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Le linee orizzontali


Capitolo B – La Periodizzazione

La storia dell’Italia nel dopoguerra si può leggere attraverso dei periodi di continuità e delle momenti di rottura. Questa scansione ci definisce alcune periodizzazioni che aiutano a capire quello che è successo, quali fattori hanno determinato la rottura e quali invece hanno caratterizzato le diverse fasi.
Ecco in apertura lo schema generale:
1943-1948 – Governi di unità nazionale. Lotta al nazifascismo e primi provvedimenti di ricostruzione.
1948-1955 – Governo della Democrazia Cristiana. Anni del centrismo all’insegna della conservazione.
1956-1966 – Stagione del “boom economico” e del Centro-sinistra, con l’ingresso del PSI in area governativa. Grandi riforme annunciate, solo in piccola parte realizzate.
1966-1980 – Il movimento, il terrorismo e il compromesso storico. Nel 1973 termina il grande ciclo di espansione economica dell’Occidente.
1980 – 1992 – Età del “riflusso”: sono gli anni del disimpegno e dei soldi facili.
1992 – 1994 - Crollo della prima repubblica e risanamento dei conti pubblici.
1994 – oggi – Il berlusconismo. L’imprenditore Silvio Berlusconi entra in politica con un partito nuovo e domina la scena per oltre 15 anni, cambiando per sempre l’Italia e gli italiani.

Capitolo 1 - Le fondamenta della repubblica. 1943 -1948
L’Italia che esce dal ventennio è “antifascista”. L’intero arco costituzionale (sinistra, centro e destra) si definisce antifascista. Il popolo era in maggioranza dalla parte dei partigiani.
Che cos’è stato il fascismo? Pietro Gobetti lo definì “l’autobiografia della nazione” e mai nessuna affermazione fu più felice. Ma la guerra aveva cambiato tutto. Adesso il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) raccoglieva le diverse istanze politiche: repubblicani a destra; Dc e Partito Liberale al centro, Partito Comunista e Partito Socialista a sinistra. Nella lotta di liberazione era molto importante il Partito D’Azione, che poi scomparve con la fine della guerra.
Il primo problema dei costituzionalisti fu come evitare che qualcosa di simile alla fascismo potesse ripetersi. Il fascismo non era stata una parentesi, aveva radici profonde. Dovevano essere trovate e tagliate.
La Costituzione del 1948 è antifascista per teoria e prassi. I suoi articoli fondamentali sono antitetici a tutti i valori dell’ideologia fascista. La svolta fu il successo referendario della Repubblica.
Il 2 giugno 1946 il 55% degli italiani scelse la Repubblica, e non era affatto scontato, né tantomeno ininfluente. La monarchia dei Savoia è stata un coagulo di forze antidemocratiche e reazionarie.
Nel 1915 una decisione personale del re trascinò l’Italia in una guerra rovinosa. Nel 1922 consegna al losco capopopolo Benito Mussolini – alla testa di bande illegali di ex combattenti – addirittura il governo del paese. Con esiti disastrosi e tragici, come l’intera documentazione storica mondiale ricorda.
Il 1946 è il primo caso di interruzione di classe dirigente in Italia decisa “dal basso”.[1]
Quale democrazia è quella che viene fondata nel 1946-48?
Molto diversa da quella liberale, in vigore fino al 1922. Questa è una democrazia di massa. Basti pensare al corpo elettorale.
1919 – diritto di voto per 10 milioni (solo uomini) – votano in 6 milioni.
1946 – diritto di voto per 29 milioni – votano in 27 milioni.
C’è soprattutto una grande partecipazione popolare alla vicenda politica: ci sono sindacati, associazioni, partiti di massa. Il Psi non aveva neanche centomila iscritti nel 1913, il Pci nel 1946 conta due milioni di iscritti, lo stesso Psi settecentomila.
I partiti politici godono di grande credibilità perché nello sfacelo istituzionale sono l’unico punto di riferimento nel momento di caduta del regime fascista. La democrazia italiana è stata costruita e si sviluppa intorno ai grandi partiti. Sono loro che ridisegnano i contorni dello stato italiano secondo prerogative democratiche – di partecipazione dei cittadini e di riconoscimento dei diritti civili – e consentono il pieno inserimento dell’Italia tra i paesi leader del mondo.
