You are hereSintesi / Sintesi 1914-1945

Sintesi 1914-1945


 SINTESI RAGIONATA DELLA STORIA CONTEMPORANEA

Parte III – 1914-1945

Le alleanze pre-guerra

FR e GER erano divise da vecchie ruggini, a partire dai territori dell’Alsazia-Lorena che la Germania aveva strappato alla FR nel 1871. GB e GER erano le concorrenti mondiali nel risiko del colonialismo: Africa e Pacifico erano i fronti caldi della contesa. Le alleanze erano pertanto quasi di ordine naturale: da una parte FR-GBe Russia, dall’altra GER, impero austro-ungarico e impero ottomano (aveva perso il treno della seconda industrializzazione ed era in tutto e per tutto dipendente dai capitali tedeschi). E l’Italia. Indecisa come al solito! Legata dalla triplice alleanza a GER e AUS era sempre meno convinta della scelta. Infatti quando scoppiò la guerra, il governo di Roma, si appellò all'articolo 4 che sanciva la situazione di guerra difensiva, e si dichiarò neutrale. 

Cina

Formalmente indipendente, la sua arretratezza consente a tutti i paesi europei di penetrarvi ecnomicamente e, talvolta, costituire sul territorio delle colonie indipendenti: Hong Kong per GB, Tapei il Portogallo, Nanchino l’Italia ecc. Nel 1900 alcuni giovani cinesi si ribellano alle “multinazionali” europee ma vengono trucidati dai soldati stranieri. I disordini offrono un nuovo spunto per colonizzare ulteriormente l’ex impero celeste. La parte nord-est della Cina (la penisola della Manciuria, le isole Sakhalin e la Corea), diviene terra di contesa tra Giappone e Russia. Nel 1905 scoppia la guerra, perché lo zar – sicuro di vincere – rifiuta ogni intesa. Ma vince il Giappone: per la prima volta nella storia un paese asiatico batte uno stato europeo.

Equilibrio internazionale:

FR preoccupata per l’espansionismo tedesco, cerca di intessere accordi diplomatici con mezzo mondo. La GER invece compie una serie di errori o sconfitte diplomatiche.

1° sconfitta diplomatica: FR e GER si contendono il Marocco. Viene fatta la conferenza internaz. E tutti sono favorevoli alla Francia. GB si comportò da protettrice della FR. All’epoca FR e GB erano militarmente molto più forti della GER, che ingoiò il boccone amaro.

2° sconfitta diplomatica: tentò un accordo con la Russia. Lo zar però si rimangiò la parola una volta tornato in Russia. I suoi consiglieri erano molto più vicini al mondo anglo-francese (il francese era, da secoli, una lingua parlata alla corte dello zar).

3° sconfitta diplomatica: nel 1907 GB e RUS sottoscrivono un accordo di spartizione del Medio Oriente. L’intesa GB-FR-Russia mette la GER nella condizione di essere accerchiata.

4° sconfitta diplomatica: nel 1913 l’Italia non rinnova la triplice intesa. Si sfila l’alleato a sud, che diviene anche un potenziale nuovo alleato dei suoi antagonisti.

Crisi Balcanica

Un altro fronte caldo era il nord Africa. La FR invade militarmente il Marocco, mentre la GER invia una flotta per impedirlo. Sono i generali inglesi che – intimando alla GER la possibilità di un attacco – fanno retrocedere le truppe del Kaiser. La GER però si sta attrezzando rapidamente per recuperare il gap dalla Gran Bretagna.

LA GUERRA

Riguarda paesi imperialisti mossi dalla volontà di ridefinire – o proteggere – i rapporti di forza nello scacchiere mondiale.  Il 28 giugno 1914 a Sarajevo un giovane anarchico bosniaco, Gravilo Princip, spara – uccidendolo – al principe ereditario di Austria Francesco I. Lo fece – ironia della sorte! – per sostenere l’annessione della Bosnia alla Serbia. Per reazione l’AUS inviò alla Serbia una lista lunghissima di condizioni sottoposte a ultimatum (e non a trattativa). La crisi va avanti un mese circa, al termine del quale la Serbia rifiuta un punto solo; ma è sufficiente all’AUS per dichiararle guerra: è il 28 luglio 1914. Il gioco delle alleanze porta, nel giro di una settimana mezzo continente in guerra:

la RUS corse in aiuto dei fratelli serbi

la GER intimò alla RUS il ritiro, di fronte al no dichiarò guerra alla RUS;

FR e Belgio andarono in aiuto dell’alleato russo

GER e AUS inviarono un ultimatum anche a loro, determinato una nuova dichiarazione di guerra e l’ingresso nella contesa della GB, principale alleato della FR. Turchia e Bulgaria entrarono a fianco degli imperi centrali.

