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Lo Stato Liberale

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Sintesi 1914-1945

 SINTESI RAGIONATA DELLA STORIA CONTEMPORANEA

Parte III – 1914-1945

Le alleanze pre-guerra

FR e GER erano divise da vecchie ruggini, a partire dai territori dell’Alsazia-Lorena che la Germania aveva strappato alla FR nel 1871. GB e GER erano le concorrenti mondiali nel risiko del colonialismo: Africa e Pacifico erano i fronti caldi della contesa. Le alleanze erano pertanto quasi di ordine naturale: da una parte FR-GBe Russia, dall’altra GER, impero austro-ungarico e impero ottomano (aveva perso il treno della seconda industrializzazione ed era in tutto e per tutto dipendente dai capitali tedeschi). E l’Italia. Indecisa come al solito! Legata dalla triplice alleanza a GER e AUS era sempre meno convinta della scelta. Infatti quando scoppiò la guerra, il governo di Roma, si appellò all'articolo 4 che sanciva la situazione di guerra difensiva, e si dichiarò neutrale. 

Cina

Formalmente indipendente, la sua arretratezza consente a tutti i paesi europei di penetrarvi ecnomicamente e, talvolta, costituire sul territorio delle colonie indipendenti: Hong Kong per GB, Tapei il Portogallo, Nanchino l’Italia ecc. Nel 1900 alcuni giovani cinesi si ribellano alle “multinazionali” europee ma vengono trucidati dai soldati stranieri. I disordini offrono un nuovo spunto per colonizzare ulteriormente l’ex impero celeste. La parte nord-est della Cina (la penisola della Manciuria, le isole Sakhalin e la Corea), diviene terra di contesa tra Giappone e Russia. Nel 1905 scoppia la guerra, perché lo zar – sicuro di vincere – rifiuta ogni intesa. Ma vince il Giappone: per la prima volta nella storia un paese asiatico batte uno stato europeo.

Equilibrio internazionale:

FR preoccupata per l’espansionismo tedesco, cerca di intessere accordi diplomatici con mezzo mondo. La GER invece compie una serie di errori o sconfitte diplomatiche.

1° sconfitta diplomatica: FR e GER si contendono il Marocco. Viene fatta la conferenza internaz. E tutti sono favorevoli alla Francia. GB si comportò da protettrice della FR. All’epoca FR e GB erano militarmente molto più forti della GER, che ingoiò il boccone amaro.

2° sconfitta diplomatica: tentò un accordo con la Russia. Lo zar però si rimangiò la parola una volta tornato in Russia. I suoi consiglieri erano molto più vicini al mondo anglo-francese (il francese era, da secoli, una lingua parlata alla corte dello zar).

3° sconfitta diplomatica: nel 1907 GB e RUS sottoscrivono un accordo di spartizione del Medio Oriente. L’intesa GB-FR-Russia mette la GER nella condizione di essere accerchiata.

4° sconfitta diplomatica: nel 1913 l’Italia non rinnova la triplice intesa. Si sfila l’alleato a sud, che diviene anche un potenziale nuovo alleato dei suoi antagonisti.

Crisi Balcanica

Un altro fronte caldo era il nord Africa. La FR invade militarmente il Marocco, mentre la GER invia una flotta per impedirlo. Sono i generali inglesi che – intimando alla GER la possibilità di un attacco – fanno retrocedere le truppe del Kaiser. La GER però si sta attrezzando rapidamente per recuperare il gap dalla Gran Bretagna.

LA GUERRA

Riguarda paesi imperialisti mossi dalla volontà di ridefinire – o proteggere – i rapporti di forza nello scacchiere mondiale.  Il 28 giugno 1914 a Sarajevo un giovane anarchico bosniaco, Gravilo Princip, spara – uccidendolo – al principe ereditario di Austria Francesco I. Lo fece – ironia della sorte! – per sostenere l’annessione della Bosnia alla Serbia. Per reazione l’AUS inviò alla Serbia una lista lunghissima di condizioni sottoposte a ultimatum (e non a trattativa). La crisi va avanti un mese circa, al termine del quale la Serbia rifiuta un punto solo; ma è sufficiente all’AUS per dichiararle guerra: è il 28 luglio 1914. Il gioco delle alleanze porta, nel giro di una settimana mezzo continente in guerra:

la RUS corse in aiuto dei fratelli serbi

la GER intimò alla RUS il ritiro, di fronte al no dichiarò guerra alla RUS;

FR e Belgio andarono in aiuto dell’alleato russo

GER e AUS inviarono un ultimatum anche a loro, determinato una nuova dichiarazione di guerra e l’ingresso nella contesa della GB, principale alleato della FR. Turchia e Bulgaria entrarono a fianco degli imperi centrali.

Avvicinando lo sguardo oltre la combinazione delle alleanze vediamo un grande nervosismo negli stati maggiori dei vari paesi. La propaganda internazionalista del socialismo indicava infatti il rifiuto da parte delle masse dei lavoratori a combattere la guerra imperialista: in molti temevano il boicottaggio dei seguitissimi partiti marxisti. E invece la propaganda nazionalista ebbe la meglio sulla propaganda socialista: tutti i partiti socialisti si schierarono con i rispettivi governi. Solo in Italia, Serbia e Russia i socialisti erano contrari. In FR il leader Jaurés pacifista fu ucciso alla vigilia della guerra.

I cittadini e i capi di stato erano convinti che il conflitto sarebbe stato breve e che si sarebbe concluso con una vittoria. I tedeschi avevano in mente il 1871, gli alleati le scaramucce di inizio secolo.

La grande guerra

Piano Schlieffen (dal nome del capo di stato maggiore) era il progetto per attaccare e battere rapidamente la FR, per poi liquidare GB prima che riuscisse a costituire un forte esercito di terra. A quel punto le operazioni sarebbero proseguite in Russia per conquistare importanti territori ad est.

Invece il conflitto prese subito un’altra piega. Conquistato il Belgio le truppe tedesche puntarono verso Parigi ma furono bloccati lungo il fiume Marna. Helmuth Ludwig Von Moltke (ger) e Joseph Joffre (fra) erano i generali che condussero la battaglia: entrambi attestarono gli eserciti lungo un confine mobile costituito da enormi trincee. Resterà questa la tipologia del conflitto: armi troppo potenti per un combattimento a campo aperto, ma non abbastanza per entrare nel territorio avversario. Il gioco delle alleanze allarga il campo – e allunga le trincee – in tutta Europa: entra la Turchia, l’Austria, la Russia e molti altri alleati minori. La guerra prosegue su fronte occidentale (Ger-Fra) e il fronte orientale (Ger/Aus – Rus). Vengono conquistate dalle truppe tedesche la Polonia, la Serbia e il Belgio. Ma il grande attacco lanciato nel 1916 nella zona di Verdun viene respinto dai soldati dell’Intesa (si chiama così il fronte di alleati costruito intorno a Francia e GB). Siamo nella primavera, in estate invece c’è la controffensiva per alleggerire il fronte lungo il corso della Somme (tra l’altro la prima battaglia che vide impiegati dei rudimentali carri armati). La dimensione della carneficina prodotta dalla guerra sta tutta nei numeri di queste due battaglie: circa 600.000 a Verdun, più di 1 milione per la Somme.

Nel fronte sud, senza ripetere gli stermini del nord Europa, la battaglia si svolgeva lungo il corso impervio delle Alpi – tra ITA e impero Austroungarico – con una leggera supremazia austriaca.

Le difficoltà della GER a portare a termine la guerra convinsero il Kaiser a cambiare i vertici militari: vi giunsero due nomi importanti per la storia seguente del paese Paul von Hindenburg e Eric Ludendorff. Ma le cose non cambiarono.

La svolta l’abbiamo nel 1917 con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. Evento ancora oggi legato ad una serie di leggende su questo inspiegabile ritardo, ma comunque indotto dalla guerra sottomarina che la GER conduceva per impedire i rifornimenti navali ai paesi dell’Intesa. L’affondamento di convogli statunitensi dette  la motivazione per un coinvolgimento della potenza americana a fianco degli inglesi. Il 6 aprile 1917 il presidente Woodrow Wilson dichiarò guerra alla Germania. La propaganda diceva che combattere in Europa servisse per sostenere la libertà e la democrazia, ma c’erano anche interessi economici vitali per il paese: i crediti verso l’Europa occidentale e la possibilità di mantenere e allargare il commercio internazionale.

Nel giro di pochi mesi però le cose si mettono bene per i tedeschi. La Russia collassa, l’esercito va in rotta e Pietrogrado (allora capitale imperiale, oggi San Pietroburgo) sembra sull’orlo della rivoluzione. Ad ottobre gli austriaci sfondano il fronte di Caporetto e penetrano in tutto il Friuli e il Veneto. La caduta dell’Italia è sventata dalla resistenza sul Piave. In questo anno, in tutti gli eserciti, cresce il fenomeno della diserzione e del rifiuto della guerra. La rivoluzione d’ottobre accenderà ulteriormente la miccia dell’internazionalismo pacifista.