Dal punto di vista storiografico gli anni della ricostruzione sono stati molto criticati, ma a torto. Le condizioni oggettive erano durissime, e la costruzione di un paese democratico non erano per nulla scontata. Era il concetto stesso di democrazia ad essere incerto all’interno delle stesse culture e lo avrebbero poi “accudito”: quella cattolica e quella comunista. Una debolezza ideologica che ha portato a un curioso paradosso; siccome la Dc opera in molti frangenti come un potere illiberale – censure, abusi, veti, clientelismo, nepotismo, corruzione, occupazione indebita di spazi pubblici – il Pci assunse il ruolo di argine non secondo le linee della rivoluzione bensì secondo le linee degli ideali liberali. Una funzione che spiega la inedita convergenza di vedute tra intellettuali liberali, socialisti e comunisti.
Questa componente illiberale dei primi governi Dc rimanda al capitolo decisivo della costruzione della democrazia italiana; ovvero alle continuità con il regime fascista. Continuità di uomini, di norme e di apparati, descritte in maniera mirabile da Claudio Pavone nel celebre studio “Alle origini della Repubblica”. Così le possiamo riassumere:
1.     Mantenimento del codice penale (il codice “Rocco);
2.     Mantenimento in carica di prefetti, questori, magistrati, alti gradi dell’esercito che si erano dimostrati fedeli al regime fascista;
3.     Riproposta della scuola pubblica e della Università così come le ha costruite il fascismo.
4.     Mantenimento del Casellario politico centrale[2], e degli altri organi di spionaggio in funzione politica (il Sifar è il più famoso).
 
“Dalla continuità di uomini, culture ed apparati vennero anche altre, più traumatiche conseguenze: in particolare quando, superata quella fase, si profilarono ipotesi riformatrici che avranno simbolo e avvio nei primi governi di centrosinistra. Troveranno allora alimento – soprattutto fra i vertici dell’esercito e dei servizi segreti – inquietudine, sentimenti di insubordinazione e rivalsa che giungeranno sino ad attentare alla legalità repubblicana.”[3]
Quando lo stato accenna ad ampie riforme di tipo progressista in grado di ampliare la partecipazione democratica e sostenere (anche) gli strati popolari, ecco che pezzi dello stato si organizzano per bloccare tutto. Quando la cosa non riesce alla luce del sole, nella dinamica politica parlamentare, ecco che spuntano le trame oscure, i complotti, le logge segrete, le bombe nelle piazze e le stragi di stato. Una storia amara che affonda tragicamente le radici proprio nel difficile dopoguerra e nella mancata cesura con l’antidemocratico sistema fascista.
 
Capitolo 2 – Gli anni del centrismo (1948-1955)
I primi anni del dopoguerra sono aperti ad ogni prospettiva. Quello che si realizza però è un brusco rallentamento nel percorso di ricostruzione democratica iniziata con la resistenza. Si tratta di un processo di indebolimento dei cambiamenti radicali introdotti sull’onda di accessi conflitti. Un processo che abbiamo già visto nella storia della rivoluzione francese – a partire dal 1795 con il colpo di stato del 9 Termidoro – e in molte altre circostanze (anche la restaurazione post napoleonica è un caso simile). In pratica viene avviata una lunga e mascherata operazione di compromessi e atti, spesso disconnessi, orientati a ricollocare nel nuovo quadro politico-istituzionale vecchie figure e pratiche politiche.
In Italia dal 1946 al 1956 avviene proprio questo. Le tensioni ideali che avevano alimentato la Resistenza sono via via smussate, le più avanzate indicazioni della Costituzione sono accantonate e, nello stesso tempo sono ripristinati persone e metodi e lobby dell’epoca precedente. Come ha illustrato bene Claudio Pavone[4], sono molte le continuità con il periodo fascista.
NB Non è un ritorno indietro. È piuttosto un rallentamento del cambiamento.
