell’alleanza e una linea di fermezza, in grado da mettere l’Austria davanti alla consapevolezza che attaccare la Serbia equivaleva a dichiarare guerra a Russia e Francia. Ufficialmente la sua linea era dettata da un’idea di pace: Austria e Germania sarebbero certamente retrocesse di fronte a tanta determinatezza.

“Mantenere la posizione” nella convinzione che la mossa porti l’avversario a retrocedere. Ma se anche l’avversario (Austria e Germania) gioca allo stesso modo? Lo stesso 25 luglio, giorno della partenza dei francesi, fu consegnato l’ultimatum alla Serbia. Un ultimatum stilato appositamente perché non potesse essere accettato, nella convinzione che Russia e Francia non avrebbero trascinato l’intero continente in guerra per salvare Belgrado.