1918

A marzo c’è la firma di Brest-Litovsk per la pace separata tra GER e RUS. Tutto l’esercito tedesco marcia su Parigi, ma l’Intesa ricca di rifornimenti made in Usa tiene bene in quella che è conosciuta come 2ª battaglia della Marna. In estate inizia la controffensiva decisiva. Lo stesso fa l’Italia contro le truppe austriache. A settembre con un milione di americani in suolo europeo la guerra è decisa. L’11 novembre lo stato maggiore tedesco si arrende a inglesi francesi e americani.

 

L’Italia in guerra

Nel 1914 l’Italia è neutrale. La triplice alleanza era ormai lettera morta; nessun altro trattato era stato sottoscritto. Una situazione che oggi appare di grandissimo vantaggio, ma che all’epoca diede vita ad un dibattito durissimo, innescato dagli interessi delle grandi lobbies industriali e finanziarie. Da una parte c’erano i nazionalisti e i futuristi, intellettuali e studenti, dall’altra i neutralisti classe operaia e partito socialista. I liberali di sinistra sostenevano un’ingresso in guerra dalla parte della Gran Bretagna e della Francia. Ma fu il re – approfittando della caduta del governo Giolitti (contrario all’entrata in guerra) – a stipulare a Londra nell’aprile 1915 un patto segreto per aprire un fronte sud contro gli imperi centrali. Cosa ottenne in cambio? Poco. Il sud Tirolo e l’Istria. Gli imperi centrali, con cui lo Stato Maggiore aveva trattato un possibile accordo prima di propendere per l’offerta inglese, offrivano quasi la stessa cosa (Savoia anziché Tirolo). Il 24 maggio l’Italia entrò solennemente in guerra.

Il primo ministro era Salandra; il generalissimo Cadorna. Il fronte di guerra su cui mandare migliaia di ragazzi si dispiegò lungo tutte le alpi orientali Trentino, Veneto e Friuli. L’esercito si dimostrò inadeguato alla guerra da trincea, con soldati male addestrati (e pochissimo motivati) e attrezzature obsolete. Quando nel 1917 l’Austria lanciò l’attacco con i gas chimici e una tattica di aggiramento il fronte di Caporetto fu sfondato e gli italiani ripiegarono per centinaia di chilometri. La linea del Piave funzionò da argine – siamo in ottobre con il fiume in piena - per bloccare l’invasione austriaca. La disfatta porta al cambio di governo e dei vertici militari. Orlando è il primo ministro, Diaz il capo di stato maggiore. Nell’estate del 1918 c’è la controffensiva vincente. La resa austro-tedesca del 3 novembre pone fine al conflitto. Per l’Italia una vittoria amara, con 600 mila morti, altrettanti feriti gravi e un’economia allo stremo. L’unica speranza era racchiusa nella partecipazione, come stato vincitore, al tavolo di pace di Versailles.

Conferenza di Pace

Il 18 gennaio 1919 si apriva, nella reggia di Versailles, la conferenza di Pace per stabilire gli assetti del dopoguerra. Ogni stato aveva obiettivi diversi:

FR – umiliare la Germania

GB – spartirsi le colonie della Germania e i territori neutrali

USA – favorire il commercio internazionale

ITA – annettersi territori limitrofi e dominare nel Mediterraneo

Orlando, rappresentante dell’Italia, fu emarginato immediatamente. Si affermò la volontà francese di umiliare la Germania con condizioni durissime: i confini furono riportati a quelli del 1871, con l’annessione dell’Alsazia Lorenza e l’occupazione militare della Rhur. Le colonie furono tutte perse. Ma la vera tragedia furono i risarcimenti di guerra, che obbligarono il nuovo governo socialdemocratico a una politica di ristrettezze assurda.

L’impero austro-ungarico fu smembrato e la corte asburgica esautorata. Nacque la repubblica austriaca su un territorio grande circa 1/6 dell’impero ottocentesco. Anche la Turchia perse tutto l’impero, e rimase confinata nella penisola dell’Anatolia. I contesi stretti di Dardanelli furono dichiarati liberi per tutti, ma sotto controllo formale della GB.

Rivoluzione russa

Torniamo al 1915. La Russia zarista era l’anello autocratico dell’alleanza dei paesi liberali. Un paese attraversato da problemi di sviluppo giganteschi, che furono amplificati in modo drammatico dallo scoppio del conflitto mondiale. L’evoluzione politica non seguì il corso classico dei paesi europei. Una ragione risiede nella composizione sociale.

La borghesia era ridotta a poche migliaia di rappresentanti e tutti legati all’aristocrazia zarista. Quella che normalmente era un centro progressista, in Russia era in realtà un ulteriore versione di conservatorismo. Nel 1915 fu eletta una Duma (parlamento) con compiti consultivi, la quale chiese alcune timidissime riforme. Lo zar, Nicola II, viveva racchiuso nelle sue dimore ed era talmente screditato che in molti pensavano alla sua sostituzione. La crisi innescata dalla guerra rese le condizioni di vita delle masse praticamente insostenibile. Nel febbraio 1917 iniziarono imponenti manifestazioni di protesta. Ne presero la guida i partiti di sinistra: i socialdemocratici (in realtà comunisti radicali) e i social rivoluzionari (partito socialista dei contadini). Come strumento di opposizione riesumarono i consigli di fabbrica i SOVIET, ora estesi anche a contadini e soldati. Per non essere affossati insieme allo zar, i rappresentanti borghesi esautorarono lo zar e assunsero il controllo del governo. Karenskij – un liberale di sinistra – entrò nel governo pur essendo molto vicino agli ambienti dei soviet. Altri rappresentanti di prestigio erano L’Vov e Miljukov contrari alla pace con la Germania e alla riforma agraria.

La discussione sul nuovo assetto istituzionale proseguì per tutta l’estate accanto alle continue sconfitte militari. In seguito ad altre manifestazioni di protesta fu varato un secondo governo provvisorio. Ma il vuoto di potere era così forte che il Soviet di Pietroburgo decideva insieme alla Duma le scelte di politica generale. L’Vov era il premier e molti ministri erano socialisti.

Nessuno aveva il coraggio di fare le due cose desiderate dalla massa: la pace e la riforma agraria.

Fu un piccolo partito comunista a guidare il fronte della protesta contro la politica del governo borghese: l’ala sinistra del partito socialdemocratico guidata da Lenin e Trokji, detti bolscevichi. La figura chiave della rapidissima espansione dei bolscevichi fu quella di Ilic Lenin. Rientrato dalla Svizzera (con l’aiuto dei tedeschi) Lenin presentò le sue tesi di aprile come un programma politico per il paese:

1.      Fine immediata della guerra imperialista

2.      Potere al proletariato (operai e contadini)

3.      Nessun appoggio al governo borghese

4.      Conquistare la maggioranza nei Soviet

5.      Affermare il potere di democrazia diretta dei Soviet sul modello della Comune di Parigi

6.      Espropriazione delle terre ai grandi proprietari

Era una proposta realistica, su cui lottare da subito. Gli altri partiti erano meno lineari nelle posizioni.

Con le sommosse di agosto cadde il governo e fu sostituito dall’esecutivo a guida Karenskij. Indeciso se proclamare la repubblica e allearsi ai bolscevichi, oppure perseguire la linea borghese e sopprimere le manifestazioni antigovernative Karenskij riuscì a inimicarsi tutti i partiti presenti in Russia.

A settembre i Soviet di Mosca e Pietroburgo diedero la maggioranza ai bolscevichi, aprendo così alla prospettiva di un colpo di mano. L’insurrezione fu preparata in segreto anche se in molti si aspettavano la presa del potere. A condurre le operazioni fu il comitato centrale del partito bolscevico con affiliati in tutti i settori delle forze armate russe (ci si riferisce sempre alle metropoli Mosca e San Pietroburgo, all’epoca Pietrogrado). Il 24 e 25 ottobre le guardie rosse (la milizia del partito) occuparono senza difficoltà il Palazzo d’Inverno, sede del governo. Al congresso del Soviet gli altri partiti socialisti non approvano la presa del potere. Da quel momento le sorti della Russia sono tenute dal governo provvisorio composto da “commissari” dei partiti proletari.

Il primo passo del governo a guida bolscevica fu l’apertura di una trattativa di pace separata con la Germania. Nel frattempo andava guadagnata la fiducia in tutto il paese. Le resistenze furono molte. Mosca riconobbe il nuovo potere il 15 novembre, nel resto del paese la situazione restò fluida e in molti casi si ebbero scontri a fuoco tra le diverse fazioni. A gennaio 1918 erano previste le elezioni per l’assemblea costituente a suffragio universale. A sorpresa non vince il partito bolscevico ma il partito socialrivoluzionario, molto più moderato e riformista. Lenin non accetta di lasciare il potere e scioglie l’assemblea. Secondo lui il nuovo potere doveva venire dai Soviet e non dal parlamento: lì in effetti i bolscevichi avevano la maggioranza (votavano solo le categorie proletarie con una logica di delega e non di rappresentanza). 