I governi segnano un lento e inesorabile spostamento a destra: nel 1947 viene espulsa la sinistra dal governo (Psi e Pci) e viene allargata la maggioranza a partiti minori di centro e destra: Partito Liberale Italiano PLI, Partito repubblicano italiano PRI. In alcuni casi (Scelba e Segni) il governo si avvarrà del sostegno esterno del MSI, l’erede del partito fascista.
In cosa consiste la politica dei governi centristi?
-       compressione dei consumi popolari
-       bassi salari
-       sostegno ai prodotti di esportazione
Gli anni sono caratterizzati da una conflittualità molto alta, pagata con scontri molto duri tra classe operaia e forze dell’ordine. Il ministro dell’interno Mario Scelba è l’emblema di questa impostazione politica.
Se la prima industrializzazione ottocentesca fu pagata con la tassa sul macinato, il miracolo economico è stato pagato con i bassi salari dei dipendenti.
La vita degli italiani era dominata da una generica assenza di copertura di welfare e da una quota crescente di lavoro nero – due espedienti che permisero al prodotto italiano di essere maggiormente competitivo all’interno di un sistema di scambi commerciali favorevole alle economie emergenti.
Questa frenata del processo democratico determina anche una ulteriore stranezza del sistema politico e culturale italiano: la convergenza del pensiero liberale con quello comunista. Scrive Guido Crainz citando Anna Maria Ortese: “Non bisogna dimenticare che nell’Italia degli anni Cinquanta il comunismo era quasi un “liberalismo d’emergenza”: appariva cioè come l’unica e più decisa opposizione a una gestione del potere profondamente illiberale.”[5]
 
Capitolo 3 – L’Italia del miracolo economico
3.1. L’Italia contadina
L’Italia uscita dalla guerra era un’Italia poverissima. Ancora nel 1951 solamente il 7% delle case aveva la combinazione di elettricità, acqua corrente e servizi igienici interni. Nello stesso anno la voce “agricoltura, caccia e pesca” occupava la casella più ampia della suddivisione in settori – circa il 42% - raggiungendo però quasi il 59% nelle regioni del Sud. Si trattava di un’agricoltura arretrata, che non aveva mezzi meccanici né un efficiente sistema di produzione e distribuzione. La Pianura Padana tra Lombardia e Emilia Romagna rappresentava già una felice eccezione con le sue aziende meccanizzate e i lavoratori salariati. Scrisse Luigi Meneghello riferendosi alla situazione delle valli del Veneto nel 1944: “tutto era mescolato alla povertà”. Una condizione che appariva endemica in tutta la campagna italiana, e che si protrasse almeno fino al 1955.
Il dramma delle terre improduttive del Sud trovò soluzione nel fenomeno dell’emigrazione. Tra il 1946 e il 1957 oltre 1 milione di persone lasciarono l’Italia diretti verso le Americhe o l’Australia (per il 70% dal Sud); altri 840 mila si spostarono nei paesi del Nord Europa (Francia, Svizzera e Belgio). Se gli emigranti diretti in Argentina (la quota più alta, ben 380 mila) Canada o Stati Uniti tendevano a sistemarsi definitivamente, gli emigranti europei consideravano il lavoro all’estero solo una soluzione temporanea da uno a cinque anni.
Il celeberrimo studio del sociologo americano Edward Banfield nel paese di Chiaromonte in Basilicata mostra – oltre alla fondamentale teoria del “familismo amorale” – anche uno spaccato della dura vita del contadino meridionale. Siamo nel 1955 nella profonda campagna meridionale:
“Carlo Prato 43 anni, sposato con due bambini, quell’anno riuscì a lavorare per 180 giorni. A dicembre e gennaio lavorò in un frantoio di una città vicina, dormendo in baracche e lavorando dalle due del mattino alle nove di sera, in cambio di tre pasti, pochissimi soldi e mezzo litro d’olio al giorno; rimase poi disoccupato, finché trovò da lavorare nella costruzione di una strada, a circa tre ore di cammino da casa. D’estate riuscì a guadagnare un discreto salario, lavorando per i maggiori proprietari del suo paese; ma in autunno rimase nuovamente senza lavoro, dedicandosi al suo minuscolo appezzamento di terra. I Prato vivevano in una casa composta di una sola stanza, di loro proprietà: d’estate era brulicante di mosche, mancava di acqua potabile, elettricità e servizi igienici. La moglie di Carlo era perennemente ammalata.”[6]
 
3.2 Il “boom” economico 
Secondo la periodizzazione presentata dallo storico Eric Hobsbamw il periodo racchiuso tra il 1950 e il 1970 è l’età dell’oro dell’economia occidentale. Non l’inizio di una crescita indeterminata, bensì una parentesi di incredibile crescita praticamente irripetibile.