Avvicinando lo sguardo oltre la combinazione delle alleanze vediamo un grande nervosismo negli stati maggiori dei vari paesi. La propaganda internazionalista del socialismo indicava infatti il rifiuto da parte delle masse dei lavoratori a combattere la guerra imperialista: in molti temevano il boicottaggio dei seguitissimi partiti marxisti. E invece la propaganda nazionalista ebbe la meglio sulla propaganda socialista: tutti i partiti socialisti si schierarono con i rispettivi governi. Solo in Italia, Serbia e Russia i socialisti erano contrari. In FR il leader Jaurés pacifista fu ucciso alla vigilia della guerra.

I cittadini e i capi di stato erano convinti che il conflitto sarebbe stato breve e che si sarebbe concluso con una vittoria. I tedeschi avevano in mente il 1871, gli alleati le scaramucce di inizio secolo.

La grande guerra

Piano Schlieffen (dal nome del capo di stato maggiore) era il progetto per attaccare e battere rapidamente la FR, per poi liquidare GB prima che riuscisse a costituire un forte esercito di terra. A quel punto le operazioni sarebbero proseguite in Russia per conquistare importanti territori ad est.

Invece il conflitto prese subito un’altra piega. Conquistato il Belgio le truppe tedesche puntarono verso Parigi ma furono bloccati lungo il fiume Marna. Helmuth Ludwig Von Moltke (ger) e Joseph Joffre (fra) erano i generali che condussero la battaglia: entrambi attestarono gli eserciti lungo un confine mobile costituito da enormi trincee. Resterà questa la tipologia del conflitto: armi troppo potenti per un combattimento a campo aperto, ma non abbastanza per entrare nel territorio avversario. Il gioco delle alleanze allarga il campo – e allunga le trincee – in tutta Europa: entra la Turchia, l’Austria, la Russia e molti altri alleati minori. La guerra prosegue su fronte occidentale (Ger-Fra) e il fronte orientale (Ger/Aus – Rus). Vengono conquistate dalle truppe tedesche la Polonia, la Serbia e il Belgio. Ma il grande attacco lanciato nel 1916 nella zona di Verdun viene respinto dai soldati dell’Intesa (si chiama così il fronte di alleati costruito intorno a Francia e GB). Siamo nella primavera, in estate invece c’è la controffensiva per alleggerire il fronte lungo il corso della Somme (tra l’altro la prima battaglia che vide impiegati dei rudimentali carri armati). La dimensione della carneficina prodotta dalla guerra sta tutta nei numeri di queste due battaglie: circa 600.000 a Verdun, più di 1 milione per la Somme.

Nel fronte sud, senza ripetere gli stermini del nord Europa, la battaglia si svolgeva lungo il corso impervio delle Alpi – tra ITA e impero Austroungarico – con una leggera supremazia austriaca.

Le difficoltà della GER a portare a termine la guerra convinsero il Kaiser a cambiare i vertici militari: vi giunsero due nomi importanti per la storia seguente del paese Paul von Hindenburg e Eric Ludendorff. Ma le cose non cambiarono.

La svolta l’abbiamo nel 1917 con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. Evento ancora oggi legato ad una serie di leggende su questo inspiegabile ritardo, ma comunque indotto dalla guerra sottomarina che la GER conduceva per impedire i rifornimenti navali ai paesi dell’Intesa. L’affondamento di convogli statunitensi dette  la motivazione per un coinvolgimento della potenza americana a fianco degli inglesi. Il 6 aprile 1917 il presidente Woodrow Wilson dichiarò guerra alla Germania. La propaganda diceva che combattere in Europa servisse per sostenere la libertà e la democrazia, ma c’erano anche interessi economici vitali per il paese: i crediti verso l’Europa occidentale e la possibilità di mantenere e allargare il commercio internazionale.

