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Guerre Mondiali

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I SONNAMBULI - Nikola Pašić

 Nikola Pašić - Primo ministro della Serbia

 
Ufficialmente il potere in Serbia era nelle mani di Nikola Pašić che, a parte brevi intervalli, guidò il governo del paese dal 1904 al 1918.
Laureato in ingegneria, dedicò la sua vita alla politica, agendo sul palcoscenico governativo per quasi quaranta anni. Debuttò come giovane indipendentista partecipando alle manifestazioni anti –turche del 1875, dopodiché si dedicò alla costruzione del partito radicale di matrice nazionalista. Un partito che metteva insieme la spinta alla modernizzazione in senso costituzionale-liberale con l’aspirazione a riunire tutti i serbi della penisola balcanica, facendo propria la visione irredentista costruita su una classica miscela di ideologia nazionalista e inclinazioni tipiche del romanticismo patriottico (enfasi molto forte sul senso del passato, della storia, e del sacrificio per la patria.)
Nel corso degli anni e delle sue esperienze maturò la convinzione che l’emancipazione definitiva della Serbia sarebbe giunta grazie all’amicizia della Russia, in un’ottica panslava. Tuttavia conobbe un periodo di allontanamento dalla vita pubblica ad opera del re Alessandro, per tornare in auge non appena il colpo di stato del 1903 tolse di mezzo il poco amato sovrano. Fu lui a tessere le fila della nuova politica belgradese del post regicidio. Pasic, detto “Baja” da amici e sostenitori, non piaceva agli intellettuali esponenti dell’élite serba, ma godeva di enorme popolarità tra i contadini. Parlava un dialetto rustico che gli abitanti di Belgrado trovavano buffo. Non aveva un grande eloquio, ma sapeva comunicare in modo confacente alla bassa cultura delle masse contadine: parlava piano, un po’ contorto, con termini non sofisticati; la sua barba patriarcale trasmetteva un senso di saggezza quasi irreale. La sua esperienza, che nella fase più buia conobbe il carcere e una condanna a morte, segnò profondamente il suo modo di agire. Era una sua imprescindibile caratteristica il muoversi con circospezione, facendo della segretezza e dell’ambiguità un tratto costante del suo interagire. Usava distruggere i suoi documenti e talvolta evitava pure di comunicare a voce ai collaboratori le proprie idee; era noto per non scoprire mai le carte fino all’ultimo momento. Il suo pragmatismo – al limite del cinismo – fu utilissimo per gestire la transazione e i rapporti con il gruppo dei cospiratori. Pasic guidò il governo in maniera indipendente dagli uomini di Apis, ma non si mise in contrasto con essi. Assecondò le pulsioni irredentiste, ma non diede mai l’impressione di far scivolare la Serbia in mano a gruppi di estremisti nazionalisti. Un equilibrismo difficile che alla fine si rivelò impossibile da gestire
 

I SONNAMBULI - Edward Grey (ministro degli esteri Regno Unito)