Pace di Brest-Litovsk – marzo 1918, pace separata con la Germania. La storia della Russia si separa da quella del restante continente europeo. Una strada che si ricongiungerà solamente nel 1989.

Il primo dopoguerra

GB – è il paese messo meglio, grazie alle colonie. Inoltre dai trattati di  Parigi ha acquisito il controllo di territori ricchissimi di petrolio, la nuova fonte di ricchezza energetica. In politica interna le elezioni premiano i liberali che formano il governo in coalizione con i conservatori. In crescita il partito laburista, che si appoggia anche alle forti organizzazioni sindacali: è una sinistra che non mette mai in discussione il sistema capitalista. Un caso quasi unico in Europa. L’economia però va male, l’industria si scopre vecchia e l’export si salva solo grazie alle dominions.

FR – La crisi favorì le rivendicazioni del sindacato CGT: furono concesse le otto ore di lavoro e molto altro. Nasce anche il partito comunista francese (PCF) che aumentò l’opposizione al governo di centro destra.

GER – Il paese uscì distrutto dalla guerra. Il re in fuga, rimasero in piedi lo Stato Maggiore (ovvero la gerarchia militare) e le organizzazioni di sinistra: SPD, sindacato, KPD (comunisti). In questo clima di smobilitamento viene proclamata la repubblica: è il 9 novembre 1918. Il governo provvisorio vede la compartecipazione del partito socialdemocratico SPD, dei militari e dei conservatori. I comunisti intanto aumentano consensi e forza. Guidati da due intellettuali di statura mondiale Rosa Luxemburg e Liebknecht iniziano una serie di manifestazioni antigovernative che fanno pensare ad una possibile insurrezione. La reazione è durissima: repressione nelle strade di Berlino e Monaco e assassinii eccellenti: prima Liebknecht, poi Luxemburg, quindi Eisner guida del partito comunista a Monaco. La capitale della Baviera ad aprile proclama la “repubblica dei soviet”, un’esperienza finita nel sangue già a maggio. Nel frattempo si era votato; le elezioni del gennaio avevano decretato il successo del SPD (37%) che guidarono così il primo governo della cosiddetta repubblica di Weimar (cittadina in cui fu presentata la Costituzione) insieme a cattolici e liberali democratici. Presidente della Repubblica fu Erbert, anch’egli socialdemocratico. Il nuovo assetto prevedeva una struttura federata in 17 lander, un Reichstag con potere legislativo e di nomina del primo ministro (cancelliere) e un presidente della repubblica (kaiser) eletto direttamente con ampi poteri. Già nelle elezioni del 1920 i socialisti persero consensi, e il governo passò ad una guida di centro.

AUSTRIA – Perso tutto l’impero e decaduto il potere della corona degli Asburgo, viene proclamata la repubblica. Anche qui il partito maggiore è il socialdemocratico.

UNGHERIA – Nuovo stato, e nuova repubblica parlamentare. Strutture statali deboli, e così i comunisti seguendo l’esempio russo proclamano la presa del potere da parte dei Soviet. A guidare la rivolta è Bela Kun carismatico leader comunista. Si scatena la guerra civile, vinta dai controrivoluzionari grazie all’aiuto militare di cechi, romeni e altri combattenti stranieri. Dopo un periodo di terrore rosso, si scatenò il terrore bianco. Nel 1920 fu ripristinata la monarchia.

TURCHIA – doveva essere spartita tra i vincitori, ma i nazionalisti di Kemal Ataturk si oppongono con le armi alle truppe straniere. Ottengono la revisione dei trattati firmati dal Sultano e nel 1923 nasce la repubblica con Kemal Ataturk eletto presidente. Uno stato laico e una popolazione islamica. Per gli alleati andava bene in ottica anti-bolscevica (isolare la Russia) e per aver risolto l’annosa questione degli stretti, che vennero aperti per tutti. L’Italia riuscì a mantenere il Dodecaneso (Rodi e altre isole).

Questo rapido quadro della situazione post-guerra mette in risalto il fallimento di tutte le rivoluzioni comuniste. Un passaggio chiave nello sviluppo del continente europeo, perché la teoria marxista prevedeva che la riuscita della rivoluzione in un grande paese avrebbe spezzato la catena dei paesi capitalisti e aperto la strada alla rivoluzione mondiale. Invece il sistema tenne. Vediamo perché:

1.      Borghesia forte, economicamente e culturalmente

2.      Fronte anticapitalista diviso tra socialisti e comunisti, riformisti e rivoluzionari

3.      Consenso popolare anche per i partiti cattolici (non c’era unità nei ceti sociali poveri)

4.      Movimenti nazionalisti antisocialisti in crescita di consenso

III internazionale

Nasce nel 1919 per volontà dei bolscevichi. Sostituisce la gloriosa II internazionale, crocevia e laboratorio di idee di mezzo secolo di socialismo. Questa assemblea era invece una internazionale comunista a pensiero unico, quello del partito bolscevico. Infatti i riformatori e i fautori di un socialismo da realizzare tramite il sistema parlamentare furono espulsi dall’assemblea. In breve tempo diventa uno strumento con cui i bolscevichi controllano i partiti comunisti di tutto il mondo.

ITALIA

I trattati di Versailles ebbero un esito umiliante per l’Italia. La stampa parlò di vittoria mutilata, senza neppure la città di Fiume e la Dalmazia. Si creò un clima di confusione istituzionale e tensioni crescenti tra pulsioni popolari opposte. La sinistra acquisì grande forza, il partito popolare divenne riferimento dei ceti medi moderati, mentre cresceva in ambienti importanti il fascino della politica nazionalista di estrema destra. Il 21 gennaio 1921 il PSI si spacca e nasce a Livorno il Partito Comunista Italiano guidato da Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. A differenza dei socialisti, conquistati all’idea del riformismo parlamentare, gli esponenti di “Ordine Nuovo” (la corrente di sinistra del Psi prima della scissione, che operò dal '19 al '21) pensavano ad un processo rivoluzionario costruito sul modello dei soviet.

Nel 1919 un ex socialista, Benito Mussolini, fonda i fasci di combattimento, ottenendo clamorosamente generosi sostenitori tra industriali e agrari. Iniziano le azioni intimidatorie verso il mondo socialista, compiute in un contesto di incredibile impunità. Ad aprile viene incendiata la sede dell’”Avanti” il quotidiano socialista. Nell’estate ci sono violente manifestazioni con l’occupazione delle terre al sud e saccheggi dei negozi nelle città. In molti chiedevano reazioni dure. Ma le elezioni danno un esito inedito; il PSI è il primo partito (32%) il partito popolare al 20% e poi gli altri moderati e conservatori.

Giolitti tornò alla guida del governo, e promosse alcune riforme in senso democratico (fiscalità più estesa per alcuni programmi di assistenza). Risolve la questione di Fiume – occupata da un anno da D’Annunzio con un manipolo di uomini armati – lasciandola alla Jugoslavia ma ottenendo in cambio Zara. Sia in politica interna che in politica estera creò molti malumori.

Nell’estate 1919 nascono i primi soviet anche in Italia. Letteralmente sono i Consigli di Fabbrica e così si presentano a Torino. La situazione precipita nel 1920 con l’inasprimento dei rapporti, gli scioperi e la serrata dell’Alfa Romeo di Milano. La FIOM decise l’occupazione, che si propagò in centinaia di fabbriche del nord. PSI e sindacato non ebbero il coraggio di proclamare lo stato rivoluzionario, così il temporeggiamento di Giolitti portò ad una soluzione indolore della crisi. Evitò l’uso della forza, un grande merito disprezzato da tutti. La sinistra del Psi rompe con il partito e fonda il PCI, mentre la borghesia non si sente abbastanza protetta dai liberali e dai moderati di centro e inizia a simpatizzare per i giovani fascisti che da qualche tempo si stanno mettendo in luce per la spregiudicatezza e la violenza delle azioni contro i socialisti.

La piccola età dell’oro: 1921-1929

Il dopoguerra segna uno stallo economico che pare irreversibile; le economie nazionali si chiudono nel protezionismo peggiorando le cose. L’inflazione diventa un male cronico, la disoccupazione dilaga. Dal 1922 la ripresa in Usa aiuta tutti. Soprattutto aiuta la GER che viene beneficiata con prestiti imponenti a medio e lungo periodo. Ma nel 1929 – a partire dal 24 ottobre – i nodi di una produzione non sostenuta da una adeguata distribuzione della ricchezza vengono al pettine: crollano i titoli di borsa di Wall Street. Nel giro di poche settimane la finanza mondiale va in collasso. Ma vediamo nel dettaglio le vicende del gigante d’oltreoceano, già da un decennio prima economia del mondo.