Nel giro di pochi mesi però le cose si mettono bene per i tedeschi. La Russia collassa, l’esercito va in rotta e Pietrogrado (allora capitale imperiale, oggi San Pietroburgo) sembra sull’orlo della rivoluzione. Ad ottobre gli austriaci sfondano il fronte di Caporetto e penetrano in tutto il Friuli e il Veneto. La caduta dell’Italia è sventata dalla resistenza sul Piave. In questo anno, in tutti gli eserciti, cresce il fenomeno della diserzione e del rifiuto della guerra. La rivoluzione d’ottobre accenderà ulteriormente la miccia dell’internazionalismo pacifista.

1918

A marzo c’è la firma di Brest-Litovsk per la pace separata tra GER e RUS. Tutto l’esercito tedesco marcia su Parigi, ma l’Intesa ricca di rifornimenti made in Usa tiene bene in quella che è conosciuta come 2ª battaglia della Marna. In estate inizia la controffensiva decisiva. Lo stesso fa l’Italia contro le truppe austriache. A settembre con un milione di americani in suolo europeo la guerra è decisa. L’11 novembre lo stato maggiore tedesco si arrende a inglesi francesi e americani.

 

L’Italia in guerra

Nel 1914 l’Italia è neutrale. La triplice alleanza era ormai lettera morta; nessun altro trattato era stato sottoscritto. Una situazione che oggi appare di grandissimo vantaggio, ma che all’epoca diede vita ad un dibattito durissimo, innescato dagli interessi delle grandi lobbies industriali e finanziarie. Da una parte c’erano i nazionalisti e i futuristi, intellettuali e studenti, dall’altra i neutralisti classe operaia e partito socialista. I liberali di sinistra sostenevano un’ingresso in guerra dalla parte della Gran Bretagna e della Francia. Ma fu il re – approfittando della caduta del governo Giolitti (contrario all’entrata in guerra) – a stipulare a Londra nell’aprile 1915 un patto segreto per aprire un fronte sud contro gli imperi centrali. Cosa ottenne in cambio? Poco. Il sud Tirolo e l’Istria. Gli imperi centrali, con cui lo Stato Maggiore aveva trattato un possibile accordo prima di propendere per l’offerta inglese, offrivano quasi la stessa cosa (Savoia anziché Tirolo). Il 24 maggio l’Italia entrò solennemente in guerra.

Il primo ministro era Salandra; il generalissimo Cadorna. Il fronte di guerra su cui mandare migliaia di ragazzi si dispiegò lungo tutte le alpi orientali Trentino, Veneto e Friuli. L’esercito si dimostrò inadeguato alla guerra da trincea, con soldati male addestrati (e pochissimo motivati) e attrezzature obsolete. Quando nel 1917 l’Austria lanciò l’attacco con i gas chimici e una tattica di aggiramento il fronte di Caporetto fu sfondato e gli italiani ripiegarono per centinaia di chilometri. La linea del Piave funzionò da argine – siamo in ottobre con il fiume in piena - per bloccare l’invasione austriaca. La disfatta porta al cambio di governo e dei vertici militari. Orlando è il primo ministro, Diaz il capo di stato maggiore. Nell’estate del 1918 c’è la controffensiva vincente. La resa austro-tedesca del 3 novembre pone fine al conflitto. Per l’Italia una vittoria amara, con 600 mila morti, altrettanti feriti gravi e un’economia allo stremo. L’unica speranza era racchiusa nella partecipazione, come stato vincitore, al tavolo di pace di Versailles.

Conferenza di Pace

Il 18 gennaio 1919 si apriva, nella reggia di Versailles, la conferenza di Pace per stabilire gli assetti del dopoguerra. Ogni stato aveva obiettivi diversi:

FR – umiliare la Germania

GB – spartirsi le colonie della Germania e i territori neutrali

USA – favorire il commercio internazionale

ITA – annettersi territori limitrofi e dominare nel Mediterraneo

Orlando, rappresentante dell’Italia, fu emarginato immediatamente. Si affermò la volontà francese di umiliare la Germania con condizioni durissime: i confini furono riportati a quelli del 1871, con l’annessione dell’Alsazia Lorenza e l’occupazione militare della Rhur. Le colonie furono tutte perse. Ma la vera tragedia furono i risarcimenti di guerra, che obbligarono il nuovo governo socialdemocratico a una politica di ristrettezze assurda.