La produzione in Europa, Nord America e Australia aumentò di cinque o sei volte, lo scambio commerciale funzionò a livelli fino ad allora sconosciuti, soprattutto il fordismo[7] e il consumismo “divennero le divinità gemelle dell’epoca”[8]. L’Italia anziché giocare un ruolo secondario – come avvenne ad esempio durante la I e II industrializzazione – fu una assoluta protagonista a livello mondiale. Come fu possibile? Vari fattori concorrono a spiegarlo.
1.     Fine del protezionismo. Con molti paesi dell’area mediterranea (Spagna, Grecia, Jugoslavia) e dell’est Europa esclusi per scelte politiche dagli scambi commerciali, la dinamica industria del centro-nord si avvantaggiò notevolmente della opportunità offerta dai trattati di integrazione economica. Sebbene piccolo nelle dimensioni il settore industriale italiano si dimostrò ricco di progettisti, ingegneri e artigiani in grado di sostenere il confronto internazionale.
2.     Settore energetico. La scoperta di giacimenti di metano e idrocarburi in Val Padana e l’importazione di combustibili liquidi a basso prezzo (grazie a una lungimirante politica imprenditoriale del dirigente Eni Enrico Mattei) consentirono agli imprenditori italiani di ridurre i costi.
3.     Eni e Iri. L’azione propulsiva delle grandi aziende statali è certamente tra le ragioni più evidenti del miracolo economico. Senza una imprenditoria capace di fare forti investimenti e sostenere lo sviluppo dell’intero paese è lo stato a porre le basi per lo sviluppo economico. E lo fa attraverso mega-aziende pubbliche con finalità miste di profitto e progresso. Oltre al piano energetico portato avanti da Mattei, esisteva anche il piano Sinigaglia per costruire importanti centri siderurgici per la lavorazione dell’acciaio. Fu così che Piombino, Cornigliano, Bagnoli iniziarono a rifornire di acciaio a basso costo tutte le nuove aziende italiane nel settore della meccanica.
A fianco alla crescita di queste multinazionali di stato fu promossa con grande forza un piano di sviluppo infrastrutturale che dotò il paese di autostrade e linee ferroviarie, corrente elettrica e approvvigionamento idrico.
4.     Basso costo del lavoro. È un fattore chiave. Con l’attacco alla classe operaia degli anni Cinquanta il salario medio – in un contesto di crescita della produzione – restò immutato. A fronte di un +89% della produzione industria e +62% della produttività operaia, i salari diminuirono dello 0.6% nel periodo compreso tra il 1953 e il 1960.
È grazie a questo vantaggio competitivo offerto dai bassi salari e dalle ridotte garanzie sul posto di lavoro che le imprese italiane si inserirono nel commercio internazionale con grande forza competitiva.