Dopo il presidente Wilson troviamo Harding, un repubblicano che favorisce i grandi monopoli e si caratterizza per uno strenuo isolazionismo. Nel 1921 viene addirittura varato un piano di contrasto all’immigrazione: aumenta l’odio xenofobo e razzista con la rinascita del ku klux kan. Nel 1920 viene istituito il proibizionismo per la vendita e il consumo di bevande alcoliche; un provvedimento che durerà fino al 1933 quando fu revocato visti i disastrosi risultati ottenuti (l’esplosione dell’illegalità e della criminalità organizzata di stampo mafioso). Sono anni di crescita disomogenea, un capitalismo dai grandi profitti, dai grandi monopoli, dalle grandi rendite borsistiche. Anche i salari crescono, ma non in proporzione.

1929: perché la crisi?

In Usa i redditi erano troppo bassi per sostenere una produzione così alta (scarsa la crescita dei consumi) e gli scambi internazionali non erano a un livello accettabile per le dimensioni dell’economia americana. Così gli investimenti si concentrarono in bolle speculative e in settori sicuri che – ad un certo punto – fecero crac! A un certo punto il timore di recessione si trasformò in panico: la borsa di wall street crollò e si innescò una reazione a catena mai vista prima: migliaia di licenziamenti e abbassamento dei salari, che causarono un’ulteriore riduzione dei consumi.

Il mito delle Corporation svanisce e solo l’intervento massiccio dello stato salva il sistema capitalista. Il giovane e brillante economista Keynes scrive un saggio illuminante intitolato “la fine del laissez-faire”. Questi sconquassi si riflettono nelle elezioni del 1932 in cui vince un democratico progressista: Frank Delano Roosevelt. Il nuovo presidente chiede poteri speciali per agire in tempi brevi contro la crisi e vara un team di esperti “brain trust” capaci di progettare e applicare una ricetta innovativa per il mondo capitalista anglosassone: il NEW DEAL.

Prima viene sostenuta la deflazione (per ripagare i debiti), poi inflazione controllata (per aumentare i consumi). Quindi viene varato un piano fiscale di aumento delle tasse – per i ceti benestanti – allo scopo di finanziare imponenti programmi di lavori statali e di aiuti al settore agricolo e alle piccole imprese. Anche i sindacati vedono rafforzato il loro ruolo.

Nel 1935, quando la ripresa inizia a dare i primi segnali concreti, viene avviata la seconda fase del New Deal: un piano di assistenza sociale statale, grandi opere infrastrutturali (strade, dighe, ponti, ferrovie), scuole e ospedali per l’intera popolazione. Con Roosevelt è lo stato a fare da garante nel rapporto tra i grandi gruppi monopolistici e i cittadini.

 (DA COMPLETARE)

 

Sintesi 1870-1913

 SINTESI RAGIONATA DELLA STORIA CONTEMPORANEA

Parte II – 1870-1914

 

(…) tanta parte delle attuali caratteristiche dei tempi nostri ebbe origine, a volte improvvisamente, nei decenni anteriori al 1914. In campo politico, i partiti operai o socialisti, che formano il governo o la forza principale di opposizione in quasi tutti gli stati dell’Europa occidentale sono figli dell’era che va dal 1875 al 1914. (…) Sotto il nome di “modernismo” l’avanguardia dei questo periodo comprende la maggior parte della produzione novecentesca d’alta cultura. (…)La cultura della vita quotidiana è tuttora dominata da tre innovazioni del periodo in questione: l’industria pubblicitaria, il giornale e il cinema. Quanto alla tecnologia, le automobili a benzina per la circolazione su strada e le “macchine volanti” sono apparse per la prima volta nel nostro periodo. Il telefono e la radio sono stati migliorati, ma non soppiantati.(…) Lo sport fu formalizzato in quest’epoca in Inghilterra, che ne fornì il modello e il vocabolario, e da lì si propagò rapidamente negli altri paesi.

E. Hosbsawn, L’Età degli imperi 1875-1914

 Gran Bretagna

Dopo il 1870 la Germania in forte crescita metteva in discussione la leadership mondiale della Gran Bretagna. I principali esponenti politici della seconda fase dell’età vittoriana furono DISRAELI (conservatore dal 1874) e GLADSTONE (liberale dal 1880).

Comincia l’azione terroristica a favore dell’indipendenza irlandese; anche in parlamento emerge la “questione irlandese” con l’ostruzionismo dei deputati eletti nell’isola “verde”.

1884 il corpo elettorale passa da 3 a 5 milioni.  Nasce la “Fabian Society” una componente molto rilevante per il pensiero politico socialista, che da quel momento abbandona sostanzialmente la linea rivoluzionaria per abbracciare la linea riformista, per quanto radicale possa essere.

Francia

In seguito alla sconfitta con la Germania e la resa di Versailles nuova repubblica guidata da Thiers. A Parigi, nel marzo 1871, scoppia l’insurrezione e viene proclamata la Comune. A maggio, al termine di un assedio durissimo, la città viene ripresa dall’esercito regolare (aiutato dalla Germania) e sottoposta ad una feroce repressione.

La III repubblica nasce sotto l’insegna dell’autoritarismo: Thiers presidente, pochi poteri al parlamento e leva obbligatoria. Solo nel 1880 iniziano alcune concessioni sulle libertà civili. Verso la fine del secolo la contrapposizione tra socialisti e conservatori si fa sempre più evidente, come dimostra L’AFFAIRE DREYFUS del 1894. Dreyfus era un giovane tenente ebreo condannato seppur riconosciuto innocente, proprio perché ebreo. Alla fine fu scagionato.

COLONIALISMO

Nel 1876 la regina Vittoria diventa imperatrice d’India. Molto diffuse ideologie razziste ed espansionistiche. I conservatori erano decisamente schierati per l’espansionismo mentre i liberali auspicavano una politica di mantenimento dei confini già vastissimi dell’impero.1885 primi episodi di insurrezione in India. La contesa per il canale di Suez, aperto nel 1869, fornirà alla Gran Bretagna l’occasione per portare sempre più truppe nell’area, fino a conquistare l’intera  regione tra Egitto e Sudan (completata nel 1898).Tra il 1898 e il 1902 guerra contro i boeri in Africa del Sud. Naturalmente fu un’altra vittoria.

FRANCIA dal 1871 l’Algeria viene colonizzata: in seguito ad una rivolta la repressione porta alla politica di consolidamento del territorio attraverso una vera e propria colonizzazione; diventa una seconda Francia. Negli anni successivi conquista la Tunisia (sottratta all’Italia) il Madagascar, il Senegal, la Somalia e buona parte dell’Africa Occidentale. Conquiste asiatiche in Indocina.

Germania

La grande Prussia diventa Germania, federazione di 25 stati autonome ad esclusione della politica estera e della guida economica decise dal governo del cancelliere. Il governo non rispondeva alla maggioranza parlamentare (reichstag) bensì solo al Kaiser (l’imperatore). La guida di Bismark punta a rafforzare lo stato, indebolendo sia il mondo cattolico sia il movimento socialista. Grande esaltazione del nazionalismo tedesco e concessione di un primo pionieristico sistema di assicurazione sociale per i lavoratori dell’industria. Bismark era contrario alla politica coloniale mentre gli industriali erano favorevoli. Ebbero la meglio gli industriali e anche la Germania si tuffò nell’avventura coloniale conquistando alcuni territori nell’Africa  orientale.

1888 sale al trono Guglielmo II con l’idea di realizzare il secondo Reich. L’antagonismo con Bismark porta quest’ultimo alle dimissioni nel 1890.

 Austria

1867 concessa la costituzione. Il re manteneva ampi poteri, così come il clero nella società austriaca. Diventano pressanti le spinte indipendentiste:

CECOSLOVACCHIA: Masaryr leader del movimento per l’indipendenza della Boemia e Slovacchia fonda nel 1900 il partito progressista.

UNGHERIA supremazia magiara sulle tante minoranze. Si propone il problema delle minoranze etniche nei nuovi stati nazionali. Rimane lo status di impero Austro-ungarico.

Russia

Dopo il 1865 Alessandro II ripiega su posizioni conservatrici. La borghesia è ininfluente. E’ invece il “populismo” una corrente politica radicale di sinistra a prendere campo, facendo nascere anche una forma di terrorismo politico. Nel 1881 lo Zar viene assassinato. Il successore Alessandro III abbandona la strada del timido riformismo e approva un piano di repressione e “russificazione” delle province: Polonia, Ucraina, Finlandia ecc.

1894 NICOLA II

Con questo zar la Russia conosce una prima forma di industrializzazione: lo stato investe per cercare di colmare il divario con le potenze continentali e a Pietroburgo e Mosca nascono grandi fabbriche e quartieri operai. A cavallo del XX secolo arrivano anche i primi scioperi e le rivolte. Si costituiscono e acquisiscono molta forza i partiti operai: Partito Socialidemocratico e Partito Social-rivoluzionario. La sinistra russa guarda anche ai contadini e alla comune di Parigi come modello di governo.

 Italia (i governi della sinistra)

La parità di bilancio era costata carissimo sul piano dell’equilibrio sociale. Le riforme erano indispensabili. Dal punto di vista della provenienza del corpo politico c’è da registrare la fine del monopolio degli uomini del nord e della grande nobiltà.