L’impero austro-ungarico fu smembrato e la corte asburgica esautorata. Nacque la repubblica austriaca su un territorio grande circa 1/6 dell’impero ottocentesco. Anche la Turchia perse tutto l’impero, e rimase confinata nella penisola dell’Anatolia. I contesi stretti di Dardanelli furono dichiarati liberi per tutti, ma sotto controllo formale della GB.

Rivoluzione russa

Torniamo al 1915. La Russia zarista era l’anello autocratico dell’alleanza dei paesi liberali. Un paese attraversato da problemi di sviluppo giganteschi, che furono amplificati in modo drammatico dallo scoppio del conflitto mondiale. L’evoluzione politica non seguì il corso classico dei paesi europei. Una ragione risiede nella composizione sociale.

La borghesia era ridotta a poche migliaia di rappresentanti e tutti legati all’aristocrazia zarista. Quella che normalmente era un centro progressista, in Russia era in realtà un ulteriore versione di conservatorismo. Nel 1915 fu eletta una Duma (parlamento) con compiti consultivi, la quale chiese alcune timidissime riforme. Lo zar, Nicola II, viveva racchiuso nelle sue dimore ed era talmente screditato che in molti pensavano alla sua sostituzione. La crisi innescata dalla guerra rese le condizioni di vita delle masse praticamente insostenibile. Nel febbraio 1917 iniziarono imponenti manifestazioni di protesta. Ne presero la guida i partiti di sinistra: i socialdemocratici (in realtà comunisti radicali) e i social rivoluzionari (partito socialista dei contadini). Come strumento di opposizione riesumarono i consigli di fabbrica i SOVIET, ora estesi anche a contadini e soldati. Per non essere affossati insieme allo zar, i rappresentanti borghesi esautorarono lo zar e assunsero il controllo del governo. Karenskij – un liberale di sinistra – entrò nel governo pur essendo molto vicino agli ambienti dei soviet. Altri rappresentanti di prestigio erano L’Vov e Miljukov contrari alla pace con la Germania e alla riforma agraria.

La discussione sul nuovo assetto istituzionale proseguì per tutta l’estate accanto alle continue sconfitte militari. In seguito ad altre manifestazioni di protesta fu varato un secondo governo provvisorio. Ma il vuoto di potere era così forte che il Soviet di Pietroburgo decideva insieme alla Duma le scelte di politica generale. L’Vov era il premier e molti ministri erano socialisti.

Nessuno aveva il coraggio di fare le due cose desiderate dalla massa: la pace e la riforma agraria.

Fu un piccolo partito comunista a guidare il fronte della protesta contro la politica del governo borghese: l’ala sinistra del partito socialdemocratico guidata da Lenin e Trokji, detti bolscevichi. La figura chiave della rapidissima espansione dei bolscevichi fu quella di Ilic Lenin. Rientrato dalla Svizzera (con l’aiuto dei tedeschi) Lenin presentò le sue tesi di aprile come un programma politico per il paese:

1.      Fine immediata della guerra imperialista

2.      Potere al proletariato (operai e contadini)

3.      Nessun appoggio al governo borghese

4.      Conquistare la maggioranza nei Soviet

5.      Affermare il potere di democrazia diretta dei Soviet sul modello della Comune di Parigi

6.      Espropriazione delle terre ai grandi proprietari

Era una proposta realistica, su cui lottare da subito. Gli altri partiti erano meno lineari nelle posizioni.

Con le sommosse di agosto cadde il governo e fu sostituito dall’esecutivo a guida Karenskij. Indeciso se proclamare la repubblica e allearsi ai bolscevichi, oppure perseguire la linea borghese e sopprimere le manifestazioni antigovernative Karenskij riuscì a inimicarsi tutti i partiti presenti in Russia.

A settembre i Soviet di Mosca e Pietroburgo diedero la maggioranza ai bolscevichi, aprendo così alla prospettiva di un colpo di mano. L’insurrezione fu preparata in segreto anche se in molti si aspettavano la presa del potere. A condurre le operazioni fu il comitato centrale del partito bolscevico con affiliati in tutti i settori delle forze armate russe (ci si riferisce sempre alle metropoli Mosca e San Pietroburgo, all’epoca Pietrogrado). Il 24 e 25 ottobre le guardie rosse (la milizia del partito) occuparono senza difficoltà il Palazzo d’Inverno, sede del governo. Al congresso del Soviet gli altri partiti socialisti non approvano la presa del potere. Da quel momento le sorti della Russia sono tenute dal governo provvisorio composto da “commissari” dei partiti proletari.