5.     Emigrazione. Le industrie del nord in tumultuosa espansione poterono usufruire di una iniezione straordinaria di manodopera, necessaria per sostenere l’esplosione dei tassi di produzione. I flussi degli emigranti meridionali verso Europa e America si sovrapposero a quelli, davvero imponenti, dalle regioni del Sud alle città industriali del Nord. Nel giro di pochi anni in nove milioni cambiano luogo di residenza, trasferendosi dalla campagna alla città. Oppure dai paesi del Meridione alle grandi periferie delle città industriali del Nord. Altri alimentano l’emigrazione estera: Belgio (miniere di carbone), Francia, Svizzera e soprattutto Germania le mete prescelte per sfuggire alla povertà. Le ragioni che spingono ad abbandonare in massa le terre del sud sono legate alla riforma agraria. Auspicata e avviata dal coraggioso ministro per l’agricoltura, il comunista Francesco Gullo, già nel 1943, la riforma fu ostacolata dai vecchi potentati e lasciata cadere dallo stesso Pci sostanzialmente poco interessato alle questioni pratiche legate al territorio, assorbito completamente dal gioco strategico nei palazzi del potere. Quindi la riforma agraria rimase sul tavolo dei vari governi che si succedettero per alcuni anni. Quando viene finalmente varata si rivela talmente limitata da essere, di fatto, inutile. La DC sovvenziona i contadini del sud fino alla metà degli anni ’50, dopodiché diminuisce gli aiuti all’agricoltura improduttiva. Peraltro i prezzi dei prodotti agricoli era sensibilmente calato (in virtù degli accordi di libero scambio favorevoli alle industrie del nord) e la meccanizzazione aveva ridotto la necessità di manodopera. A questo quadro desolato si unisce la affascinante attrattive delle città del nord; con salari anche quattro volte superiori e, soprattutto, il “mondo nuovo” veicolato dalla televisione. Per i giovani maschi del Sud la modernità è un fattore di attrazione irresistibile, e sono loro i primi a partire: tra il 1955 e il 1971 oltre nove milioni lasciano il Meridione per approdare a Torino, a Milano, a Genova e a Roma; ma anche come detto Germania (trecentomila nel 1963) e altri paesi europei.
 
Un po’ di numeri
Crescita PIL 1951-58: +5.5% annui
Crescita PIL 1958-63: +6.3% annui
Crescita investimenti industriali 1958-63: +14% annui
Merci italiane nel mercato Cee:
1953 – 23%
1960 – 29.8%
1965 – 40.2%
Frigoriferi prodotti in Italia[9]:
1951 – 18500
1957 – 370000
1967 – 3200000 (terzo produttore mondiale dopo Usa e Giappone).
9.140.000 italiani sono coinvolti in migrazioni interregionali.
Tra il ’51 e il ’74 risultarono emigrate dal Sud verso il Nord Italia ed esterno oltre 4 milioni di persone su un totale di 18 milioni di abitanti. (indagine del 1978 condotta dall’Università di Napoli-Centro specializzazione e ricerche economico-agrarie).
Numero mezzadri nel 1961: 2.241000
Numero mezzadri nel 1971: 500.000
Operai industria e edilizia: passarono da 3.140.000 del 1951 ai 4.800.000 del 1971. Percentualmente (33%) superarono la quota corrispondente registrata in Francia e Gran Bretagna. La caratteristica di fondo era – a differenza di Francia e GB – la dimensione medio-piccola della fabbrica italiana (meno del 20% aveva più di cento dipendenti).
Incremento del reddito pro capite tra il 1950 e il 1970: prendendo base 100 nel 1952: Italia 234.1; Gran Bretagna 132; Francia 136. In questo modo il reddito italiano, che alla fine della guerra era immensamente più basso di francesi e inglesi, raggiunse rispettivamente il 60 e l’82 per cento dei più avanzati paesi europei.
La società
Oltre all’emigrazione esiste anche un altro fenomeno di cambiamento strutturale: l’urbanizzazione e l’arricchimento del popolo italiano. Iniziano le vacanze al mare con la famiglia, le gite fuori porta; le case sono in gran parte dotate di riscaldamento, con l’acqua corrente e l’energia elettrica. Molte famiglie hanno acquistato (spesso a rate) i primi elettrodomestici come il frigorifero e la lavatrice.
L’elenco dei miglioramenti pratici nella vita delle donne e degli uomini italiani potrebbe essere davvero lunghissimo. E tuttavia non mancano letture in controluce di questa modernizzazione a tappe forzate. Scrisse Pier Paolo Pasolini:
“C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo.
Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo.
(...) Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.” (da Lettere Luterane, 1975).