DE PRETIS nel 1875 si presenta con il celebre “discorso di Stradella” in cui promette un po’ di tutto inaugurando la demagogia elettorale. L’anno successivo diventa capo del governo. Anziché rivoltare la linea politica cambia pochissimo, inventando praticamente il “trasformismo” che annacqua le differenze politiche dei due principali schieramenti (conservatore e progressista) con una pratica di governo consociativa e accomodante per tutti. Allo stesso tempo la maggioranza parlamentare mantiene in costante marginalità le ali estreme della rappresentanza politica sia a destra che a sinistra. E’ stato accertato e storicamente riconosciuto il ricorso alla pratica della corruzione e dei brogli per mantenere in efficienza il sistema.

Riforme importanti:

-          2 anni di scuola obbligatoria

-          Abolizione della tassa sul macinato

-          1883 abolizione del corso forzoso

-          Aumento del corpo elettorale

1882 TRIPLICE ALLEANZA l’Italia stipula un patto difensivo con gli imperi centrali di Austria e Germania. Inizia l’avventura coloniale con il tentativo – fallito – di conquistare l’Etiopia.

1887 governo CRISPI Riprende l’aspirazione imperialista. 1889 Trattato (bilingue) di Uccialli fatto con il re etiope MENELIK. Una diversa interpretazione della traduzione permise quel contenzioso che portò alla guerra tra Italia e Etiopia.

Altre leggi di rilievo del periodo: diritto allo sciopero; abolita la pena di morte.

Il governo cerca di contrastrare l’ascesa del movimento socialista, che dal 1892 ha anche un suo riferimento nel Partito Socialista guidato da intellettuali come Costa, Turati e Labriola.

 GIOLITTI è un liberale. Con varie e diverse cariche è l’uomo che segnerà la vita politica del paese fino al 1913. Sale in carica nel 1892 al posto di Crispi. La sua idea è quella di aumentare il consenso attraverso la concessione di diritti civili. Affiancherà a questa politica “alta” la pratica meno lusinghiera di cercare sempre il compromesso con chiunque. In un primo tempo la sua condotta fu poco gradita (non represse le agitazioni dei fasci siciliani) e tornò Crispi. Con lui riprese la guerra ai socialisti e la guerra per i territori africani: nel 1896 ad Adua l’Italia fu umiliata contando la prima sconfitta militare di un paese europeo in Africa e 7000 soldati morti. La tragedia costò il posto a Crispi. Seguirono alcuni governi molto provvisori: Rudinì tra il 96 e il 98 che oscillava tra i moderati e i reazionari. Pelloux  fece un governo autoritario sfociato nella strage di Milano: nel maggio del 1898 il generale Bava Beccaris si rese famoso facendo sparare sulla folla in coda per il pane causando molti morti e una grande indignazione.

29/07/1901 assassinato il re Umberto I. Gli succede Vittorio Emanuele III

Il governo intanto è a guida moderata. Con il nuovo secolo arriva anche lo sviluppo economico e l’industrializzazione. I capitali furono trovati nelle banche e nello stato. La politica protezionistica favorì le fabbriche italiane ma svantaggiò i prodotti agricoli del sud. Queste scelte furono tra le cause della eccezionale ondata migratoria che interessò il popolo meridionale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Stati Uniti

Lasciata alle spalle la guerra di secessione gli Stati Uniti devono scontare una divisione nord-sud molto forte: nel 1866 il razzismo prende la forma del famigerato Ku Klux Klan, cittadini bianchi anglosassoni protestanti (definiti dall’acronimo WASP) mossi da un’odio ideologico verso gli afroamericani liberati dalle catene della schivitù. A riflettere questa impostazione culturale sta la struttura economica. Gli stati del sud erano dipendenti ancora dalle grandi piantagioni e auspicavano una politica di liberismo; viceversa gli stati del nord – che imposero come vincitori il loro punto di vista – propugnavano il protezionismo a favore dei grandi gruppi industriali e finanziari. New York e Wall Street segnarono il nuovo corso della più grande repubblica del mondo. Un corso vincente, se è vero che nel 1898 c’è il sorpasso in termini di Pil assoluto degli Usa alla Gran Bretagna (primato ancora attuale) e che nel giro di pochi anni le immense ricchezze territoriali furono integrate a un sistema industriale in grande progresso.

-          Conquista del West (sterminio e prigionia per circa 2 milioni di nativi)

-          Taylor inventa il sistema a catena di montaggio

-          Ai primi del Novecento Ford abbassa drasticamente il prezzo dell’automobile per consentire ai suoi operai di acquistarne una. Nasce il consumismo industriale.

-          Grande violenza nella repressione di scioperi e delle organizzazioni sindacali.

 Sul fronte internazionale i diversi presidenti che si succedono sono concordi nel perseguire una politica di espansione, non solo verso i territori vergini dell’ovest ma anche verso possedimenti di altri stati come Russia, Messico e Spagna. Nel 1867 l’Alaska viene acquistata dalla Russia (venduta come un deserto ghiacciato si rivelerà poi ricca di materie prime); nel 1898 conquista le isole Hawaii e le Samoa nell’oceano Pacifico e contende alla Spagna le lontanissime isole Filippine e la vicina isola di Cuba. Vince facilmente, ma non annette i territori. Inaugura invece la politica dei governi fantoccio: dei governi formali svolgono in tutto e per tutto gli interessi degli Stati Uniti che agiscono come “protettori”.

Giappone

Altro paese uscito alla fine degli anni ’60 da una terribile guerra civile. Qui si afferma un potere imperiale determinato a modernizzare il paese sull’esempio europeo e in particolare tedesco. L’operazione ha qualcosa di sbalorditivo, mai visto e ripetuto. Agli occhi di un europeo poteva sembrare simile all’età medievale solamente nel 1866 per ritrovarlo militarmente competitivo e minaccioso a fine secolo.

 Conflitti internazionali

1877 guerra tra Russia e Turchia. Gli strascichi della guerra di Crimea e la questioni degli stretti sono problemi aperti che periodicamente tornano a insanguinare lo scacchiere mediterraneo. La scintilla stavolta furono le rivendicazioni nazionaliste di Bulgaria e Erzegovina contro l’impero turco. La Russia – strumentalmente per via dell’interesse per la riapertura degli stretti sul mar Nero – si dichiarò protettrice degli slavi del sud e avviò una serie di azioni contro la Turchia.

Legata ad una serie di conflitti in territorio africano tra le altre potenze europee, la questione venne discussa al CONGRESSO DI BERLINO del 1878 e sancì l’autonomia di una regione bulgara, l’indipendenza di Serbia-Montenegro e il protettorato britannico su Cipro. Il mondo islamico stava perdendo la sua integrità territoriale.

Socialismo

Nel corso della II Internazionale (1871?) fu indetto il 1° maggio festa dei lavoratori e l’obiettivo comune per i lavoratori di tutto il mondo: le otto ore lavorative. La funzione dell’organismo era quello di fornire il riferimento internazionale a tutti i partiti socialisti e socialdemocratici. Inizialmente ne facevano parte anche anarchici ma furono espulsi nel 1898 per incongruenze. Emersero ben presto distinzioni tra due linee di tendenza che segneranno la lacerazione della sinistra per tutto il secolo successivo: ovvero la contrapposizione all’interno del movimento tra riformisti e rivoluzionari. Partendo dall’ideologia marxista si svilupparono diverse correnti, guidate da abili oratori e pensatori politici, come Bernestein (riformista), Kautsky, Rosa Luxemburg, Lenin (rivoluzionari), Sorel (sindacalismo rivoluzionario).

La chiesa

La chiusura assoluto nei confronti della modernità viene abbandonata con il pontificato di Leone XII che apre alla questione sociale. Il nemico numero uno è il socialismo, e contro di esso va accettata anche la democrazia liberale, demonizzata da Pio IX. Del 1891 è l’enciclica Rerum Novarium, che illustra questa nuova prospettiva di partecipazione dei cattolici nella vita sociale delle società di massa: mutuo soccorso, associazionismo, sindacati, partiti …. Ogni aspetto deve avere un riferimento preciso dal mondo cattolico. L’obiettivo è migliorare la vita delle fasce umili delle persone, tenere insieme le diverse classi sociali (“l’unità tra operai e padroni”) e scongiurare la rivoluzione socialista. Ma all’inizio del nuovo secolo la chiesa era già in piena restaurazione, accentuando il carattere di ubbidienza all’autorità e alla pura carità verso gli strati inferiori della società.

LA BELLE EPOQUE (1900-1914)

in realtà con il termine "belle époque" si è soliti riferirsi ad un periodo più lungo, che parte dagli anni '90 dell'ottocento o addirittura dagli anni '70. La visione italiana dello sviluppo però ci porta a considerare l'età della crescita e dell'ottimismo come una finestra più piccola tra i molti decenni di difficoltà.