Il primo passo del governo a guida bolscevica fu l’apertura di una trattativa di pace separata con la Germania. Nel frattempo andava guadagnata la fiducia in tutto il paese. Le resistenze furono molte. Mosca riconobbe il nuovo potere il 15 novembre, nel resto del paese la situazione restò fluida e in molti casi si ebbero scontri a fuoco tra le diverse fazioni. A gennaio 1918 erano previste le elezioni per l’assemblea costituente a suffragio universale. A sorpresa non vince il partito bolscevico ma il partito socialrivoluzionario, molto più moderato e riformista. Lenin non accetta di lasciare il potere e scioglie l’assemblea. Secondo lui il nuovo potere doveva venire dai Soviet e non dal parlamento: lì in effetti i bolscevichi avevano la maggioranza (votavano solo le categorie proletarie con una logica di delega e non di rappresentanza). 

Pace di Brest-Litovsk – marzo 1918, pace separata con la Germania. La storia della Russia si separa da quella del restante continente europeo. Una strada che si ricongiungerà solamente nel 1989.

Il primo dopoguerra

GB – è il paese messo meglio, grazie alle colonie. Inoltre dai trattati di  Parigi ha acquisito il controllo di territori ricchissimi di petrolio, la nuova fonte di ricchezza energetica. In politica interna le elezioni premiano i liberali che formano il governo in coalizione con i conservatori. In crescita il partito laburista, che si appoggia anche alle forti organizzazioni sindacali: è una sinistra che non mette mai in discussione il sistema capitalista. Un caso quasi unico in Europa. L’economia però va male, l’industria si scopre vecchia e l’export si salva solo grazie alle dominions.

FR – La crisi favorì le rivendicazioni del sindacato CGT: furono concesse le otto ore di lavoro e molto altro. Nasce anche il partito comunista francese (PCF) che aumentò l’opposizione al governo di centro destra.

GER – Il paese uscì distrutto dalla guerra. Il re in fuga, rimasero in piedi lo Stato Maggiore (ovvero la gerarchia militare) e le organizzazioni di sinistra: SPD, sindacato, KPD (comunisti). In questo clima di smobilitamento viene proclamata la repubblica: è il 9 novembre 1918. Il governo provvisorio vede la compartecipazione del partito socialdemocratico SPD, dei militari e dei conservatori. I comunisti intanto aumentano consensi e forza. Guidati da due intellettuali di statura mondiale Rosa Luxemburg e Liebknecht iniziano una serie di manifestazioni antigovernative che fanno pensare ad una possibile insurrezione. La reazione è durissima: repressione nelle strade di Berlino e Monaco e assassinii eccellenti: prima Liebknecht, poi Luxemburg, quindi Eisner guida del partito comunista a Monaco. La capitale della Baviera ad aprile proclama la “repubblica dei soviet”, un’esperienza finita nel sangue già a maggio. Nel frattempo si era votato; le elezioni del gennaio avevano decretato il successo del SPD (37%) che guidarono così il primo governo della cosiddetta repubblica di Weimar (cittadina in cui fu presentata la Costituzione) insieme a cattolici e liberali democratici. Presidente della Repubblica fu Erbert, anch’egli socialdemocratico. Il nuovo assetto prevedeva una struttura federata in 17 lander, un Reichstag con potere legislativo e di nomina del primo ministro (cancelliere) e un presidente della repubblica (kaiser) eletto direttamente con ampi poteri. Già nelle elezioni del 1920 i socialisti persero consensi, e il governo passò ad una guida di centro.

AUSTRIA – Perso tutto l’impero e decaduto il potere della corona degli Asburgo, viene proclamata la repubblica. Anche qui il partito maggiore è il socialdemocratico.

