You are hereL'Italia repubblicana / La sintesi / La sintesi - capitolo 2 (1970-1975)

La sintesi - capitolo 2 (1970-1975)


 Le riforme a metà 1970-1975

1970 – Nella primavera vengono istituite le Regioni, applicando così le indicazioni costituzionali del 1948. Con le prime elezioni si creò quello che Dc e conservatori avevano sempre temuto: una “fascia rossa” nell’Italia centrale (Emilia Romagna, Toscana e Umbria) che adesso aveva anche la legittimità e il potere di governo dato dalla struttura amministrativa regionale.
Nel maggio fu istituito lo strumento del Referendum: con 500mila firme oppure cinque consigli regionali o il 25 per cento del Parlamento poteva essere istituita una consultazione popolare per abrogare (ma non proporre) una legge dello Stato.
Anche le pensioni furono riordinate con importanti miglioramenti per i lavoratori. Dopo 40 anni di lavoro la pensione sarebbe stata il 74 per cento del salario medio degli ultimi cinque anni.
 
Lo Statuto dei Lavoratori fu introdotto nel 1970 grazie alla determinazione del socialista Giacomo Brodolini. Tra i vari diritti c’era quello, rivoluzionario, del diritto di appellarsi al giudice in caso di licenziamento illegittimo o ingiusto. Era finito il tempo del potere arbitrario del datore di lavoro sul lavoratore.
Sempre nel 1970 viene varata la legge che istituisce il divorzio in Italia. Avversata duramente dalla Dc fu approvata con i voti di tutti i partiti eccetto Msi e ovviamente la Dc. Una grande vittoria per l’Italia laica!
 