Gran Bretagna

Insieme alla produzione industriale cresce il movimento operaio, che diviene sempre più organizzato e minaccioso. Nel 1906 viene costituito il partito laburista che raccolse le diverse anime della sinistra britannica (a differenza dei movimenti continentali non era rivoluzionaria ma riformista, per quanto radicale). La politica era dominata dai Tories conservatori, anche se occasionalmente andavano al potere i liberali. La crescita economica permise alla classe operaia di ottenere importanti conquiste: otto ore lavorative, riforma fiscale a svantaggio dei grandi proprietari terrieri. Il potere politico era ormai tutto in mano alla camera dei comuni (elezioni popolari) a scapito della camera dei Lords (rappresentanti nobiltà) e della monarchia (avviata ad un ruolo di semplice super-partes e guida spirituale del paese).

Teneva banco la questione irlandese, dove le spinte nazionaliste non erano più arginabili con concessioni autonomistiche, come la Home Rule di inzio ‘900. Anche il mondo coloniale dava segnali sempre più forti di insofferenza al controllo della corona britannica. In Sudafrica invece furono gli inglesi a sconfiggere i boeri olandesi per il controllo delle ricchissime miniere di diamanti.

Francia

Il governo, laico anche nelle connotazioni conservatrici, ruppe in modo drastico con il Vaticano. Nel 1905 nacque il partito socialista francese, guidato dal carismatico Jacques Jaurés. Le imponenti manifestazioni – represse duramente – fecero ottenere ai lavoratori il diritto alla pensione di anzianità e la domenica festiva.

I successi della sinistra allarmarono gli ambienti militaristi e reazionari, portando per risposta ad una forte crescita del nazionalismo. Nel 1914 il partito socialista vinse le elezioni politiche.

Germania

Tasso di sviluppo economico altissimo. Questa crescita strideva con la situazione geopolitica del mondo che premiava stati come la Francia e Gran Bretagna con imperi coloniali immensi, e gli Stati Uniti e la Russia con immensi territori ricchi di materie prime. I tedeschi volevano cambiare i rapporti di forza nel mondo. L’imperatore e gli industriali erano fortemente determinati a guidare una nuova fase di espansione. Di fronte al nazionalismo crescente il partito socialdemocratico (SPD) entra in crisi: la disputa tra rivoluzionari e riformatori paralizza l’azione della sinistra in Germania, e porta alla sconfitta alle elezioni del 1907. In seguito la linea del partito sarà meno internazionalista e più vicina alla linea politica del Kaiser, ovvero nazionalista. A guidare questa svolta furono Bebel e Noske che raccolsero i frutti con la vittoria del 1913. (bisogna ricordare però che in Germania il governo era nominato dall’imperatore e non dipendeva dal parlamento). In ogni caso gli operai tedeschi ottennero grandi concessioni in termini di welfare e stipendio. Una base di consenso molto ampia, che sarà molto utile al momento dello scoppio della guerra.

Russia

Lo zar Nicola II – un regnante di scarsissimo valore umano e politico – risponde alle sfide della modernità facendo appello alle tradizioni e ai vecchi valori religiosi e autocrati. Quella minuscola fascia di popolazione definibile come borghesia fece alcune richieste di riforme civili. La massa di operai proletari (non più di due milioni e mezzo concentrati su Mosca e Pietroburgo) era compattamente con i partiti marxisti. Anche i contadini, sparsi nella sterminata campagna russa, erano nella maggior parte attratti dalle teorie rivoluzionarie dell’estrema sinistra.

Inoltre la famosa intellighenzia russa partorì alcune grandi personalità politiche che riuscirono, nel volgere di pochi anni, di ottenere risultati inimmaginabili.

1905. Al governo ci sono i conservatori guidati da Witte. All’opposizione ci sono i liberali, in rappresentanza della borghesia. Al di fuori dal parlamento e al confine con la legalità ci sono i partiti rivoluzionari Contadino e Socialdemocratico (guidato da Lenin, Trocki e Martov).

La guerra contro il Giappone per il possesso delle isole Kurili si risolse in una sconfitta fragorosa. Sull’onda del disastro il 22 gennaio in 140000 invasero Pietroburgo per protestare contro lo zar. Le guardie armate spararono facendo 1000 morti, a cui seguirono altri scontri e scioperi. In ottobre prese corpo l’idea di democrazia alternativa di Trocki: nacquero i soviet del popolo: assemblee di operai, soldati e contadini in gradi di prendere decisioni politiche. Un vero e proprio contropotere ai vari prefetti e funzionari imperiali. Questa pressione porta ad ottenere elezioni con suffragio universale e le libertà civili. Viene istituito il parlamento russo, chiamato DUMA, ma ben presto viene sciolto per rifarlo senza i rappresentanti dei partiti di sinistra. A fine anno inizia la reazione violenta da parte delle truppe zariste; vengono sciolti i soviet e arrestati o uccisi i leader di partito. Il fallimento della rivoluzione del 1905 porta ad una rottura nel partito socialdemocratico tra menscevichi – guidati da Martov - e bolscevichi – guidati da Lenin e Trokji.

Stati Uniti

Il secolo si apre nel segno del presidente Theodore Roosevelt e della sua enfasi militaresca e nazionalista. Il segno politico è molto diverso da quello attuale, basti pensare che era dell’ala progressista dei repubblicani. La distinzione determinante era infatti l’approccio alla politica economica, protesa all’espansione capitalista e alla conquista di mercati internazionali. Funzionale a questi obiettivi era anche il superamento della conflittualità con il mondo operaio, ottenuto tramite alcune concessioni (otto ore, ferie, pensioni ecc.) e alcuni accordi di tipo corporativo con i sindacati che assunsero un ruolo a-politico all’interno delle fabbriche. Il successore di Roosevelt fu un presidente di alte visioni idealiste, W. Wilson, al quale lo sfascio della vecchia Europa diede l’occasione di illustrare una nuova visione per il nuovo mondo.

Italia

Sono gli anni di Giolitti, che propone una politica di apertura verso il movimento operaio, rispondendo così alle esigenze di moderati e riformisti. La contrazione economica terminò nel 1896, e si registrò il primo vero boom economico, concentrato per lo più nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova. La spinta allo sviluppo viene da un connubio stato-privato che segnerà la struttura del capitalismo italiano fino ai giorni nostri. Lo stato ci mette i soldi e sceglie quali gruppi avranno commesse e lavori; il privato prolifera all’ombra di un mercato riservato e protetto, riservandosi di finanziare il partito politico o il clan di riferimento nei banchi di Montecitorio per riproporre in futuro lo stesso schema. Un sistema che ha prodotto numerose conseguenze negative, dalla scarsa capacità concorrenziale dell’industria italiana, all’affermazione su grande scale del metodo clientelare come percorso classico per portare avanti affari e carriere. Un imprinting culturale prima ancora che economico, in grado di costruire un’etica pubblica sui generis che apparirà ben presto come un carattere tout court dell’essere italiano, specialmente in questioni di soldi, economia, finanza e potere.

In ogni caso al Nord abbiamo un progresso complessivo: + industrie, + diritti civili, + comunicazioni, + scuole, + capitali e produzione industriale;

al Sud viceversa troviamo distese latifondiste di cereali con rendite passive per lo stato. Il potere dei notabili locali è mantenuto attraverso il “voto di scambio”. In questa stagnazione esplode il fenomeno dell’emigrazione, con milioni di cittadini italiani che cercano fortuna verso l’America e il Nord Europa. La tenuta dell’Italia e la sua crescita di inizio secolo devono molto anche alle rimesse in valuta pregiata di questi emigranti della disperazione.

Questa doppia faccia dell’Italia, era anche la doppia faccia del Giolitti politico: progressista al nord e corruttore-conservatore al sud. La sua idea era di integrare tutti i frammenti nello stato italiano. Propose al Psi di entrare in coalizione, spaccando così il partito (ala riformista di Turati, e ala rivoluzionaria di Labriola). La linea moderata di Turati è sconfitta e il socialismo italiano diviene massimilista in coincidenza con le maggiori concessioni che gli furono fatte (compresi aumenti salari e misure di assistenza sociale).

Le elezioni le vincono ancora i liberali.

1906 nasce la CGL

1910 nasce la CONFINDUSTRIA

Giolitti rinnova il protezionismo doganale, a favore delle industrie del nord.

 La nuova recessione economica innesca scioperi e malumori, favorendo la crescita del nazionalista di stampo militarista e imperialista. Nel 1910 infuria il dibattito intorno alla spedizione in Libia. Intanto cade l’ennesimo governo Giolitti e l’anno successivo inizierà la guerra di Libia. Unico partito contrario era il PSI. In cambio viene concesso il suffragio universale in vista delle elezioni del 1913. Per garantirsi i voti delle masse cattoliche viene sottoscritto il “Patto Gentiloni” che concede molti privilegi alla chiesa cattolica (tasse, scuole, ospedali ecc.)

Le elezioni sono vinte dal Partito Socialista, ma con un sistema proporzionale puro l’incarico di formare il governo va a Giolitti che trova il sostegno dei partiti liberale, popolare e altri minori. Il suo è un gabinetto debole e si trova costretto alle dimissioni già nel 1914. Una linea ben più aggressiva – in politica interna ed estera – si era affermata e trovò sbocco nella formazione del governo Salandra.

