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Imperialismo e Colonialismo

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Decolonizzazione

Il mondo disegnato dall’età dell’imperialismo presentava evidenti squilibri. Prima ancora che di natura economica o geopolitica di semplice contabilità:

1 cittadino britannico comandava su 100 indiani

1 cittadino italiano comandava su 29 etiopici

1 cittadino belga comandava su 170 congolesi

Solo per fare qualche esempio.

Ma questo è solo un aspetto esteriore della situazione. L’aspetto veramente decisivo, su cui ruota qualunque analisi seria del fenomeno, è la sconvolgente trasformazione a cui sono stati sottoposti i popoli soggetti a dominio. In altre parole il fenomeno del colonialismo ha segnato l’apogeo della “cultura unica”, della presunzione di imporre una propria visione del mondo agli altri. Il paradosso a cui si è andati incontro – una tendenza che in tempi di decolonizzazione si è anche accentuata - è che il mondo extraeuropeo si è adattato all’idea di civiltà sottosviluppata che l’europeo gli attribuiva. L’ignoranza e l’incapacità di concepire il mondo al di fuori di alcuni particolari valori hanno reso possibile un’incredibile sistema di relazioni (economiche, culturali) tra i paesi tale da giungere, con una progressione spaventosa, ai dati di povertà attuali. Che sono i più alti nella storia, a fronte di una ricchezza complessiva decine se non centinaia di volte superiore a quella di 30 o 50 anni fa.

Cronologia della decolonizzazione

La decolonizzazione è il fenomeno che porta alla nascita di stati indipendenti dove prima c’erano possedimenti coloniali.

NOTA BENE : prima della colonizzazione NON C’ERANO stati sovrani. I casi di entità statali precedenti al dominio straniero sono eccezioni. I territori e le popolazioni erano organizzati secondo altri schemi socio-politici: c’erano autorità religiose (i califfati nell’area medio-orientale) oppure autorità locali oppure regni basati sulla semplice fedeltà, senza confini e struttura statale. Un mondo estremamente vario e multiforme quasi indefinito: un insieme posti ognuno dei quali potrebbe dirsi come il “luogo delle differenze”.

Il 1946 festeggia il primo paese libero dal dominio: sono le Filippine. Il 1947 è l’anno dell’India. Il nuovo governo laburista di Clemente Attlee concede l’agognata indipendenza – è il trionfo della strategia della nonviolenza e della resistenza passiva di Ghandi – ma la rivalità interreligiosa tra mussulmani e indù, incentivata dagli stessi inglesi nel tentativo di spaccare il fronte anticolonialista, porta alla secessione del nord-est: nasce il Pakistan.

1949 tocca all’Indonesia;

1951 Libia (era sottoposta all’amministrazione britannica);

1957-62 viene disegnata la mappa geopolitica dell’Africa. Nascono Senegal, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo, Repubblica Centroafricana, Camerun, Ciad, Gabon…

1962 L’Algeria, dopo una durissima guerra civile, proclama l’indipendenza.

1970 si completa la liberazione coloniale nel continente nero: Angola, Monzambico, Guinea-Bissau, Isole di Capoverde. Anche il Portogallo entra nel club dei paesi ex-colonialisti.

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Domanda cruciale: diventano veramente indipendenti?

Economicamente NO

Culturalmente NO

Politicamente SI

 

LOTTA DI LIBERAZIONE

La lotta di liberazione ha una lunga storia e una curiosa evoluzione. I primi successi militari dei paesi extraeuropei giungono a cavallo tra Ottocento e Novecento. Nel 1896 Adua è il teatro della disfatta dell’esercito italiano, sopraffatto dalle truppe di Menelik re d’Etiopia[1]. Nel 1905 è il turno della Russia ad essere sconfitta da un esercito non europeo: il Giappone della modernizzazione lampo voluta da Meji.