Estate - La battaglia di Reggio Calabria. La promessa di diventare capoluogo regionale decadde con la scelta di Catanzaro scatenando una durissima protesta sostenuta dal sindaco e da altri amministratori locali. La sinistra denunciò la rivolta come una intollerabile manifestazione territoriale e ne prese le distanze. Il Msi invece cavalcò l’onda, fomentando ulteriormente l’azione violenta. Nell’arco di alcuni mesi si contano 19 giorni di sciopero generale, 11 attentati dinamitardi, 32 blocchi stradali, 14 occupazioni della stazione, 2 della posta, una dell’aeroporto e una della stazione televisiva. Reggio Calabria era una delle città più misere d’Italia con migliaia di persone ancora alloggiate in abitazioni indecenti, un infimo livello di occupazione e di attività imprenditoriale. La possibilità di lavoro offerta dal governo regionale diventava cruciale per il futuro della città. Mentre il Movimento Sociale faceva il pieno di voti alle varie tornate elettorali, il governo rispose parzialmente con la costruzione del mega-impianto siderurgico di Gioia Tauro e l’assegnazione della sede non del governo regionale, bensì dell’Assemblea regionale. La valle di Gioia Tauro ricca di agrumeti e oliveti di qualità fu spianata per far posto a questa immensa area industriale in una visione di brevissimo respiro. A metà anni Settanta il mercato dell’acciaio conobbe un crollo clamoroso a livello mondiale, trasformando l’impianto di Gioia nel più classico esempio di “cattedrale nel deserto” edificato nel Mezzogiorno d’Italia.
La risposta della sinistra fu riposta in una appariscente manifestazione di solidarietà tra nord e sud. Nell’ottobre 1972 il Pci organizzò i treni per Reggio Calabria, portando quarantamila operai del centro-nord a sfilare nel centro della città calabrese tra lo stupore dei reggini.
Crescita del deficit pubblico – Dal 1970 il deficit dei conti pubblici dello stato iniziò ad aumentare con allarmante rapidità. C’erano due ordini di ragioni.
a.       Debiti delle imprese pubbliche. L’inefficienza, la corruzione, il clientelismo, l’assoluta assenza di responsabilità nei funzionari e dirigenti pubblici, portò numerose imprese – anche imponenti – a gestioni fallimentari. Peraltro nel 1971 fu costituito anche un fondo per il salvataggio delle imprese private ad alto impatto sociale: un provvedimento che salvò migliaia di posti di lavoro ma che costò allo stato un notevole disavanzo.
b.      Aumentarono le spese sociali (soprattutto pensioni, anche queste elargite con incredibile generosità) senza che ci fosse un corrispettivo aumento delle entrate fiscali. Nella seconda metà del decennio le spese per welfare “esplosero”:
1970 era il 38% del Pil
1973 era il 43% del Pil
1982 era il 55% del Pil
Il piano casa. Sulla spinta delle occupazioni e delle proteste per gli affitti eccessivi, fu varata la legge dell’equo canone e un poderoso piano-casa per risolvere il problema degli alloggi popolari. Addirittura furono stanziati più di mille miliardi di lire, per sostenere una revisione anche dei meccanismi che trasferiva a Comuni, Province e Regioni la gestione delle opere di urbanizzazione. La vischiosità della burocrazia e l’azione sabotatrice (a vari livelli) a difesa degli interessi degli speculatori e costruttori edili affossò praticamente il piano. Su 1062 miliardi stanziati ne erano stati spesi – al 1974 - solamente 42.
Il fisco Fu un’altra riforma abortita. Le spese crescenti dell’interventismo statale potevano essere tranquillamente coperte da un aumento del gettito fiscale (all’epoca basso) con criteri fortemente progressivi. La riforma fiscale del 1971 introdusse un nuovo sistema di tassazione progressiva per ogni tipologia di lavoro. Ma mentre i lavoratori dipendenti pagavano alla fonte la quota di tasse, i lavoratori autonomi, le imprese, le attività commerciali erano libere di dichiarare il guadagno senza alcuna reale misura di accertamento. Ancora una volta non è il provvedimento legislativo ad essere deficitario, bensì la sua applicazione. Una falla, quella dell’evasione fiscale, che porterà problemi insoluti per i decenni successivi.
Cassa per il Mezzogiorno L’ente per finanziare gli investimenti nel Sud d’Italia esisteva già. Ma ai primi Settanta ricevette un’ulteriore incremento di budget passando dai 28.1 miliardi del 1968 ai 33.5 del 1973. Ma erano soldi spesi malissimo. L’inutilità di mastodontiche opere infrastrutturali e improbabili industrie scollegate dal territorio su cui sorgevano svelano la natura contrattualistica dell’intervento. Peraltro certe scelte si rivelarono a breve particolarmente infelici poiché il petrolchimico (Italsider di Taranto) o il siderurgico (Bagnoli, presso Napoli) erano settori in declino nello scacchiere del mercato internazionale. Già negli anni Ottanta iniziò lo smantellamento, con migliaia di disoccupati, di questi immensi distretti industriali.