Edward Grey
A differenza degli altri stati, nel Regno Unito la lunga tradizione parlamentare rendeva il ruolo di ministro degli esteri molto più strutturato e definito. In pratica aveva un effettivo potere e un’ampia autonomia, per cui è più semplice individuare in lui il responsabile della politica inglese nel primo scorcio di Novecento. Un ulteriore punto a suo favore erano gli ottimi rapporti con il premier Herbert Asquith: dopo il successo elettorale dei liberali alle elezioni del 1905 ci fu una sostanziale continuità di uomini e di politica, addirittura fino al 1916. Il Foreign Office fu ristrutturato in modo da avere una rete di funzionari efficienti e fedeli.
Ciononostante Edward Grey appare come uno dei protagonisti più sconcertanti nel panorama dei leader dell’epoca.
Discendeva da una famiglia d’alto lignaggio: il suo prozio era il Conte Grey del Reform Bill del 1832, eponimo della famosa varietà di tè. Eletto tra le file del partito liberale, aveva modi aristocratici e uno stile distaccato poco confermi al partito che si voleva popolare. Aveva una visione elitaria della politica estera, che considerava troppo importante per inserirla nelle diatribe parlamentari e nelle schermaglie politiche.
Paradossalmente non aveva alcun interesse per il mondo fuori dalla Gran Bretagna; non amava viaggiare, non conosceva le lingue; era a disagio in presenza di stranieri. Sintetizza così Christopher Clark: “Aveva una visione politica all’opposto di quella della maggioranza dei liberali, e trovava consensi nella maggior parte dei conservatori.” In pratica si deve a lui la fazione parlamentare definita “imperialisti liberali”, sebbene fosse poco interessato ai possedimenti extraeuropei.
Sul piano personale il suo distacco emotivo creava disorientamento e sconcerto; sembrava non coinvolto e nemmeno interessato agli affari politici, né in chiave pubblica né in chiave personale. La sua naturale inclinazione era per gli accordi segreti e le trame dietro le quinte. Fu con un piano a tre, stipulato informalmente nella sua casetta da pesca con Asquith e Haldane, che Grey assunse il ruolo di responsabile esteri dell’impero britannico a spese del leader del partito liberale Campbell. Da Ministro si assicurò uno staff in linea con la sua visione sostanzialmente anti-germanica in Europa e – soprattutto – un largo consenso tra le fila dei conservatori: un elemento che spiega la solidità del suo potere, nonostante che fuori dal Foreign Office la posizione antitedesca avesse ben pochi sostenitori. Piuttosto che legarsi alla Russia non erano pochi nell’establishment britannico a spingere per una intesa con Berlino.
Grey lavorò nell’ombra all’accordo “cordiale” con la Francia e successivamente al protocollo di intesa con la Russia. Grazie al sostegno dei conservatori le sue posizioni furono approvate, ma la segretezza del tipo di accordo lasciò tutti nell’incertezza dell’azione del Regno Unito nel momento in cui la Germania fosse intervenuta militarmente contro Russia e Francia.
Una incertezza non priva di fondamento dal momento che, ancora ai primi di agosto, la questione era dibattuta aspramente in consiglio dei ministri. Un elemento che ha influenzato negativamente le valutazioni dei dirigenti che dovevano prendere le decisioni, spingendo i tedeschi a pensare ad una neutralità inglese e i francesi ad un sicuro intervento (e favorire così la linea dell’intransigenza).
 

I SONNAMBULI - Raymond Poincaré

Raymond Poincaré – Ministro esteri francese e poi presidente della Repubblica.

Fu primo ministro e ministro degli esteri dal gennaio 1912, imprimendo un segno di assoluta risolutezza nell’alleanza con la Russia in chiave antitedesca. In combutta con l’ineffabile Izvol’skij, strinse a più riprese un’intesa che diventò un’alleanza difensiva e poi – di fatto – un’alleanza tout court. E’ da tenere presente che Izvol’skij è il responsabile del pasticcio sulla Bosnia, “regalata” per sbaglio all’Austria, ma che subito dopo – per discolparsi – ha abbracciato una politica duramente antiaustriaca. E – particolare importantissimo – con la piena consapevolezza che una aggressiva politica panslava a favore della Serbia avrebbe potuto creare le condizioni per l’esplosione di un conflitto.

I fatti ci dicono che l’orientamento degli esteri sotto la guida di Poincaré (ben prima del 1914 quindi!) fu orientato a creare le condizioni perché un intervento russo a protezione della Serbia obbligasse la Germania ad entrare in guerra, dando l’opportunità alla Francia di far scattare l’alleanza e vendicare così la sconfitta del 1871. Soprattutto in constatazione del fatto che la partecipazione della Gran Bretagna, sopravvalutata all’epoca come super potenza anche militare, avrebbe garantito una vittoria relativamente semplice.

Da dove arriva questo delirante odio per la Germania? E come fece a trascinare l’intero paese in questa rischiosa alleanza?

Forse conta il fatto che all’età di dieci anni la sua casa a Bar-le-Duc nella Lorena fu occupata per tre anni dai tedeschi obbligando la sua famiglia a fuggire. In qualche modo aveva interiorizzato il sentimento di revanscismo antintedesco, che rappresentò una sorta di stella polare nella sua intera azione di governo. I documenti informali di collaboratori e assistenti ci parlano di una linea d’azione incredibilmente aggressiva, che agì sul piano interno allontanando dal Ministero degli Esteri chiunque fosse suo oppositore, e sul piano internazionale con una linea di fermezza addirittura surreale rispetto alla potenza tedesca. Emblematico è il suo viaggio in Russia tra il 22 e il 25 luglio ’14, che risulterà in qualche modo decisivo per spostare l’equilibrio della crisi dalla parte del conflitto anziché quello della pace. Passato il viaggio dando istruzioni al neo-primo ministro, l’inesperto ex socialista René Viviani (la cui ignoranza in politica estera fu definita “scioccante”) il Presidente francese tenne numerosi incontri formali e informali con i vertici dell’establishment russo. Incredibilmente i verbali sono stati tutti perduti, ma l’esito della tre giorni è stata ricostruita dalle numerosissime testimonianze. Con lo zar si prodigò per rinsaldare l’alleanza e nel sostenere la necessità di limitare l’azione di uomini come Witte (ex influente primo ministro della Russia) e Caillaux (idem per la Francia) favorevoli ad una nuova politica di avvicinamento delle quattro potenze europee.