Secondo lo storico Crainz la rapida diffusione di una cultura televisiva ha rappresentato un secondo fattore fondamentale di cambiamento insieme ai flussi migratori campagna-città. Un momento di grande trasformazione che trasferisce i suoi caratteri alla nascente società di massa “moderna”; un meccanismo già visto durante il ventennio che tende a fissare alcune peculiarità di gruppi o categorie all’intero corpo nazionale. Lo abbiamo visto con la scuola – diventata di massa sotto il regime e praticamente prigioniera di quella concezione educativa chiusa e autoritaria per quasi un secolo – e lo vediamo con l’accesso ai consumi di massa. A differenza di altri paesi in Italia la dismissione della vita contadina e l’approccio ad un mondo urbano incentrato sul consumo e l’individuo avviene in pochissimo tempo e in coincidenza con l’introduzione della televisione. Il campo – in realtà ancora da indagare – lascia aperta la questione sull’impatto che l’abbandono repentino della cultura contadina a favore di una malintesa idea di modernità (costruita nella mente degli italiani dai refrain televisivi e da slogan pubblicitari o politici) abbia avuto. Non è qui che possiamo cercare risposte così complesse. È possibile comunque  individuare alcune tendenze legate alla crescita dei consumi privati:
a.     Atomizzazione della famiglia. La donna diventa casalinga (cura i bambini, fa da mangiare, le pulizie ecc.) e concentra l’attenzione al benessere familiare. Le classiche solidarietà di villaggio, di comunità e di appartenenza sociale (operaia) tendono a ridurre la loro influenza di fronte a modelli “americani” di comportamento rivolto all’interno del gruppo familiare ristretto.
b.     Fine delle sub-culture. In Italia la vita politica, sociale e culturale si era svolta sotto due grandi sub-culture: quella cattolica della parrocchia, e quella comunista (meno diffusa) della casa del popolo e del partito. Il consumismo oltre a mettere in grande crisi l’ideologia comunista nei suoi presupposti (capitalismo come sistema di sfruttamento) intacca fortemente anche i connotati cattolici sia sul fronte culturale – poco si addice la sobrietà evangelica con i tempi nuovi dell’iperconsumo – sia sul fronte dell’associazionismo.
3.3 – La stagione del Centro-sinistra.
Scrisse all’epoca Giorgio Bocca: “i partiti devono costruire sulle sabbie mobili”. Le novità economiche, sociali e culturali stavano cambiando con grande rapidità la mappa di riferimento degli italiani, con nuovi luoghi, nuovi gusti, nuove aspettative e aspirazioni; da quel momento inizia una difficoltà costante dei partiti politici a mantenere la sintonia e il consenso con strati maggioritari del paese: il distacco tra società e politica
Cosa fa la politica per governare la trasformazione? Poco! È certamente arduo gestire fasi tumultuose di cambiamento, ma il caso italiano è piuttosto indicativo. Con il fallimento dei governi di centro-destra la Democrazia Cristiana compie una svolta, considerata anche figlia del momento storico: si apre al Partito Socialista con l’obiettivo dichiarato di modernizzare il paese, redistribuire la ricchezza e portare avanti le indicazioni – solo in parte realizzate – della Costituzione.
Nelle aspettative c’era una grande stagione di riforme, fatte tramite le nazionalizzazioni e le grandi opere infrastrutturali. Ma le intenzioni dei due partiti principali sono molto diverse:
il Psi pensa a riforme strutturali tali da spostare il baricentro politico verso sinistra, in modo da preparare una evoluzione in stile socialdemocrazia scandinava (lunga strada verso il socialismo);
una parte della Dc e il PRI pensavano ad una serie di riforme per correggere gli aspetti destabilizzanti del capitalismo; c’era infine la posizione predominante della Dc, che puntava a riforme minimali. C’era l’idea inconfessabile di portare dentro all’area governativa il Partito Socialista senza in realtà cambiare nulla: integrare nel sistema di potere un gruppo dirigente potenzialmente avverso e preservare così, nella sostanza, la linea politica conservatrice.