Ancora una volta per il Sud non c’era una visione seria di sviluppo del territorio, ma tutto faceva riferimento a una bieca logica di scambio clientelare, con i suoi mille effetti collaterali devastanti.
La svalutazione della lira
Il rallentamento dell’economia occidentale e le vittorie sindacali del ’69-’73 produssero un effetto drammatico nell’economia italiana. L’inflazione iniziò a salire, poiché i costi degli aumenti salariali furono scaricati in un aumento dei prezzi, ma la congiuntura internazionale rimase critica. Con la fuga di capitali, alimentata dai successi sindacali (una ritorsione abituale della grande finanza nei casi di avanzamenti della sinistra in tutti i paesi) il governo decise per la svalutazione della lira. Fu una scelta sbagliata perché si avviò una spirale inflazionistica capace di condizionare la politica economica italiana per almeno un decennio. Le importazioni vennero a costare di più, aggravando un aumento generalizzato delle materie prime sul mercato internazionale.
La strategia della tensione
12 dicembre 1969 – Piazza Fontana a Milano. Una bomba davanti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura uccide sedici persone e fa ottantotto feriti.
Polizia e ministro degli interni – a caldo - attribuiscono agli anarchici la responsabilità dell’attentato. Il primo accusato fu Pietro Valpreda un anarchico milanese, che risulterà innocente dopo tre anni di carcere e dodici di processi. Tra i fermati e interrogati in commissariato ci fu anche Giuseppe Pinelli; rimase 48 ore in questura sotto torchio degli inquirenti, finché poco dopo la mezzanotte del 15 dicembre morì cadendo dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi (non presente al momento della tragedia), dal quarto piano dell’edificio.
Da questo episodio partono due diverse storie. Quella della serie di attentanti che segneranno nel sangue il tentativo della società civile italiana di democratizzare e modernizzare il paese; e quella della vicenda Calabresi – Sofri, una vera e propria ferita aperta nella storia del paese.
Vediamo prima la drammatica vicenda del Commissario Calabresi. Oggetto di una campagna stampa da parte degli organi dei gruppi rivoluzionari e dell’insinuazione anche di molti intellettuali, il Commissario Luigi Calabresi fu ritenuto responsabile e colpevole della morte di Pinelli. Iniziò una lunga querelle giudiziaria, che si intrecciò con le indagini sulla morte di Pinelli, tale da alzare continuamente la tensione. Un episodio che certo ha contribuito a creare il terreno adatto alla nascita di gruppi di estrema sinistra disposti ad utilizzare la violenza e il terrorismo come strumenti di lotta politica.
Il 17 maggio 1972 fu assassinato sotto casa mentre saliva in auto per andare a lavoro da due sicari che gli spararono alle spalle. Le indagini, i processi, i pentiti (tali o presunti), le polemiche, la contrapposizione ideologica costituirono per molti anni il “caso Calabresi”, per poi tramutarsi oltre un decennio dopo, nel “caso Sofri”. Infatti l’inchiesta e il relativo e quanto mai controverso processo portarono alla condanna – nel 1997! – come mandante dell’omicidio Calabresi il famoso intellettuale ed ex leader di Lotta Continua Adriano Sofri. Insieme a lui Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi (ritenuto l’esecutore dell’omicidio) furono condannati a 22 anni di carcere. Il processo si è basato sulla testimonianza, quanto mai vaga, del quarto elemento coinvolto nel processo Leonardo Marino dichiaratosi pentito (tra sconti di pena e prescrizione non passò che pochi mesi in carcere e alcuni anni ai domiciliari). I tre imputati si sono sempre dichiarati estranei alla vicenda. Non c’è dubbio, come ha dichiarato lo stesso Sofri pochi anni fa al Corriere della Sera (http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_08/sofri_libro_77a23c7c-dd8e-11dd-9758-00144f02aabc.shtml), che esista una responsabilità morale nei tragici fatti avvenuti.
Appendice a questa storia è la conclusione delle ulteriori indagini svolte nel 1975 sulla morte di Pinelli per sentenza definitiva del giudice Gerardo D’Ambrosio che stabilì il decesso come “morte accidentale”. Lo stesso D’Ambrosio, in seguito protagonista di Mani Pulite e deputato della coalizione di Centrosinistra negli anni Novanta, terminò la sua chiacchierata con Mario Calabresi con una amara riflessione:
“Se il giudice che è riuscito a togliere qualsiasi dubbio sugli anarchici come autori della strage di piazza Fontana, che ha detto che sono stati i fascisti, e a rischiato la pelle per questo insieme ad Alessandrini, se uno così dice che non ci sono prove che Pinelli è stato ucciso e che anzi tutto depone per una precipitazione per malore. Gli atti giudiziari sono quelli e le prove sono inconfutabili. In quel momento scrissero sui muri che ero fascista. Poi quando dissi che non erano stati gli anarchici a mettere le bombe, allora dissero che ero comunista. Questa è l’Italia.”[1]
 