UNGHERIA – Nuovo stato, e nuova repubblica parlamentare. Strutture statali deboli, e così i comunisti seguendo l’esempio russo proclamano la presa del potere da parte dei Soviet. A guidare la rivolta è Bela Kun carismatico leader comunista. Si scatena la guerra civile, vinta dai controrivoluzionari grazie all’aiuto militare di cechi, romeni e altri combattenti stranieri. Dopo un periodo di terrore rosso, si scatenò il terrore bianco. Nel 1920 fu ripristinata la monarchia.

TURCHIA – doveva essere spartita tra i vincitori, ma i nazionalisti di Kemal Ataturk si oppongono con le armi alle truppe straniere. Ottengono la revisione dei trattati firmati dal Sultano e nel 1923 nasce la repubblica con Kemal Ataturk eletto presidente. Uno stato laico e una popolazione islamica. Per gli alleati andava bene in ottica anti-bolscevica (isolare la Russia) e per aver risolto l’annosa questione degli stretti, che vennero aperti per tutti. L’Italia riuscì a mantenere il Dodecaneso (Rodi e altre isole).

Questo rapido quadro della situazione post-guerra mette in risalto il fallimento di tutte le rivoluzioni comuniste. Un passaggio chiave nello sviluppo del continente europeo, perché la teoria marxista prevedeva che la riuscita della rivoluzione in un grande paese avrebbe spezzato la catena dei paesi capitalisti e aperto la strada alla rivoluzione mondiale. Invece il sistema tenne. Vediamo perché:

1.      Borghesia forte, economicamente e culturalmente

2.      Fronte anticapitalista diviso tra socialisti e comunisti, riformisti e rivoluzionari

3.      Consenso popolare anche per i partiti cattolici (non c’era unità nei ceti sociali poveri)

4.      Movimenti nazionalisti antisocialisti in crescita di consenso

III internazionale

Nasce nel 1919 per volontà dei bolscevichi. Sostituisce la gloriosa II internazionale, crocevia e laboratorio di idee di mezzo secolo di socialismo. Questa assemblea era invece una internazionale comunista a pensiero unico, quello del partito bolscevico. Infatti i riformatori e i fautori di un socialismo da realizzare tramite il sistema parlamentare furono espulsi dall’assemblea. In breve tempo diventa uno strumento con cui i bolscevichi controllano i partiti comunisti di tutto il mondo.

ITALIA

I trattati di Versailles ebbero un esito umiliante per l’Italia. La stampa parlò di vittoria mutilata, senza neppure la città di Fiume e la Dalmazia. Si creò un clima di confusione istituzionale e tensioni crescenti tra pulsioni popolari opposte. La sinistra acquisì grande forza, il partito popolare divenne riferimento dei ceti medi moderati, mentre cresceva in ambienti importanti il fascino della politica nazionalista di estrema destra. Il 21 gennaio 1921 il PSI si spacca e nasce a Livorno il Partito Comunista Italiano guidato da Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. A differenza dei socialisti, conquistati all’idea del riformismo parlamentare, gli esponenti di “Ordine Nuovo” (la corrente di sinistra del Psi prima della scissione, che operò dal '19 al '21) pensavano ad un processo rivoluzionario costruito sul modello dei soviet.

Nel 1919 un ex socialista, Benito Mussolini, fonda i fasci di combattimento, ottenendo clamorosamente generosi sostenitori tra industriali e agrari. Iniziano le azioni intimidatorie verso il mondo socialista, compiute in un contesto di incredibile impunità. Ad aprile viene incendiata la sede dell’”Avanti” il quotidiano socialista. Nell’estate ci sono violente manifestazioni con l’occupazione delle terre al sud e saccheggi dei negozi nelle città. In molti chiedevano reazioni dure. Ma le elezioni danno un esito inedito; il PSI è il primo partito (32%) il partito popolare al 20% e poi gli altri moderati e conservatori.

Giolitti tornò alla guida del governo, e promosse alcune riforme in senso democratico (fiscalità più estesa per alcuni programmi di assistenza). Risolve la questione di Fiume – occupata da un anno da D’Annunzio con un manipolo di uomini armati – lasciandola alla Jugoslavia ma ottenendo in cambio Zara. Sia in politica interna che in politica estera creò molti malumori.