 

Il modello più affascinante della storia della decolonizzazione è quello proposto e realizzato Ghandi. Per rivendicare l’indipendenza del continente indiano Ghandi introduce due elementi nuovi:

1. La forma partito.

2. La filosofia della non violenza e della resistenza passiva.

 

Nel 1920 riorganizza il Partito del Congresso con lo scopo di promuovere un’azione politica coinvolgendo le masse popolari. Accanto alla libertà dal dominio inglese il partito proponeva una piattaforma democratica per il progresso di tutto il popolo.

Rivoluzionario fu la pratica con cui portò avanti l’azione politica: non attentati terroristici e guerriglia, bensì resistenza passiva e propaganda attraverso la filosofia della non violenza. Sul terreno militare i britannici erano imbattibili: per vincere bisognava cambiare il campo di gioco!

 

DOPOGUERRA

La seconda guerra mondiale cambiò la gerarchia geopolitica. Usa e Urss grandi potenze antagoniste, l’Europa destinata ad un inevitabile ridimensionamento. In questo quadro la smobilitazione delle colonie si rivelò un punto fondamentale per la politica internazionale del dopoguerra. Non solo. Dal punto di vista economico i paesi liberi dal dominio europeo potevano essere preziosi alleati per l’ideologia liberista o per quella comunista. Spesso la decisione delle leadership indipendentiste se appartenere a un campo o all’altro era puramente strumentale; la grande tragedia della decolonizzazione sta quasi tutta in questa ingerenza.

Infatti la lotta di liberazione era condotta contro i paesi occidentali MA con la mentalità, i valori, la logica politica degli occidentali stessi. Le élite che guidavano i movimenti indipendentisti – che fossero o meno socialistizzanti – erano istruiti nei college inglesi o americani o francesi: pensavano alla libertà del popolo ma secondo aspettative tipiche degli europei: uno stato nazionale, una religione unica, una transizione economica che mirasse all’industrializzazione e alla rapida crescita economica.

La libertà politica muterà in breve in dipendenza economica, in sottomissione ideologica e culturale, in spoliazione delle ricchezze naturali e delle ricchezze culturali. Vediamo in che modo si è realizzato questa rapina.

 

Economia

Premesso che i paesi in area comunista (Vietnam, Corea del Nord, Laos e molti altri) non avevano possibilità di sviluppo per molteplici ragioni, concentriamo la nostra attenzione sui modelli adottati e imposti per la parte “libera” delle aree ex-colonie.

I paesi affrancati dal dominio coloniale furono invitati a seguire il modello Rostow, cioè creare le condizioni perché si ripetesse il miracolo dell’Inghilterra a fine ‘700 e giungere così ad una società industrializzata (punto 1) regolata dal libero mercato (punto 2) guidata da una borghesia dinamica e influente (punto 3). 

La cosa non funzionò.

I motivi sono in parte intuitivi – troppe le differenze! – in parte che richiedono un po’ di approfondimento.

Frank Fanon nel suo “I dannati della terra” del 1959 ci parla di un mondo abituato da decenni o secoli alla dominazione: uomini e donne assuefati nel modo di pensare alla sudditanza. Anche fisicamente il mondo coloniale è particolare: da una parte i quartieri ricchi e lussuosi (una ricchezza spesso maggiore e sicuramente più sfacciata di quella della madrepatria) dall’altra città malfamate, sovraffollate, strade sporche, con grande povertà. “I rapporti tra coloni e colonizzati sono rapporti di massa”.

Dal punto di vista storico dobbiamo evidenziare l’importanza del processo 1945-1970 (o anche e meglio 1896-2008) sul momento (anno di indipendenza).

Le differenze di ricchezza nord-sud sono mutate profondamente nel corso del processo di colonizzazione e decolonizzazione:

P. Bairoch ha tracciato un percorso su base 1 per dare l’idea del progresso nelle diverse aree del pianeta:

 

EUROPA

RESTO DEL MONDO (Cina e India)

1850

1

1

1900

35

2

1950

135

5

1990

412

9

   

È lo sviluppo del sottosviluppo, non crescita autonoma. È anche la ragione dei flussi migratori verso le zone di sviluppo. N.B. I processi di globalizzazione (vedi sezione) allargano drammaticamente la forbice.

 

da completare...