Con fasi alterne lo scenario che prevarrà sarà il terzo.
Il primo governo di centrosinistra è quello di Amintore Fanfani nel ’62-’63. È quello che farà le cose più importanti: nazionalizzazione delle compagnie energetiche, nell’unico ente statale Enel; istituzione della scuola dell’obbligo fino a 14 anni.
Ma la congiuntura di rallentamento della crescita economica rende tesa la situazione all’interno della Dc: gli industriali temono la svolta a sinistra; i giornali attaccano l’eccessivo riformismo. Molti capitali lasciano l’Italia, e l’aumento salariale viene smussato con l’impennata inflazionistica. Aldo Moro, leader della Dc, guida una marcia indietro nelle ipotesi di riforme. Restano solo ipotesi dei “piani” per lo sviluppo urbano e con molta fatica procedono i piani per le case e altri per il lavoro.
I governi successivi, tutti guidati immancabilmente da democristiani, si ricordano per il loro immobilismo. Sono anni in cui i socialisti entrano nell’apparato dello stato assumendo, anziché contrastare, le pratiche di clientelismo e corruzione nella gestione di denari e aziende pubbliche. Il 1964 è anche l’anno del “Piano Solo”. Allarmati dalla debolezza dei vertici politici e dalla crescente forza dei sindacati operai, un coacervo di forze antidemocratiche all’interno delle istituzioni si riunì intorno al generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo elaborando un pasticciato piano di golpe.
L’intenzione era quella di eliminare militarmente le organizzazioni e i leader della sinistra (arrestando politici e sindacalisti; occupando le sedi dei partiti) e indurre il presidente della Repubblica Antonio Segni a formare un governo di tecnici che guidasse la svolta verso una repubblica presidenziale. Era un piano male ideato, tant’è che non fu nemmeno provato. È però indicativo del clima all’interno dei palazzi del potere, e della fragilità della democrazia italiana. Non rimane un caso isolato, ma la prima prova di una lunga serie di tentativi antidemocratici mossi e ispirati dall’interno delle istituzioni repubblicane. Intanto le riforme annunciate restano al palo; rimandata l’istituzione delle regioni, rimandata la riforma del sistema sanitario (ancora costruito su una pletora di assicurazioni mutualistiche per categorie lavoratrici), ridotta la portata della riforma della scuola e dell’università.  
Perché fallì il riformismo del centro-sinistra?
Vi furono alcuni motivi convergenti. Da una parte la Democrazia Cristiana che aveva al suo interno una potente componente anti-riformista, molto sensibile alle ragioni degli interessi privati dei grandi imprenditori e associazioni di categoria. Dall’altra una sorta di coalizione anti-riformista che va dalla Confindustria ai piccoli imprenditori, dagli ex monopoli elettrici a varie tipologie di speculatori, in particolari quelli dell’edilizia e i famigerati speculatori finanziari.
Scrive Paul Ginsborg:
 “Settori importanti delle élite economiche italiane dimostrarono ancora una volta di essere eccessivamente di corta veduta. Essi furono i veri sabotatori delle riforme correttive, abilmente aiutati in un momento critico da un irresponsabile Presidente della Repubblica e da un pericoloso generale dei carabinieri.” (Ginsborg, cit. p. 382)
In particolare gli errori più evidenti riguardano la scarsa attenzione posta dai fautori del riformismo ai meccanismi di controllo e applicazione. Sia la scuola media che la nazionalizzazione dell’energia elettrica furono introdotte senza un effettivo controllo sulla loro esecuzione; mentre le previste riforme nel campo dell’edilizia e del fisco a favore delle classi popolari furono semplicemente abbandonate per debolezza nei confronti della pressione lobbistica.
Il vero punto debole però è un altro: non fu posto al questione sul metodo di gestione degli enti;la trasparenza è un aspetto cruciale, ma nessuno se ne è mai preoccupato. L’idea della sinistra – tutta – era di entrare nella “stanza dei bottoni” pensando di trasformare il paese da lì. Era necessario – a posteriori è ancora più evidente – invece rendere trasparente la “stanza dei bottoni” per creare le condizioni favorevoli ad una reale svolta. Invece l’ingresso del Psi nei palazzi del potere ha significato solamente un ampliamento di alcuni meccanismi perversi come l’aumento della spesa pubblica (con enormi sacche di spreco) e l’espansione del sistema clientelare.