All’ambasciatore austriaco Poincaré riferì di un quadro preoccupato e preoccupante, riassunto da una dichiarazione riportata dal diplomatico nelle comunicazioni inviate a Vienna:

“La Serbia ha alcuni amici molto cordiali nel popolo russo. E la Russia ha un alleato, la Francia. Ci sono parecchie complicazioni da temere!”

Una affermazione che stupì perfino i russi, tutt’altro che decisi – siamo al 21 luglio – sul da farsi.

La cena in ambasciata quella stessa sera chiarì la divergenza tra un infervorato Poincaré e un cauto e prudente Sazonov: “il periodo per noi è brutto, i nostri contadini sono ancora molto occupati col lavoro nei campi”. Sconcertato dalle titubanze del ministro, Poincaré  si adoperò per dare istruzioni al suo fedele ambasciatore Paléologue (un altro invasato visionario) di incoraggiare il referente degli esteri russo a mantenere “fermezza”. Il quadro iniziava ad avere troppe crepe: mentre i rappresentanti militari dei due stati brindavano alla prossima guerra e alla vittoria, Viviani cadeva in crisi nervosa mentre Sazonov e Izvol’skij, dopo tante chiacchiere, erano seri, preoccupati e incerti.

La sera successiva Poincaré trovò un’ulteriore ribalta per rinvigorire i vertici russi riguardo alla linea di inflessibilità da tenere nei riguardi dell’Austria. Furono le figlie del re del Montenegro – Petr Nikolaevic – panslavista convinto e parente indiretto dello zar Nicola II, ad accendere gli animi: Anastasia e Milica tennero banco tutta la sera con la storia della guerra in arrivo, dell’Austria da annientare, Berlino da conquistare e arrivarono a rimproverare apertamente Sazonov per lo scarso ardore mostrato nel sostegno alla Serbia. Il quale si reagì ancora una volta in modo impacciato e freddo.

Nel suo diario Poincaré annotò “per fortuna lo zar mi sembra più determinato di Sazonov a difendere la Serbia per via diplomatica”.

Alla fine il viaggio ottenne esattamente quel che il Presidente voleva: ribadire la saldezza dell’alleanza e una linea di fermezza, in grado da mettere l’Austria davanti alla consapevolezza che attaccare la Serbia equivaleva a dichiarare guerra a Russia e Francia. Ufficialmente la sua linea era dettata da un’idea di pace: Austria e Germania sarebbero certamente retrocesse di fronte a tanta determinatezza.

“Mantenere la posizione” nella convinzione che la mossa porti l’avversario a retrocedere. Ma se anche l’avversario (Austria e Germania) gioca allo stesso modo? Lo stesso 25 luglio, giorno della partenza dei francesi, fu consegnato l’ultimatum alla Serbia. Un ultimatum stilato appositamente perché non potesse essere accettato, nella convinzione che Russia e Francia non avrebbero trascinato l’intero continente in guerra per salvare Belgrado.

 

 