L’altro ramo della storia riprende proprio la pista anarchica della strage di Piazza Fontana. Le prove raccolte dall’inchiesta della Magistratura portavano in tutt’altra direzione. Erano i gruppi neofascisti dell’estrema destra del Veneto. In particolare alcuni esponenti – come Giovanni Ventura – potevano vantare inquietanti rapporti di amicizia con i vertici dei Servizi Segreti italiani. Si affacciò anche in Italia l’ombra lunga della “strategia della tensione” già attuata con successo in Grecia[2]. Ci si doveva aspettare una serie di attentanti e crimini vari per diffondere panico e incertezza allo scopo di preparare il terreno per un colpo di Stato?
La notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il principe Junio Valerio Borghese comandante della X Mas (reparto d’eccellenza della Repubblica di Salò) tentò un colpo di stato ancora più improbabile di quello architettato dal generale De Lorenzo. L’episodio è indicativo del clima di esaltazione vissuto dagli ambienti di estrema destra.
24 dicembre 1971 – Giovanni Leone viene eletto presidente della Repubblica dopo ben 23 ballottaggi e con l’appoggio determinante del Msi. I movimenti sociali da una parte, queste fibrillazioni sottotraccia nelle istituzioni dall’altra, stavano creando uno scenario tutt’altro che rassicurante.
La lotta armata
20 ottobre – Le Brigate Rosse annunciano la loro costituzione come “organizzazioni operaie autonome pronte a lottare contro i padroni”. L’allontanarsi della prospettiva rivoluzionaria portò i gruppi più accesi ed intransigenti ad optare per lotta armata come strumento per raggiungere l’obiettivo della rivoluzione comunista. Intorno a questa idea si coagulò una frangia del vecchio movimento del ’68 con giovani e giovanissimi che per tutti gli anni Settanta pensarono realmente di cambiare la storia del nostro paese con una guerra civile. Vi era poi un confine sfumato tra movimento di estrema sinistra e gruppi armati. Lotta Continua, Potere Operaio e altre sigle del movimento spalleggiarono ideologicamente l’azione dei gruppi armati; nomi come Renato Curcio, Mara Cagol, Alberto Franceschini divennero noti alle cronache politiche delle città del Nord, in particolare Milano e Torino. Dotati di una rigida struttura gerarchica l’universo della sinistra extra-parlamentare che aveva scelto la via della violenza per il sovvertimento politico sociale ed economico dell’Italia acquistò nel tempo una ampiezza di tutto rilievo; con migliaia di attivisti e centinaia di migliaia di simpatizzanti; sparsi un po’ in tutti gli ambienti della società.
1972
Primo governo di Giulio Andreotti (http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Andreotti). È il risultato delle elezioni dominate dall’exploit del Msi di Giorgio Almirante che porta la sua formazione di ex-fascisti al 8.7% con un pieno di voti soprattutto al sud. Segnano l’uscita del Psi dal governo e il ritorno ad una politica dichiaratamente di centro-destra. Ma la crisi economica e le grandi manifestazioni operaie del 1973 portarono ad una nuova svolta, con il governo Rumor basato, ancora una volta, sull’appoggio dei socialisti.
Marzo 1972 – Enrico Berlinguer segretario del Pci. Eletto al XIII Congresso del partito, era vice segretario già da alcuni anni. La sua figura dominò il partito per oltre un decennio, facendo leva su qualità molto diverse dal predecessore Togliatti (l’interregno di Longo non ha ricadute di rilievo). Avverso ad ogni accenno di culto della personalità, di origine sarda, è ricordato oggi soprattutto per una riconosciuta trasparente onestà, per i modi educati e cordiali, per un approccio alla politica appassionato e sincero.
20 marzo - Prima azione terroristica delle . Si tratta del rapimento simbolico – per soli venti minuti – del dirigente della Sit Siemens Idalgo Macchiarini. Negli stessi giorni un altro gruppo terroristico – il Gap di Giangiacomo Feltrinelli – si rese protagonista di un fosco e tragico episodio. Il ricco editore, amico di Fidel Castro, deciso a contrastare la svolta autoritaria (era ossessionato dall’idea di un colpo di stato fascista in Italia) con la lotta armata, saltò in aria su un ordigno esplosivo che egli stesso stava preparando intorno ad un traliccio dell’alta tensione a Segrate, vicino Milano.
1973
Il 1973 è l’anno di rottura per l’economia occidentale del dopoguerra. Per un paese in via di trasformazione come l’Italia gli effetti furono probabilmente particolarmente nefasti. (crisi + cambiamento = instabilità e incertezza). In autunno i paese dell’Opec aumentarono il prezzo del petrolio del 70 per cento e ne diminuirono l’esportazione del dieci per cento. Questo aumento vertiginoso del prezzo dei combustibili si associò alle turbolenze finanziarie e monetarie dovute all’uscita dal sistema di Bretton Woods e dalla fluttuazione delle varie monete nazionali (con conseguente forte aumento dei tassi di interesse).
L’Italia, come altri paesi, imparò a convivere con la stagflazione, cioè la combinazione di prezzi in crescita ma economia stagnante. L’inflazione era dovuta principalmente ai prezzi alti dei carburanti, alla svalutazione della lira (prezzi alti per l’acquisto di materie prime e merci dall’estero), al meccanismo della scala mobile (ovvero alla forza del movimento operaio) che impedì di legare l’aumento salariale all’aumento della produttività. Con il fallimento di imprese piccole, medie e grandi iniziò a riaffacciarsi il problema della disoccupazione e di una povertà di ritorno.
Ottobre 1973 – Enrico Berlinguer in una serie di interviste su Rinascita http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/cms/upload/61.pdf  lancia l’idea del “Compromesso Storico” tra i tre principali partiti italiani per risolvere definitivamente i problemi strutturali dell’Italia e portare a compimento l’opera iniziata con la stesura della Costituzione. Quanto avvenuto in Cile – quando l’11 settembre di quello stesso anno – spinse il segretario comunista ad abbandonare l’idea di una (improbabile) vittoria elettorale come strada per riformare il paese. Il rischio di interventi esterni e sabotaggi di ogni tipo avrebbe comunque reso inefficace l’azione del Pci. Fu Berlinguer dunque a rimettere la palla in gioco per una terza possibile svolta politica fondata sull’unità delle masse cattoliche e di sinistra. La visione di alto profilo aveva anche l’obiettivo di contenere gli effetti degradanti insiti nello sviluppo capitalistico: “lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione dei particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato”.[3] La proposta era molto ambiziosa:
a.       salvare la democrazia in Italia bloccando le tentazioni autoritarie della Dc e di parte dei ceti medio-alti italiani. Isolare i settori reazionari insiti nell’apparato statale.
b.      Introdurre elementi di socialismo nell’economia e rinnovare la società secondo linee etiche basate sulla cooperazione, l’austerità, i valori collettivi.
Le critiche furono durissime. Sia da sinistra, sia dagli ambienti vicini alla Dc (e molto allarme suscitò anche nelle diplomazie dei paesi alleati, in primis gli Stati Uniti).[4] Al di là della militanza politica la prospettiva di austerità di dimostrò del tutto incompresa in un immaginario collettivo che – nelle classi popolari come in quelle medie – aspirava sempre di più ad un sensibile miglioramento delle possibilità di consumo privato. Casomai è la lungimiranza che, ad oggi, colpisce e affascina di quella posizione pubblica datata 1973.
 