Crisi dello Stato "interventista"

Dopo il boom economico degli anni 1950 e '60 durante il quale lo stato toccò il maggior livello di integrazione con la società civile, la curva dell'impegno statale iniziò nuovamente a scendere. Perché?

1 - Fattore economico

La crisi petrolifera e la congiuntura negativa di recessione e inflazione portarono a quella che O'Connor definì "crisi fiscale dello stato". Secondo molti l'intervento così esteso e così oneroso da parte dello stato era diventato un lusso insostenibile.

2 - Crisi interna

I partiti di sinistra cedono sul terreno ideologico di fronte agli attacchi del neoliberismo più aggressivo. Il servizio pubblico, patologicamente sottoposto a critiche incrociate, risentì più di ogni altro il difficile adeguamento alle nuove tecnologie e ai nuovi ritmi di produttività. Attaccato dal versante finanziario - "troppo costoso" - e dal versante politico - "impedisce la crescita economica" - lo stato fu costretto ancora una volta a trasformare i rapporti con la società civile.

Limitandoci all'Europa e agli Stati Uniti i modelli seguiti sono stati prevalentemente due:

A - STATO NEOLIBERALE

Margaret Thatcher e Ronald Reagan, alla guida di Gran Bretagna e Stati Uniti per tutti gli anni '80, guidarono l'aggressione allo stato sociale riproponendo le stesse certezze dei primi capitalisti ottocenteschi.

Il cittadino deve "farcela da solo", lo stato deve semplicemente fare le regole e farle rispettare, l'economia deve essere liberata da "lacci e lacciuoli".

Tradotto significava una azione di privatizzazione fortissima (ferrovie, acqua, luce, gas, acciaio; in parte anche sanità e scuola); un attacco risoluto alle organizzazioni sindacali; un incremento delle forze armate e delle spese militari.

(per approfondimenti vedi sezione "globalizzazione")

B - STATO NEOCORPORATIVO

Niente a che vedere con l'Italia di Mussolini o la Spagna di Franco. La strategia seguita dai principali paesi del continente europeo per far fronte alla crisi economica senza sfasciare il welfare state, è quella di una contrattazione trilaterale tra governo (stato) e parti sociali (sindacati e imprenditori).

Il presupposto è una artificiosa riduzione della conflittualità, basata su basse richieste salariali, pochi licenziamenti e una politica di stabilità monetaria in regime di bassa inflazione.

Altre opzioni, la rivoluzione comunista o la deriva fascista, sembrano per il momento fuori da qualsiasi realistica ipotesi di ridefinizione statale.


Comparazioni

"Più si va ad est e più lo stato interviene direttamente" (Alexander Gerschenkron). L'affermazione è inconfutabile: in Inghilterra quasi tutta l'attività economica è in mano ai privati; in Francia le infrastrutture dei trasporti (binari, stazioni, tunnel ecc.) sono a carico dello stato, il resto è affidato a imprese private. Ma già in Italia - in una certa similitudine con il caso tedesco - lo Stato deve fare il grosso del lavoro, mentre il finanziamento è affidato agli istituti bancari.

Più ad est invece tutto è sulle spalle dello Stato: è il caso della Russia degli zar e del Giappone imperiale.

LO STATO INTERVENTISTA

Le caratteristiche di intervento statale si accentuano con la crisi del 1870, definita da Habermas "crisi di legittimità" degli anni '70-'80-'90.

Le cause della crisi sono principalmente due:

a) Espansione del movimento operaio

L'urbanizzazione, la violenza dei rapporti di lavoro nelle fabbriche e la rottura delle precedenti solidarietà di paese, produce un rapido sviluppo di movimenti di massa fortemente anticapitalistici.

Di ispirazione in gran parte marxista il movimento operaio getta sul tavolo della modernizzazione una coscienza di classe mai vista prima nella storia dell'uomo e una organizzazione politica sempre più articolata (sindacati, società di mutuo soccorso, partiti).

b) Crisi economica

Lo sviluppo industriale esaurisce la prima fase: per proseguire lo sviluppo tecnologico occorrono grandi ristrutturazioni e lo stato ha bisogno di un consenso sempre più esteso. Se non fa nulla rischia la rivoluzione.

Lo stato moderno, senza proclami altisonanti, cambia forma seguendo quattro direzioni:

1 - Intervento nell'Economia

Tramite banche e controllo dei prezzi lo Stato detta la linea al tipo di sviluppo economico che di anno in anno si dovrà fare - qualcosa di simile alle odierne leggi finanziarie.

Oppure, in alternativa, lo Stato assume a proprio carico la gestione di grandi fabbriche e di grandi imprese.

Entrambi i sistemi sono proseguiti per tutto il Novecento nei paesi europei e occidentali.

2 - Costruzione dello Stato Sociale

Dalla metà dell'Ottocento non era più possibile per la borghesia al potere dire alla classe operaia "arrangiatevi". Il rischio di un sovvertimento sociale era così forte da indurre tutti i governanti a varare, in misura naturalmente diversa, importanti dispositivi di sicurezza sociale.

La prima grande fase è legata al nome del barone Von Bismark che in Germania, nel chiaro tentativo di arrestare l'ascesa del partito dei lavoratori, creò un modello di assicurazione statale estesa a tutti i lavoratori dell'industria, copiata negli anni successivi un po' da tutti gli stati europei. Si tratta di provvedimenti per i casi di infortuni, malattia, disoccupazione e vecchiaia.

La caratteristica più evidente dell'introduzione di legislazioni sociali è l'avanzamento a balzi. Dopo il nodo del 1870-1900, gli altri balzi in avanti coincidono, non a caso, con le guerre mondiali: lo stato deve giustificare e risarcire della tragedia e dei morti che ha imposto alla popolazione.

E' la seconda guerra mondiale a segnare il grande passo verso la costruzione del welfare state come lo conosciamo oggi. Tutti i paesi maturano la convinzione dei nuovi diritti dei cittadini e, seguendo l'esempio della Gran Bretagna e del Piano Beveridge, assicurano ai cittadini europei una serie estesissima di servizi sociali.

3 - Intervento politico e ideologico

Per sopravvivere lo stato liberale ha bisogno di godere di un ampio consenso nella società, sempre più "di massa". Bisogna chiedersi come ha fatto, e come fa, lo stato a condizionare il contesto politico-ideologico dei cittadini.

La parabola dei movimenti operai dimostra chiaramente l'efficacia di questo intervento. Da un inizio di opposizione di sistema infatti, si è passati a un graduale inserimento nei meccanismi del potere fino a spaccare il fronte della sinistra, in rivoluzionari anti-sistema e riformisti che riconoscono il sistema democratico-parlamentare ma lo vogliono migliorare.

I mezzi di intervento sono stati molteplici. I più evidenti sono: il sistema educativo, il controllo dei mass media e l'attrattiva culturale verso la democrazia.

La scuola come momento di razionalizzazione e assimilazione di valori condivisi diventa una realtà con il procedere della istruzione obbligatoria. Il punto è sentito dai dirigenti, tanto che Lord Gray nel lontano 1870 ebbe a dire: "dobbiamo educare i nostri maestri" (cioè gli elettori). Sul ruolo di penetrazione psicologica e culturale ad opera dei mass media, si è consumata una sterminata letteratura sia storiografica che politica, mentre il binomio stato-democrazia - realizzato nella possibilità di votare per i governanti - garantì sempre una libertà fondamentale per capire il successo della società capitalistica.

4 - Tecnocizzazione della burocrazia

La riforma dell'amministrazione, già avviata ai primi del XIX, diventò strategica col finire del secolo. Il consenso popolare passò sempre di più dalla capacità intrusiva dello stato di agire sulla vita privata dei cittadini; spesso in maniera positiva, basti pensare alla sanità pubblica o alla educazione obbligatoria, talvolta in forme così nefaste di inefficienza e lentezza da creare alienazione del cittadino dallo stato. E' proprio il caso dell'Italia.


 

Avevano detto

Il ruolo dello stato era, ai primi dell'ottocento in via di definizione.

Secondo i primi liberali inglesi doveva essere come "un domatore del circo", che sta fuori dallo spettacolo, sorveglia, ma non prende parte. Lo stato dirige in modo minimale quello che succede nella società. Questo almeno era l'obiettivo. Si crea una grossa differenza tra la realtà e l'illusione.

Karl Marx individua la divisione tra realtà e illusione molto bene nel testo "Questione ebraica" del 1844. In questo pamphlet si sostiene che nella società feudale la cosiddetta società civile e lo stato coincidevano.

Gli elementi della società civile (proprietà, lavoro, famiglia) erano elevati a momenti di vita statale (corporazione, signoria, villaggio). Non c'era una suddivisione netta tra momento privato e momento pubblico. La trasformazione borghese ha creato questa separazione.