I SONNAMBULI - Conrad von Hötzendorf

Conrad von Hötzendorf
È stato Capo dello Stato Maggiore dell’impero austroungarico per molti anni, compreso il fatidico 1914. Principale antagonista di Francesco Ferdinando, curiosamente deve l’incarico ad una iniziale simpatia proprio con lo stravagante erede al trono che lo promosse al vertice dell’esercito. La sintonia tra i due affondava in una simile, quanto controversa, situazione sentimentale. Se F.F. doveva far digerire alla famiglia reale il legame con la nobildonna Sofia, il generale aveva una situazione ben più complicata: si era avventurato in una torbida relazione con la moglie di un grande industriale viennese von Reininghaus. 
La storia assunse caratteri paradossali e melodrammatici.
Prima si rivelò all’amata, che lo respinse nella logica del buon nome; ma un emissario governativo l’informò che “in considerazione del fragile stato mentale” del generale non avrebbe dovuto essere troppo definitiva nella risposta. La porta lasciata così aperta funzionò e il corteggiamento ebbe successo, con buona pace del marito Hans von Reininghaus lautamente ricompensato da ingenti forniture militare e non certo privo di altre donne con cui distrarsi. Spicca l’aspetto grottesco della relazione, come attestato dalle oltre tremila lettere non spedite che Conrad scrisse a Gina tra il 1907 e il 1915, alcune di una lunghezza sproposita fino a sessanta pagina, raccolte nella collezione che lui intitolò “Diario delle mie pene”. La precarietà sentimentale accentuò il carattere irrequieto e depresso che lo spinse ad avere un atteggiamento ultra-aggressivo in pubblico, con riferimenti continui ai valori di “virilità” e di forza, e una posizione in politica estera facilmente riassumibile nei termini di: “guerra!”. Sempre e comunque, era quello – per il capo dell’esercito – il modo migliore di preservare la monarchia.
Personaggi come questo decidevano le sorti del mondo nell’estate di cento anni fa.


I SONNAMBULI

 (Liberamente tratto da "I Sonnambuli" di Christopher Clark - "Come l'Europa arrivò alla grande guerra.

"In questo senso i protagonisti del 1914 erano dei sonnambuli, apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi ma ciechi di fronte alla realtà dell'orrore che stavano per portare nel mondo."

Gravilo Princip - attentatore di Sarajevo

Francesco Ferdinando - Arciduca erede al trono dell'impero Austroungarico, vittima dell'attentato.

Conrad - Capo di Stato Maggiore dell'Austria. Esponente emblematico dell'élite militare dell'epoca.

Hartwig - Ambasciatore russo a Belgrado. Esempio significativo del peso che poteva avere un semplice rappresentante diplomatico.

(continua...)

I SONNAMBULI - Nikolaj Hartwig

 Nikolaj Hartwig – Ambasciatore russo a Belgrado

Ad un certo punto era noto anche come il “re di Belgrado”. Per influenza, prestigio e atteggiamento, sembrava lui il responsabile della politica decisa nella capitale serba. Iniziò la costruzione del suo potere personale dopo l’assassinio del primo ministro Stolypin nel settembre 1911, quando la centralità del Consiglio dei Ministri a San Pietroburgo iniziò a vacillare data la scarsa indole carismatica del successore Kokovcov e del ministro degli esteri Sazonov. Hartwig si era formato all’interno del dipartimento asiatico del ministero degli esteri, acquisendo una subcultura caratterizzata da atteggiamenti risoluti e metodi estremamente duri. Appena giunto a Belgrado, nel 1909, si distinse per la sua posizione di politica attiva nei Balcani con orientamento panslavista e antiaustriaco. La sua stretta amicizia con lo zar Nicola II gli permettevano una autonomia di azione incredibile, soprattutto perché in alcune fasi era apertamente contraria alle posizioni ufficiali del governo russo. Hartwig lavorò per costituire una lega balcanica in grado di attaccare l’impero ottomano (I guerra balcanica) e sollecitò Belgrado a mantenere i territori di Macedonia e Albania sottratti alla Bulgaria (II guerra balcanica). Infine fece il possibile per alzare gli animi nel contenzioso con l’Austria in merito al territorio bosniaco. Anche la sua morte ha contribuito a peggiorare le relazioni nel corso della crisi del 1914. Soffriva da tempo di ipertensione e forti mal di testa, era obeso e sicuramente sotto stress. Non pensava però che dai fatti di Sarajevo sarebbe scoppiato un conflitto, tant’è che fissò le ferie per il 13 luglio. Nei giorni precedenti, dissero, era in pessime condizioni di salute.
Il 10 luglio però voleva chiarire alcune voci circa la posizione, sua e della Russia, in merito agli attentati di Sarajevo. Andò pertanto nello studio del rappresentante austriaco a Belgrado - il barone Giesl – nella speranza di superare le incomprensioni. Perché l’ambasciata russa non aveva disposto le bandiere a mezz’asta il giorno dei funerali, come tutte le altre nazioni? E cosa c’era di vero nelle voci che parlavano di risate e brindisi proveniente dalla sede di Hartwig la sera dell’attentato? Forse Hartwig temeva che ulteriori voci di corridoio si fossero aggiunte a complicare la sua personale posizione.
Invece l’incontro fu molto amichevole. Il rappresentante russo si lamentò dei problemi di saluto e parlò delle sue vacanze fissate come ogni anni nella località di Bad Nauheim; aveva appena iniziato a spiegare l’estraneità del governo serbo nell’attentato e le sue intenzioni per il futuro quando scivolò lentamente dal divano e perse conoscenza, ancora con la sigaretta tra le dita. I soccorsi furono inutili: Hartwig era morto accidentalmente nella sede diplomatica dell’Austria-Ungheria. La stampa nazionalista serba diede libero sfogo alle teorie complottistiche incendiando ulteriormente il campo: un quotidiano descrisse Gisel e sua moglie come dei “moderni Borgia” che avvelenano gli ospiti indesiderati; la voce comune parlava di assassinio, e al tanto amato rappresentante russo fu riservato addirittura il funerale di Stato. Come scrisse l’inviato francese Decos Hartwig è morto proprio quando la sua volontà aveva trionfato, “imponendo all’Europa la questione serba nella forma violenta che gli conveniva.” (I sonnambuli, p.468) 