Questa miopia politica unita alla forza delle lobby economiche affossò la modernizzazione, proprio quando paesi come Francia, Austria o Germania trovarono piattaforme di intervento efficaci tra varie componenti sociali e istituzionali.
 
Conseguenze del fallimento
a.     Il Psi, l’unico partito a sinistra che aveva funzioni di governo, abbandonò la via del riformismo per intraprendere una strategia di occupazione progressiva di posti di potere e di gestione del consenso attraverso i meccanismi già utilizzati dalla Dc: clientelismo, nepotismo, favoritismi privati e per categorie.
b.     Le grandi imprese statali e la burocrazia anziché modernizzarsi tramite un vasto programma di razionalizzazione, riqualificazione e miglioramento dei servizi declinano verso una inefficienza clamorosa. Con le fila di funzionari ingrossate da un numero impressionante di raccomandati, amici e parenti di notabili di medio e basso livello, i breve tempo tutto ciò che faceva riferimento al pubblico diventò sinonimo di inefficienza. Le grandi aziende furono devastate dal meccanismo della lottizzazione (spartizione su base proporzionale dei posti di comando tra i vari partiti) e dalle spese facili. In breve merito e competenza sparirono dalle qualità necessarie per ambire a posti chiave sia nell’apparato statale che nelle imprese pubbliche: immobilismo imprenditoriale, spreco di denaro pubblico e uso elettorale delle immense risorse messe a disposizione dai “padrini” politici diventarono pratica comune e andarono sempre più intensificandosi negli anni successivi.
c.     Speculazione edilizia e ascesa delle organizzazioni criminali. L’affossamento delle varie leggi di controllo e sviluppo urbanistico del territorio, nonché l’uso strumentale fatto dai vari notabili politici diedero un forte impulso al fenomeno della speculazione edilizia. Migliaia di ettari furono edificati in spregio a leggi e divieti portando ai costruttori più spregiudicati e ai politici meno limpidi grandi benefici economici. Napoli e Palermo conobbero negli anni ’60 uno sviluppo mostruoso e caotico a tutto vantaggio sia delle organizzazioni criminali che costruirono così un capitale molto vasto di soldi liquidi sia di politici quantomeno ambigui come Salvo Lima e Vito Ciancimino entrambi assessori ai Lavori Pubblici in quota Dc. Ma è soprattutto la collusione tra mafia e politica – iniziata su grande scala in coincidenza con le mancate riforme del centro-sinistra - a costituire il tragico viatico alla lunga e tragica storia della forza quasi invulnerabilità della criminalità organizzata in Italia.

[1] Nel 1876 il passaggio da destra a sinistra avvenne nella continuità di una rappresentanza di alta borghesia. Nel 1922 il fascismo si instaurò per scelta del re e con il sostegno del solito blocco di potere (ultraconservatore) che aveva dominato tutta la storia del regno d’Italia.
[2] È un ufficio, anonimo all’interno del Ministero degli interni, attivo nella schedatura di cittadini oppositori. Fu ideato a fine ‘800 da Crispi, ma si sviluppò soprattutto in epoca fascista.
[3] Guido Crainz, Autobiografia di una repubblica, Donzelli, 2009, p.54.
[4] Pavone Claudio, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, 1995.
[5] Crainz Guido, Autobiografia di una repubblica, cit. p.52.
[6] Banfield Edward, “Le basi morali di una società arretrata”, (edizione del 2010 a cura de Il Mulino).
[7] Il fordismo è la produzione automatizzata in serie di beni di consumo.
[8] Ginsborg Paul, Storia dell’Italia…, cit. p.287.
[9] La produzione di frigoriferi è rappresentativa di un intero settore: elettrodomestici, televisori, automobili, macchine da scrivere ecc. registrarono gli stessi valori di crescita.