I cittadini sono uguali di fronte allo stato e alla legge ma restano profondamente diversi nella società civile. L'uomo ha ora due esistenze: l'uomo politico e l'uomo economico. La rivoluzione borghese crea l'uguaglianza illusoria (politica) e la disuguaglianza reale (economica). Secondo Marx l'allineamento delle due uguaglianze è impossibile nella società capitalistica.

La questione del rapporto tra stato e società civile sarà al centro del dibattito politico per molto tempo. Vediamo alcune opinioni di "gente importante" del XIX secolo:

Secondo Thomas Paine ("Buonsenso" - 1776) lo stato doveva solo punire gli eccessi negativi commessi dall'uomo. Crede fermamente nelle capacità del libero mercato di rispondere alle richieste di felicità degli individui. "La società civile è prodotta dai nostri bisogni, e il governo dalla nostra malvagità".

Emmanuel Joseph Siéyès

Vede nella borghesia la forza trainante della società e quello che più di ogni altra va lasciata libera di agire. Anche lui, come Paine, auspica uno stato con pochi poteri. Entrambi pensano che l'uomo sia portato per natura ad una competizione pacifica, alla cooperazione, alla solidarietà. Lo stato deve ricoprire esclusivamente il ruolo di controllore.

Di opinione completamente opposta le idee di grandi pensatori dell'Ottocento:

G. W. Friedrich Hegel ("Filosofia del diritto - 1820) sostiene che lo Stato rappresenta il punto più alto dell'uomo. La società civile non è altro che una giungla, dove la competizione esalta gli aspetti peggiori dell'uomo. E' lo stato a limitare gli istinti biechi dell'uomo e a valorizzarne le virtù. La Prussia era per lui il riferimento concreto di uno stato forte e di una società civile limitata.

Alexis Tocqueville ("La democrazia in America" - 1840) espone una terza posizione, di grande attualità.

"Il tiranno maggiore - sostiene - può essere proprio lo stato democratico con troppa burocrazia e troppo controllo sulla società civile" - La legittimità guadagnata con l'elezione democratica rischia di divenire un pericoloso boomerang se il potere politico non viene controllato da una cittadinanza attiva e competente.

Come possibili rimedi individua la proliferazione delle associazioni di cittadini e l'esistenza di un esercito di leva. In generale è fondamentale il ruolo attivo della cittadinanza.

RIASSUNTO:

1 - Stato debole-società civile forte (Paine-Seyes)

2 - Stato forte-società civile debole (Hegel)

3 - Società civile attiva per evitare la dittatura dello stato democratico (Touqueville)

In particolare riguardo all'Italia è stato molto acceso il dibattito sui perché del mancato sviluppo in senso liberale dello stato postunitario. Antonio Gramsci attribuisce la responsabilità alla borghesia che ha trovato più comodo mantenere nel sud i vecchi rapporti di potere - clientelare e di favoritismi - facendo un compromesso con i grandi latifondisti meridionali. Il timido tentativo della destra storica fu accantonato definitivamente nel 1876 quando la sinistra borghese inaugurò il TRASFORMISMO abbandonando qualunque velleità riformista.

In Italia, anche nel dopoguerra, possiamo notare una strana convergenza anti-modernizzazione dell'apparato statale: da una parte la maggioranza di governo che perpetua la pratica trasformista sacrificando le riforme "liberali" alle pratiche di scambio elettorale; dall'altra una opposizione comunista e socialista (per gran parte del secolo) poco interessata al miglioramento del sistema (riforme) per sbandierare un possibile cambiamento radicale (rivoluzione).


 

Creazione dello Stato

Si può individuare l'origine dello stato moderno come conseguenza dello sviluppo tecnologico della rivoluzione industriale e dello sviluppo giuridico-politico della rivoluzione francese e del riformismo britannico.

La distinzione dell'Ancien Regime si riassume in 4 punti:

1) Il monopolio statale delle forze armate

Prima i vari feudatari e signorotti avevano potere diretto sui loro servitori. L'ordine a livello locale era spesso autonomo rispetto all'autorità del Re.

2) Pubblica amministrazione professionale

Soprattutto nel caso inglese si registra uno straordinario stravolgimento delle consuetudini di inefficienza, corruzione e nepotismo di gestione dello stato. Il merito va in gran parte a Sir Gladstone che tra il 1850 e il 1870 introdusse, tra le altre, questa importante riforma.Su questo tema sono celebri le considerazioni di Max Weber che vede la razionalità burocratica alla base dello stato moderno.

3) Mezzi di produzione in mano ai privati

Sempre in Inghilterra il passaggio dall'economia agricola all'economia industriale avviene come trionfo della iniziativa privata: fabbriche, terreni, mercato sono gestiti interamente dalla società civile

4) Diritti universali dell'uomo

Riprendendo la brillante periodizzazione di T.H. Marshall ("Cittadinanza e classe sociale" - 1951) l'introduzione dei diritti conosce tre fasi; una prima riconducibile al '700 riguarda i diritti civili: diritti di proprietà, di assemblea, di libertà di stampa e di parola; la seconda si riferisce ai diritti politici (voto); la terza è rappresentata dai diritti sociali, ed è esclusiva del XX secolo.

Nella costituzione dello stato liberale si vedono importanti leggi di uguaglianza e libertà - si pensi soprattutto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna - ma è altresì importante notare la parzialità di alcune leggi estese a una cittadinanza incompleta, che lascia fuori i neri, talvolta le donne, gli abitanti delle colonie.


Lo Stato, cos'è?

Caposaldo della civiltà occidentale, lo stato liberale rappresenta meglio di qualunque altra forma l'affermazione del sistema capitalista quale modello sociale, politico, economico e culturale negli ultimi due secoli.

Al cospetto di una storia orientata allo studio di grandi eventi e grandi fratture, l'approfondimento dello sviluppo dello stato - dalle sue origine ottocentesche alle recenti trasformazioni neoliberiste - evidenzia tutti quegli aspetti che regolano realmente, e molto più dei tanti "ismi" del '900, le nostre vite.

Niente affatto scontata è la domanda, per esempio, di cosa sia lo stato, per noi europei del XXI secolo. Si può dire che è l'insieme di istituzione, da una parte, e società civile dall'altra, unite in maniera non armonica, né tantomeno riconducibile a una struttura piramidale e/o gerarchica.

Le varie parti che "formano" uno Stato:

1 - Legislatura

2 - Governo

3 - Burocrazia

4 - Amministrazione locale

5 - Magistratura

6 - Forze Armate

7 - Economia pubblica

8 - Scuole

9 - Stato Sociale

10 - Istituzioni culturali.... forse anche altro

Il rapporto del cittadino con questi elementi e il rapporto tra di loro, determina molti tipi di stato. In generale si possono individuare i 3 "rapporti" che determinano lo Stato:

a) Gerarchia elementi dello Stato

E' importante capire quanto conta all'interno dei confini territoriali il peso di alcune parti dello stati: ad esempio ci possono essere casi dove è preminente il ruolo delle forze armate (Africa e Sud America) oppure dove il potere è sbilanciato nel parlamento (Italia) piuttosto che nel governo (Gran Bretagna). Ed è utile capire anche come questi rapporti, tra potere centrale e potere locale, tra governo e magistratura si evolvono nel corso del tempo.

b) Rapporto Stato-Società civile

Considerando "società civile" tutto quello che non dipende direttamente dallo stato (rapporti sociali, produttivi, interazioni di vario tipo) il rapporto è, in pratica, la relazione tra le istituzioni e le forme di associazionismo tipiche delle società moderne, dai sindacati ai comitati, dalle organizzazioni di categoria alle lobbies di interessi. La base del rapporto è una contrattazione, spesso fatta con una parte specifica dello stato (p.e. un ministero), allo scopo di convincere della giustezza della propria posizione e strappare concessioni.

Il quadro si fa maledettamente complicato nel momento (molto frequente) in cui gli interessi contrastanti si sovrappongono: sia parti di stato che parti di società civile possono avanzare interessi contrastanti di difficilissima risoluzione. Le combinazioni che ne possono scaturire sono innumerevoli e non è stranissimo vedere parti di stato unirsi ai cittadini in rivendicazioni contro un altro potere dello Stato. Un esempio è il caso della Francia del 1958, alle prese con la crisi d'Algeria: i coloni assieme all'esercito tennero una posizione antigovernativa portando il paese alle soglie della guerra civile.

c) Rapporto economia-Stato

Non c'è dubbio che la pressione più forte sul governo sia esercitata dalla classe industriale e imprenditoriale. La posizione tipica della storiografia marxista sancisce un legame più che stretto tra élite borghese e potere politico

Marx: (...) il potere politico non è altro che un comitato d'affari

Lenin: "Lo stato è la dittatura della borghesia"

Miliband (storico): ha ragione Marx, lo stato riflette comunque la volontà borghese.

In durissima polemica con l'inglese Ralph Miliband, lo storico francese Nicos Poulantzas sostenne una più realistica "autonomia relativa" dello stato, in relazione soprattutto all'introduzione del welfare state e delle politiche fiscali progressive.