I SONNAMBULI - Francesco Ferdinando

 Francesco Ferdinando

Lui la Bosnia nemmeno la voleva. “In considerazione della nostra desolata situazione, sono per ragioni di principio contrario a questi giochi di potere” disse nell’agosto del 1908. Ad ottobre invece il territorio della Bosnia Erzegovina entrò a far parte dell’impero austroungarico in virtù di un accordo sottobanco tra i ministri degli esteri di Austria e Russia, aprendo così un lungo periodo di rivendicazioni e tensioni nell’area. Su questo, come su molto altro, F.F. era quasi isolato nell’ambito del governo di Vienna; antipatico, poco incline ai rituali di corte, lontano culturalmente dalla logica di Ancien Regime, irascibile e lunatico nei rapporti personali, praticamente insopportabile: è stato un erede al trono tra i meno amati che si ricordi.

Eppure la sua azione politica – esercitata dal 1906 dal posto di Cancelliere dell’esercito, una specie di supervisore amministrativo – era chiara ed incisiva. E lo sarebbe stata ancor di più quando il vecchio Francesco Giuseppe, in carica dal 1848, avesse deciso a farsi da parte.

La sua idea era quella di abolire la doppia monarchia a favore di una specie di confederazione a più stati nazionali, in grado di coniugare la pari dignità per ogni minoranza con i vantaggi economici del grande stato multietnico. In campo internazionale si opponeva alla visione – maggioritaria – di considerare la guerra uno strumento a disposizione per risolvere le controversie. L’Austria – pensava – non poteva permettersi guerre e quindi la sua sicurezza doveva passare necessariamente attraverso la distensione nei rapporti con i vicini in accordo con le altre grandi potenze. In questa ottica si era prefissato la sostituzione del controverso ministro della guerra Conrad al ritorno dalla visita a Sarajevo: non ne poteva più di quel generale sempre pronto a proporre la guerra come soluzione di crisi diplomatiche.

I SONNAMBULI (protagonisti della I guerra mondiale)

 