Visto dall’altra parte

Consapevoli dell’impossibilità di fornire una visione realistica del pensiero e dell’esperienza dal punto di vista dei colonizzati, questa sezione  è un piccolo contributo contro quella deprecabile pratica di trattare qualunque problema assumendo tutte le parti: degli sfruttati, degli sfruttatori, dei generosi e dei cinici.  Così avviene sui giornali, sulle Tv, nelle Ong, nei siti internet, nelle manifestazioni antirazziste….spesso la voce dei veri protagonisti resta sullo sfondo, ai margini: sono gli europei o i loro discendenti, che massicciamente inondano i mezzi di informazione con una storia del dominio coloniale basata su luoghi comuni e amnesie, nonché con spiegazioni socio-economiche del sottosviluppo al limite dell’incomprensibilità. Ecco perché si conclude con un intervento di  Doudou Diene e una storia recentissima, ma identica a mille altre dell'Africa, di guerra e di ipocrisia.


Le quattro “emme” del colonialismo

Gli africani parlano della colonizzazione citando le "quattro emme" :

La prima M è riservata ai monaci. Sono stati loro, in qualità di missionari, i primi ad arrivare.

Dopo sono arrivati i militari. Le nuove leggi, del commercio, del lavoro e delle tasse, dovevano pur essere imposte con la forza. Nell’Ottocento la chiamavano civilizzazione; nel dopoguerra Sviluppo. Oggi modernizzazione oppure libertà (!), almeno secondo George W. Bush.

Con l’ordine ristabilito, poterono arrivare i mercanti. Il libero commercio imposto a tutto il mondo, questa è la sostanza della globalizzazione.

L’ultima emme è riservata ai memorialisti. Una volta destrutturata la società indigena, intellettuali, professori, economisti, politici, storici si sono gettati in un’opera pazzesca e devastante: riscrivere la memoria storica, la cultura e l’identità dei popoli dominati. Naturalmente per fare questo andava distrutta l’identità esistente. 

(Intervento di Doudou Diene, funzionario Onu, a San Rossore nel luglio 2008)


Le guerre d’Africa

(A proposito della guerra della Repubblica Democratica del Congo – l’ennesima guerra d’Africa - e dei suoi governi corrotti)

"… Al di sopra di tutti questi falchi ci sono le multinazionali, principalmente anglosassoni, che nell’ombra tirano le fila del gioco. Sono loro i veri mandanti di tutte queste guerre grazie alla loro influenza economica sulla politica estera dei loro governi. La prova evidente è rappresentata dalla crisi finanziaria internazionale che ha scosso seriamente il mondo occidentale disarticolando il sistema bancario. Consapevoli della fragilità dei loro regimi, i governi occidentali si sono uniti per sostenere le banche - una cosa mai vista in un regime capitalistico  - invece di sanzionarle per il loro fallimento. La crisi permette di capire le cause nascoste della guerra in Africa orientale, in particolare nel Kivu, così come è successo in Afghanistan con il gas del mar Caspio e in Iraq con il petrolio. La Rdc possiede petrolio, diamanti, gas, oro, legname, niobio, coltan e altri prodotti preziosi. Le multinazionali non arretrano di fronte a nulla, e hanno uomini influenti all'interno dei governi occidentali e delle istituzioni internazionali per servire le loro cause e i loro interessi, per orientare le grandi decisioni nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La debolezza delle missioni di pace dell’Onu in Angola, in Ruanda, in Bosnia Erzegovina, in Somalia e adesso nella Repubblica Democratica del Congo non è casuale. Si tratta di fallimenti voluti e programmati, che favoriscono queste politiche di controllo dei governi e delle loro ricchezze e la creazione di stati deboli e incapaci di imporsi.

L’unico modo per riportare la pace, la sicurezza e lo sviluppo nella regione dei grandi laghi è impegnarsi a combattere i veri beneficiari di questa guerra.

Le Pontentiel, Repubblica democratica del Congo (da Internazionale del 7/11/2008).