1974
Due scandali per la Dc – il primo riguarda un’inchiesta su fondi illeciti che alcune compagnie petrolifere avrebbero versato ad esponenti politici della Dc. In seguito a questo scandalo fu approvata la legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Il secondo scandalo riguarda l’ennesimo tentativo di organizzare un colpo di stato. La “Rosa dei Venti” era una struttura neofascista sorta per coordinare azioni terroristiche in vista di un golpe militare. Tra gli affiliati vi erano esponenti delle forze armate e dei servizi segreti. Il magistrato di Padova Giovanni Tamburino scoprì l’organizzazione e fece arrestare il generale Vito Miceli, capo del Sid (servizi segreti), bloccando l’attività sovversiva. La Corte di Cassazione fece trasferire il processo a Roma, dove Miceli fu repentinamente scarcerato. Il 1974 è l’anno anche del “golpe bianco” ideato da Edgardo Sogno. Ex partigiano, militare, diplomatico e agente dei servizi segreti, dopo essersi iscritto alla P2 ideò un progetto di Stato autoritario in chiave anticomunista. I generali con cui aveva preso contatto furono però rimossi dall’incarico e il presunto golpe (sempre smentito) non fu nemmeno pianificato.
18 aprile – rapimento di Mario Sossi, giudice di Genova. Fu tenuto prigioniero per 35 giorni e poi rilasciato senza niente in cambio. Le BR ottennero il palcoscenico nazionale che volevano.
 