Gravilo Princip

Ormai è andata! Forse avrà pensato proprio questo quando ha visto la bomba lanciata dal “compagno” Nedeljenko Cabrinovic rimbalzare sulla cappotta dell’auto imperiale per scoppiare sulla ruota di un’auto del seguito, facendo solo qualche ferito lieve. A quel punto sembrava tutto finito per il giovane serbo-bosniaco che sognava di passare alla storia con un gesto eroico per la grande patria Serbia! Avevano attraversato insieme la frontiera nella notte del 30 maggio, con l’ausilio di guardie di frontiera e altri funzionari pubblici: provenivano da Belgrado, dove i due erano stati addestrati e inseriti nella rete cospirativa che mirava ad uccidere l’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono dell’impero austroungarico. Il piano – ideato e organizzato dall’organizzazione Mano Nera in sovrapposizione con i servizi segreti deviati dello stato serbo – prevedeva sette punti di assalto: sette giovanissimi patrioti con una bomba a mano e una pistola ciascuno, dislocati lungo il percorso annunciato dalle autorità. La giornata di sole e un servizio d’ordine praticamente inesistente rendevano ancora più semplice il compito, anche se la velocità imprevista dell’automobile creava una qualche difficoltà. I primi due attentatori si fecero prendere dal panico e lasciarono passare la carovana. Il terzo era il suo amico Cabrinovic: la bomba non andò a buon fine e con ogni probabilità non ci sarebbe stata una seconda occasione. Contro ogni logica invece dopo poco più di un’ora riecco il corteo imperiale giungere all’incrocio tra il Quai Appel e il ponte Latino, proprio come previsto nel percorso ufficiale.
Una fortuna insperata per Gravilo, che si era attardato ai bordi della via come se nulla fosse successo. In realtà era stato l’autista, non avvertito del cambio di tragitto deciso per ragioni di sicurezza, ad aver imboccato erroneamente il ponte che immetteva in via Francesco Giuseppe: bloccato con urla di rimprovero, frenò il mezzo e tentò di invertire il senso di marcia. Fu a quel punto che Gravilo si lanciò incontro all’auto praticamente ferma e sparò due colpì ferendo mortalmente Francesco Ferdinando e la moglie.
Inquirente: “Si riconosce colpevole?”
Gravilo: “Non sono un criminale, ho eliminato colui che rappresenta il Male. Penso di essere buono.”
(deposizione dell’interrogatorio durante il processo).
Appendice.
Arrestato subito dopo e sottoposto a processo, Gravilo Princip fu condannato a “soli” venti anni, in quanto ancora minorenne. Straziato da condizioni di carcere durissime morì il 28 aprile 1918 dopo aver subito l’amputazione di un braccio per tubercolosi ossea. Negli anni ’90 i libri di testo della Jugoslavia lo trattavano da eroe, mentre quelli croati da terrorista. Gravilo Princip spiegò l’obiettivo di Francesco Ferdinando non per il carattere antiserbo della sua politica, ma esattamente per l’opposto: con le sue riforme – disse – avrebbe messo in crisi il movimento nazionalista per l’annessione della Bosnia.
 

 

 

La seconda guerra

La Seconda Guerra Mondiale

Non ci sono dubbi sui responsabili della seconda guerra mondiale: Adolf Hitler. Naturalmente le cose sono un po' più complicate, comunque si può riassumere il percorso verso la guerra in alcuni passaggi fondamentali fatti dai paesi aggressori e non fatti dalle democrazie occidentali che in tutti i modi volevano evitare un altro conflitto.

Invasione giapponese della Manciuria nel 1931; l'invasione italiana dell'Etiopia; denuncia del Trattato di Versailles e riarmo tedesco (1935); invasione della Renania (1936); guerra civile spagnola (1936); occupazione dell'Austria e della Cecoslovacchia (1938). Infine il trattato di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica (1939).

Dall'altra parte, in senso negativo, i paesi democratici riuniti nella Società delle Nazioni sono stati colpevoli per non essere intervenuti nelle aggressioni di Manciuria e Etiopia. I particolare Francia e Gran Bretagna sono rimaste a guardare quando erano ancora nettamente più forti della Germania; prima non intervenendo nella guerra di Spagna, poi permettendo a Hitler di annettere Austria, Cecoslovacchia (fallimento della Conferenza di Monaco nel 1938).

Tecnicamente la IIGM si spiega nel tentativo della Germania di fare un blietzgrieg (guerra lampo) per conquistare l'Europa centrale e occidentale. L'occupazione della Polonia realizzata in tre settimane causò la dichiarazione di guerra di Francia e Gran Bretagna. Nell'estate 1940 le truppe della Wairmarch conquistarono il Belgio, l'Olanda, la Francia, la Norvegia e la Danimarca. Tutte furono occupate mentre la Francia ebbe una zona controllata dal governo collaborazionista di Vichy. L'Italia entrò nel conflitto nel giugno '40 dichiarando guerra alla Francia quando questa era già stata sconfitta dalle truppe naziste.

Da un punto di vista pratico la guerra in Europa era finita.

La Germania non poteva invadere la Gran Bretagna – c'era il mare e la RAF Royal Air Force – ma era altrettanto improbabile che l'esercito britannico potesse sbarcare sul continente e sconfiggere i tedeschi. Hitler non si accontentò e rilanciò immediatamente scatenando la guerra area sui cieli britannici (operazione "Leone Marino").

L'attacco dell'aviazione nazista sulle città inglesi segna una pagina leggendaria nella storia del popolo britannico.

Nelle colonie la guerra era ancora molto fluida. Truppe inglesi sottrassero aree coloniali agli italiani impegnando l'Africa Korps di Erwin Rommel in un duro confronto nel continente africano.