[1] L’Etiopia è sede dell’Unione Africana in virtù del valore simbolico della vittoria di Adua; segna in un certo senso la possibilità di riscatto del continente africano.

Perché l'imperialismo?

La spiegazione e la motivazione della grande spartizione del mondo ha trovato molte diverse interpretazioni. Su tutto vale la considerazione che ogni stato andrebbe analizzato a parte, poiché l'intreccio tra interesse economico, ambizione politica e clima culturale varia da caso a caso.

Dal punto di vista storiografico il dibattito ha preso il via dal testo del liberale inglese John A. Hobson del 1902 (“Imperialism”), in cui si attribuisce al colonialismo lo status di “effetto perverso” del capitalismo: in mancanza di un mercato interno dinamico, i governi cercarono con la forza nuovi sbocchi per la produzione industriale.

Negli anni si formarono due principali correnti interpretativi:

  1. Storici “marxisti” – E' l'economia il fattore preponderante; la spinta e la motivazione per l'avventura coloniale viene principalmente su pressione dei grandi gruppi industriali e finanziari. La politica non riesce a gestire la logica militarista che porta alle estreme conseguenze (I guerra mondiale).
  2. Storici non marxisti – Negano che l'imperialismo abbia radici economiche rilevanti e si sono concentrati su spiegazioni di carattere psicologiche, ideologiche, culturali e rpolitiche. Non sempre l'espansione imperialista ha portato al conflitto (ad esempio tra Gran Bretagna e Stati Uniti c'è sempre stato una relazione amichevole). Inoltre il vantaggio nel possesso delle colonie non era affatto certo. Gli investimenti nelle aree coloniali non fu mai significativo; e anche i nuovi mercati in Asia e Africa furono tutt'altro che redditizi.

Tra i primi spicca l'analisi di Lenin del 1916 ("L'imperialismo fase suprema del capitalismo"): in questo citatissimo testo indica nell'imperialismo l'ultimo stadio del capitalismo, quello dello sfruttamento dei popoli terzi,per la sopravvivenza stessa del sistema. Sebbene la teoria si sia dimostrata nel tempo non realistica – in virtù della straordinaria capacità del capitalismo di riformarsi – la posizione che evidenzia il nesso tra economia e impero sembra senz'altro rilevante.

Anche se dal punto di vista strettamente economico solo per la Gran Bretagna l'imperialismo si è dimostrato necessario, esistevano una serie di condizioni che “invitavano” i governanti europei a cercare un “posto al sole” nello scacchiere internazionale.

 

•  GLOBALIZZAZIONE DELL'ECONOMIA. Per la prima volta esiste una unica economia mondiale (oggi detta “prima globalizzazione” a fronte dell'attuale globalizzazione, che sarebbe la seconda). I paesi non industrializzati entrarono nell'orbita dei processi industriali – grazie anche a comunicazioni più veloci - come fornitori di materie prime: intere regioni furono stravolte per adattare l'ambiente e la popolazione all'estrazione di metalli o caucciù oppure per avviare monoculture estese per i mercati del nord del mondo. Infine, ma questo aspetto è secondario, servirono anche come mercati in cui piazzare le merci, in genere prodotti finiti, usciti dalle fabbriche europee.

•  CAPITALISTI VOGLIONO LE COLONIE. La borghesia commerciale e gli industriali fanno un grande pressione verso i governi perché si impegnino in una politica espansionistica. Anche se in realtà NON ERA NECESSARIA, i governi si comportarono COME SE lo fosse stata.

•  RISCATTO NAZIONALE. Spesso la spinta coloniale è strettamente legata alla costruzione di una identità nazionale, e svolge quindi una funzione di propaganda, sempre più importante nella nascente società di massa (offrire agli elettori la gloria di popolo superiore anziché riforme per vivere meglio). Nelle classi medie il messaggio passò molto bene, ma anche nella classe operaia la propaganda coloniale aveva il suo fascino. Fu coniato il termine “imperialismo sociale” per indicare l'opzione coloniale come arma per arginare il malcontento interno.

In sostanza l'imperialismo si spiega con l'insieme dei fenomeni – economici ma non solo – che interessarono la civiltà occidentale nella seconda parte dell'800, e in particolare dal 1870 in poi.