Nell’estate 1919 nascono i primi soviet anche in Italia. Letteralmente sono i Consigli di Fabbrica e così si presentano a Torino. La situazione precipita nel 1920 con l’inasprimento dei rapporti, gli scioperi e la serrata dell’Alfa Romeo di Milano. La FIOM decise l’occupazione, che si propagò in centinaia di fabbriche del nord. PSI e sindacato non ebbero il coraggio di proclamare lo stato rivoluzionario, così il temporeggiamento di Giolitti portò ad una soluzione indolore della crisi. Evitò l’uso della forza, un grande merito disprezzato da tutti. La sinistra del Psi rompe con il partito e fonda il PCI, mentre la borghesia non si sente abbastanza protetta dai liberali e dai moderati di centro e inizia a simpatizzare per i giovani fascisti che da qualche tempo si stanno mettendo in luce per la spregiudicatezza e la violenza delle azioni contro i socialisti.

La piccola età dell’oro: 1921-1929

Il dopoguerra segna uno stallo economico che pare irreversibile; le economie nazionali si chiudono nel protezionismo peggiorando le cose. L’inflazione diventa un male cronico, la disoccupazione dilaga. Dal 1922 la ripresa in Usa aiuta tutti. Soprattutto aiuta la GER che viene beneficiata con prestiti imponenti a medio e lungo periodo. Ma nel 1929 – a partire dal 24 ottobre – i nodi di una produzione non sostenuta da una adeguata distribuzione della ricchezza vengono al pettine: crollano i titoli di borsa di Wall Street. Nel giro di poche settimane la finanza mondiale va in collasso. Ma vediamo nel dettaglio le vicende del gigante d’oltreoceano, già da un decennio prima economia del mondo.

Dopo il presidente Wilson troviamo Harding, un repubblicano che favorisce i grandi monopoli e si caratterizza per uno strenuo isolazionismo. Nel 1921 viene addirittura varato un piano di contrasto all’immigrazione: aumenta l’odio xenofobo e razzista con la rinascita del ku klux kan. Nel 1920 viene istituito il proibizionismo per la vendita e il consumo di bevande alcoliche; un provvedimento che durerà fino al 1933 quando fu revocato visti i disastrosi risultati ottenuti (l’esplosione dell’illegalità e della criminalità organizzata di stampo mafioso). Sono anni di crescita disomogenea, un capitalismo dai grandi profitti, dai grandi monopoli, dalle grandi rendite borsistiche. Anche i salari crescono, ma non in proporzione.

1929: perché la crisi?

In Usa i redditi erano troppo bassi per sostenere una produzione così alta (scarsa la crescita dei consumi) e gli scambi internazionali non erano a un livello accettabile per le dimensioni dell’economia americana. Così gli investimenti si concentrarono in bolle speculative e in settori sicuri che – ad un certo punto – fecero crac! A un certo punto il timore di recessione si trasformò in panico: la borsa di wall street crollò e si innescò una reazione a catena mai vista prima: migliaia di licenziamenti e abbassamento dei salari, che causarono un’ulteriore riduzione dei consumi.

Il mito delle Corporation svanisce e solo l’intervento massiccio dello stato salva il sistema capitalista. Il giovane e brillante economista Keynes scrive un saggio illuminante intitolato “la fine del laissez-faire”. Questi sconquassi si riflettono nelle elezioni del 1932 in cui vince un democratico progressista: Frank Delano Roosevelt. Il nuovo presidente chiede poteri speciali per agire in tempi brevi contro la crisi e vara un team di esperti “brain trust” capaci di progettare e applicare una ricetta innovativa per il mondo capitalista anglosassone: il NEW DEAL.

Prima viene sostenuta la deflazione (per ripagare i debiti), poi inflazione controllata (per aumentare i consumi). Quindi viene varato un piano fiscale di aumento delle tasse – per i ceti benestanti – allo scopo di finanziare imponenti programmi di lavori statali e di aiuti al settore agricolo e alle piccole imprese. Anche i sindacati vedono rafforzato il loro ruolo.

Nel 1935, quando la ripresa inizia a dare i primi segnali concreti, viene avviata la seconda fase del New Deal: un piano di assistenza sociale statale, grandi opere infrastrutturali (strade, dighe, ponti, ferrovie), scuole e ospedali per l’intera popolazione. Con Roosevelt è lo stato a fare da garante nel rapporto tra i grandi gruppi monopolistici e i cittadini.

 (DA COMPLETARE)