La guerra fu riaccesa dall'invasione hitleriana dell'Urss il 22 giugno 1941, la data decisiva della seconda guerra mondiale.

Nella mentalità di qualunque generale quella mossa appare completamente insensata: il doppio fronte a oriente e a occidente è l'incubo di ogni esercito!

Ma nel disegno di Hitler la conquista della Russia era un tassello fondamentale per ottenere grandi risorse e masse di schiavi per la macchina industriale e militare germanica. Inoltre la forza dell'Unione Sovietica era sconosciuta e certamente sottovalutata [1].

All'inizio sembrava che Hitler avesse ragione: ai primi di ottobre le forze naziste erano alle porte di Mosca; Stalin si era trasferito all'interno e la capitale sembrava sul punto di crollare. L'esercito russo però resistette e ben presto i tedeschi dovettero ripiegare.

La resistenza alle porte di Mosca (Operazione Barbarossa) è indicata da alcuni storici come il capitolo decisivo della guerra; il fallimento di una rapida vittoria in terra russa ha compromesso le capacità di tenuta dell'esercito tedesco nel lungo periodo. L'estate successiva fu tentato un nuovo sfondamento da sud (operazione Blu) con la migliore armata dell'esercito e 500.000 uomini. A Stalingrado si attestò la resistenza russa. Nell'inverno 1942-43 si decisero le sorti della guerra; 1 milione di morti a Stalingrado valsero la resa della VI armata di Von Paulus. Da quel momento iniziò la controffensiva sovietica che portò l'armata rossa a Vienna, Praga e Berlino.

Nel frattempo la guerra si era estesa fino a diventare planetaria. Il Giappone approfittò delle colonie francesi rimaste senza madrepatria e occupò tutta l'area del sud est asiatico, suscitando grande risentimento negli Stati Uniti che imposero severe restrizioni economiche al Giappone, totalmente dipendente dal commercio marittimo. Fu questo contrasto che portò – il 7 dicembre 1941 – all'attacco di Pearl Harbor.

Gli Stati Uniti condussero la "loro" guerra nel Pacifico, ma contribuirono attivamente alla controffensiva britannica in Europa. La scelta di Hitler di dichiarare guerra (anche) agli Stati Uniti appare, ancora una volta, strategicamente assurda. 

Di fatto con la battaglia di Stalingrado e l'entrata in guerra dell'arsenale bellico Usa la guerra - a inizio '43 - era segnata; i destini dei contendenti era segnato, c'era da stabilire i modi e i tempi. Gli alleati inziarono a riconquistare i territori, seppur molto lentamente, intorno al dicktat della "resa senza condizioni". Questa formula, sicuramente giusta in linea di principio, portò ad un'ultima fase della guerra dettata dalla spietatezza assoluta: da una parte gli alleati che bombardavano a tappetto le città sotto controllo nazista (tra cui l'Italia) e si disinteressavano dei lager; dall'altra l'esercito tedesco - supportato dalle SS - che oppose una strenua resistenza riversando sulle popolazioni civili l'onta della sconfitta. Da qui la serie sconvolgente di stragi che portarono il numero delle vittime ad una cifra vicino o superiore ai cinquanta milioni!!! Tra le stragi che vale la pena ricordare c'è quella di Dresda - città rasa al suolo dall'aviazione americana -  in cui in una sola notte si contarono circa centomila morti (con armi convenzionali) e i tanti eccidi a freddo delle popolazioni civili: Marzabotto, Santa di Stazzema, Fosse ardeatine eccetera.

A guerra in corso i paesi vincitori tennero una serie di conferenze per decidere l'assetto del dopoguerra; Churchill, Stalin e Roosevelt si trovarono a Teheran nel 1943, a Mosca nell'autunno 1944, a Yalta all'inizio del 1945, a Postdam nella Germania occupata nell'agosto 1945.

La Germania trattò la resa ai primi di maggio, il Giappone accettò la sconfitta nell'agosto dopo lo sgancio di due bombe atomiche nelle città di Hiroshima e Nagasaki.

 

[1] Il Giappone ebbe uno scontro nel 1939 con l'Armata Rossa in un conflitto non dichiarato e ne uscì malconcio. Forse anche per questo il Giappone non dichiarò guerra all'Urss ma solamente a Usa e Gran Bretagna.