12 maggio – referendum sul divorzio. Vince il No (che confermava la legge) con il 59.3%
28 maggio – bomba in piazza della Loggia a Brescia durante una manifestazione antifascista. Otto morti. La strategia della tensione riprende corpo con un terribile attentato di matrice neofascista.
4 agosto – bomba sul treno Italicus Firenze-Bologna, 12 morti. Idem.
 
1975
è l’anno della violenza nelle manifestazioni tra estremisti di destra, legati al Msi, e giovani della sinistra extra-parlamentare. Prima a Roma viene ucciso Giorgio Mantekas neofascista di origine greca; quindi a Milano sempre in scontri tra fazioni muore il giovane di sinistra Claudio Varalli; il giorno successivo durante una manifestazione di protesta un automezzo della polizia investì e uccise un altro ragazzo dei comitati antifascisti: Giannino Zibecchi.
15 giugno – elezioni regionali e amministrative. Il Pci si presentò come il partito delle “mani pulite” in contrapposizione all’evidente malaffare del governo e delle amministrazioni guidate dalla Dc. Il risultato fu eccezionale: +6% arrivando al 33%. Il Psi mantenne il 12% e la geografia politica delle regioni italiane risultò rivoluzionata: l’alleanza di sinistra confermò le tre regioni del centro e ci aggiunse la Lombardia, il Piemonte, la Liguria. Le principali città italiane, da Milano a Roma a Napoli, passarono alla sinistra. Ma il dato più allarmante, per la Dc e per i “tutor” statunitensi, era la percentuale del 47% toccata da un’ipotetica alleanza della sinistra guidata dal Pci. Sarebbe bastato un 2% in più per ribaltare un assetto di governo immobile dal 1948. Occorreva fare qualcosa.
Fanfani fu obbligato alle dimissioni e il timone del partito passò all’asse Zaccagnini – Moro. La linea perseguita fu quella di una prudentissima apertura a Berlinguer in vista di una fase governativa di “Unità nazionale”. Proprio in questo frangente scoppiarono ulteriori scandali in merito a tangenti ricevute da esponenti di primo piano dall’industria aerospaziale Lockheed per importanti commesse commerciali. Il congresso del partito sancì comunque la leadership di Aldo Moro, anche era una leadership debole e all’interno del partito era numeroso anche il gruppo degli scontenti e dei risolutamente avversi a qualunque dialogo con il Pci.
Primavera – entra in vigore il nuovo Diritto di famiglia. Ancorato al codice civile del 1942 e al codice penale del 1930 la legislazione in merito ai rapporti familiari si era trascinata fin dentro gli anni Settanta malgrado fosse già dal 1966, per iniziativa del socialista Pietro Nenni, che il Parlamento se ne stava occupando. Cosa stabilì la nuova legge? 1. Parità tra uomo e donna (fino ad allora il comportamento della donna era sotto la responsabilità del capofamiglia uomo) 2. Ridotta drasticamente la discriminazione legislativa per i figli nati fuori dal matrimonio 3. I genitori sono tenuti a tenere conto delle inclinazioni e dei desideri dei figli. Fu in questo frangente che il “delitto d’onore” sparì dalla legislazione italiana!
 
Luglio – i partiti comunisti di Italia, Francia e Spagna lanciano “l’eurocomunismo”, la via democratica al socialismo in autonomia rispetto al modello sovietico. Gli Stati Uniti erano in una fase di distensione nelle relazioni con l’Urss e queste novità nel fronte sud della Nato rischiavano di destabilizzare non poco l’assetto globale dei rapporti internazionali. IN più riprese i diplomatici Usa ammonirono gli italiani (e in particolare la Dc) ad impedire a qualunque costo che i comunisti potessero entrare nell’area di governo. In risposta il segretario del Pci – in una celebre intervista rilasciata al Pansa sul Corriere della Sera – annunciò il rispetto dell’alleanza Atlantica da parte del Pci al governo sia perché “l’uscita dell’Italia sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale” sia perché “mi sento più sicuro di qua”.
 


[1] Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, 2007, P.55.
[2] Il 20-21 aprile del 1967 una parte dell’esercito greco, sostenuto dalla Cia e con l’assenso del re, realizzò un golpe militare e instaurò una dittatura.
[3] E. Berlinguer, Austerità, occasione per trasformare l’Italia, 1977.
[4] Si veda a tal proposito il libro di Gentiloni Silveri, l’Italia sospesa, 2009.