Quali le conseguenze del dominio europeo del mondo?

Se dal versante dei conquistatori i vantaggi furono molto diversificati a seconda del paese, e in generale NON FURONO FONDAMENTALI per lo sviluppo e la modernizzazione; dal versante dei conquistati l'imperialismo rappresenta il cataclisma fondamentale della civiltà non occidentale: fu un momento “drammatico e decisivo” che unì allo sfruttamento materiale la distruzione culturale: “La conquista del globo da parte della minoranza “sviluppata” trasformò immagini, idee e aspirazioni sociali, con la forza e le istituzioni, con l'esempio e con i mutamenti sociali.” [1]

Come si vedrà nella sezione dedicata alla decolonizzazione, lo stesso movimento anticoloniale attinse a piene mani dalla cultura europea, contribuendo a distruggere a prezzi altissimi, la precedente cultura indigena. Imponendo stati nazionali omogenei in lingua, etnia e costumi dove da secoli le appartenenze e le identità erano quelle della tribù, del villaggio o della comunità; imponendo modelli economici estranei alla vita delle popolazioni rurali eccetera eccetera.

In pratica non fu tanto l'imposizione del modello occidentale a devastare l'Africa (in primo luogo), l'Asia e il Sudamerica, quanto la sistematica distruzione di tutto quello che c'era. Operazione peraltro quasi indispensabile, vista la ostinata incompatibilità delle tradizioni e degli stili di vita dei popoli del mondo extra-europeo con il modello capitalista/mercantile di europei e nordamericani.

[1] Hobsbawm, cit., p.90

L'età dell'impero

Come fecero poche migliaia di soldati a sottomettere continenti interi?

 

Gli elementi che concorrono in questa incredibile evoluzione nella storia dell'umanità sono:

SUPERIORITA' TECNOLOGICA

Non solo superiorità militare, nelle armi e nei mezzi tecnici a disposizione. Determinante fu l'apporto dell'industria chimica e farmaceutica. La penetrazione in Africa fu resa possibile grazie all'invenzione del Chimino un farmaco in grado di vaccinare gli europei da molte malattie. Prima della metà dell'Ottocento ogni spedizione nelle regioni interne dell'Asia o dell'Africa conosceva una percentuale vicino al 90 delle perdite complessive dovute a infezioni e virus.

Naturalmente la retrocarica e poi la mitragliatrice resero impari lo scontro. Esemplificativa è la battaglia di Omdurman nel settembre 1898 sul corso inferiore del Nilo , nella quale 8000 inglesi sconfiggono i Dervisci e ottengono il controllo del Sudan . Troviamo la descrizione dell'avvenimento nelle memorie [1] di Winston Churchill : il grande statista ci racconta di una battaglia che vide rimanere sul campo 20 inglesi, 28 egiziani (alleati degli inglesi) e ben 10000 sudanesi. E' la più grande vittoria militare imperialista.

GENOCIDIO

La civiltà occidentale ripete su scala planetaria quanto fatto in America Latina dai conquistadores spagnoli. Ovvero realizza un vero e proprio genocidio. Il caso più evidente è quello dello sterminio dei pellerossa nell'avanzata verso il far west.

Qual era il problema della convivenza tra i (pochi) europei in avanzata verso ovest e i (pochi) nativi americani già presenti in un territorio immenso?

Il problema era che i nativi americani erano impermeabili ai valori dei conquistatori:

•  lavorare

•  convertirsi alla religione cristiana

Per questo agli occhi degli europei sembrarono “non-umani” e quindi tranquillamente sterminabili. L'ideologia che guidò il terrificante genocidio dei pellerossa è ben riassunta celebre detto western: “un buon indiano è un indiano morto”.

La storia degli aborigeni australiani e neozelandesi non si discosta di molto: è significativo infatti come le leggi aborigene non furono riconosciute dai nuovi arrivati che si impegnarono ad applicare le “loro” leggi. Così il diritto britannico considerava terra di nessuno il territorio abitato dagli aborigeni e fuorilegge chi lo occupava abusivamente. Lo sterminio fu “legalizzato” e, in un certo senso, anestetizzato per la coscienza dei conquistatori.