La guerra degli italiani

Premessa: l'Italia entrò un anno dopo con i fronti già attestati, per una mossa autonoma del Re che stipulò, a Londra, un contratto che metteva nero su bianco il compenso per l'ingresso dell'Italia tra i paesi dell'Intesa. Quindi il Re portò il paese in guerra per avere il Trentino, il Friuli, l'Istria e la Dalmazia. L'anno di neutralità vide una durissima conflittualità ideologica tra interventisti e non interventisti.

Nel 1911 la popolazione italiana contava 36 milioni di abitanti (2 dei quali però emigrati all'estero) in maggioranza ancora legati al mondo agricolo. In altre parole il 58% erano contadini, il 24% addetti dell'industria e artigianato e solo il 17% impiegati nel terziario.

Arruolati nell'esercito nel periodo 1915-18 furono 5.900.000 (su 7,7 milioni di famiglie); il reclutamento coinvolse cioè statisticamente i 4/5 delle famiglie, anche se ci furono punte diverse a seconda delle zone. In Toscana ad esempio quasi un uomo su due fu impegnato nell'esercito: praticamente tutti i gruppi familiari avevano un soldato in guerra. Il fronte si componeva di circa 1 milione di uomini all'inizio e circa 2 alla fine.

Chi era in prima linea? In generale erano contadini, giovani mandati a combattere per un'idea di patria che ignoravano e per delle ragioni geopolitiche assolutamente incomprensibili. Spesso il "contadino-soldato" era legato ai valori della terra e del villaggio, non aveva istruzione, non parlava altra lingua che il proprio dialetto; in breve non aveva tensione morale, ma semplice ubbidiva agli ordini e alla chiamata dello Stato.

L'esperienza del fronte fu una esperienza devastante. Il sentimento più diffuso fu lo sgomento per una realtà inaspettata. Centinaia di poesie, diari e scritti ci danno testimonianza, più delle fredde cifre – comunque 600.000 morti, quando l'intero risorgimento ne costò 7.000 – della tragedia, dello spavento, della rassegnazione vissuta nelle gallerie di fango scavate per centinaia di chilometri lungo il confine con l'impero asburgico.

 

Il Carso

Il fronte più tragicamente noto è quello del Carso, di cui il fiume Isonzo rappresentò la linea naturale della carneficina. Si contarono in tre anni 12 “battaglie dell'Isonzo”, che significa come i morti non spostavano di un metro la situazione militare. L'altopiano che seppellì, tra i due eserciti, quasi un milione di giovani, è ondulato e brullo, caldissimo in estate e battuto in inverno da venti gelidi da nord est, solcato da caverne e ripari naturali. In questo ambiente le battaglie erano svolte con la strategia degli assalti: quando l'ufficiale dava il segnale al grido “Savoia”, i soldati semplici uscivano correndo dalla trincea, baionetta alla mano, per andare verso la trincea avversaria a qualche centinaio di metri di distanza. Raggiunta la quale si innescavano sanguinosi corpo a corpo con armi bianche.

In quei momenti concitati e spaventosi la possibilità di restare vivi era davvero molto bassa; non meno pericolosi erano i bombardamenti con i cannoni da trincea a trincea o gli attacchi con armi chimiche, ancora non vietate dalle convenzioni internazionali.

Oltre ai danni fisici e alla morte incombente, i militari della grande guerra vissero un particolarissimo e molto diffuso stato di perdita di coscienza e crisi di identità indotto dalla paura, dalla confusione e dagli stenti della vita militare.

 

Le perdite dell'Italia nella prima guerra mondiale: 650.000 morti; 947.000 feriti, mutilati e invalidi; 600.000 prigionieri e dispersi. Su 5.615.000 uomini mobilitati si ebbe un totale di 2.197.000 perdite, pari al 39 % degli uomini sotto alle armi.

 

Uno dei seicentomila

 

Questa sezione è dedicata alla memoria di Antonio Mugnai, il fratello di mio nonno (contadino del valdarno in Toscana), “disperso in combattimento dal 03.08.1915” nell'altopiano del Carso. Apparteneva al 122° reggimento fanteria (III Armata), aveva quasi 20 anni e perse la vita nell'ultimo giorno della seconda battaglia dell'Isonzo.

L'immagine mostra la medaglia al merito, una "versione di lusso", con tanto di foto in grande uniforme.

 

 

Sul retro della medaglietta (qui sotto) si può leggere la scritta: “forgiata col metallo del nemico”

 

 

San Martino del Carso

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato.

Giuseppe Ungaretti
Valloncello dell'Albero Isolato 1916