Ma non è solamente l'impero britannico ad essersi macchiato di terribili operazioni di pulizia etnica. La Germania può “vantare” il caso emblematico del popolo HERERO nell'odierna Namibia: villaggi di pastori trasferiti in campi di concentramento e qui sterminati. Un episodio tornato recentemente (2004) agli onori della cronaca per le scuse ufficiali del governo di Boon.

Anche l'Italia fece la sua parte. In ritardo, ma non fu da meno. In Libia a partire dal 1923 fu attuata la politica dello sterminio contro il popolo dei SENUSSI. Ancora pastori e semi-nomadi deportati in massa ed eliminati fisicamente dal territorio che avevano sempre abitato.

Probabilmente il fenomeno del colonialismo/imperialismo 1860-1914 è, nel suo complesso, la pagina più tragica nella millenaria storia dell'umanità. A differenza dell'abisso hitleriano questa non ha avuto alcun riscatto, alcuno stop, alcuna rinascita, alcun giorno della memoria. Tutto quello che è seguito è stato segnato irreparabilmente e drammaticamente da quella sconvolgente esperienza.

 

DISTRUZIONE COMUNITA' LOCALI

Le società investite dall'occupazione europea sono distrutte e stravolte. All'inizio espropriazione delle terre comuni e concessione ai capi-tribù di alcuni privilegi e proprietà. Il principio della proprietà privata – spesso assente in comunità fondate sull'uso e la condivisione collettiva dei beni naturali – fu l'elemento in grado di sgretolare il sistema economico, ma anche mentale e pratico di socializzazione in uso da secoli. Con l'attribuzione dei beni di proprietà privata fu introdotto l'obbligo della fiscalità, altro aspetto sconosciuto per la gran parte dei popoli extra-europei.

La colonizzazione portò ad alcune novità che annientarono la cultura e la vita sociale di intere regioni continentali: chiamarono civilizzazione la "conversione” non tanto alla religione cattolica (che fu un aspetto ideologico importante) quanto all'obbligo del lavoro e del pagare le tasse. L'alta fiscalità obbligava a lavorare e produrre e scambiare sul mercato.

DIVIDI ET IMPERA

Gli europei furono abili a sfruttare le rivalità tribali per semplificare il controllo del territorio. Era un espediente tipico mantenere l'ordine con corpi speciali formati da soldati di etnie rivali.

In India ad esempio mussulmani e indù avevano convissuto pacificamente per secoli. Gli inglesi giocarono sulla rivalità facendo di tutto per mettere contro le due principali culture del sub-continente. Lo stesso è avvenuto in Palestina.

 

LAVORO COATTO (schiavismo)

L'esempio più clamoroso per comprendere questo aspetto della colonizzazione è quello del Congo .

Alla conferenza di Berlino del 1885 il Congo fu dichiarato indipendente e posto sotto protettorato del Belgio di Leopoldo II. Fu un espediente per evitare che il territorio ricchissimo di materie prime fosse causa di una guerra tra le grandi potenze Francia, Gran Bretagna e Germania. Apparentemente il Belgio gioca un ruolo positivo, con un vero e proprio mandato di civilizzatore. In realtà il Congo diventa una zona franca del super-sfruttamento, in cui le popolazioni indigene sono ridotte in schiavitù e private di qualunque porzione delle ricchezze ricavate dal commercio del caucciù e dell'avorio. Gli africani costruirono strade, barche, case…e tutto quello che era funzionale all'economia belga ed europea in generale.

In quel caso lo sfruttamento fu così brutale che l'opinione pubblica del vecchio continente mise sotto pressione Leopoldo II fino a rimettere il mandato di “civilizzazione”.

URBANESIMO (espulsione dei contadini dalle campagne)

Le monoculture estensive imposte a territori conquistati portarono a due importanti conseguenze:

rendere i paesi colonizzati dipendenti in tutto e per tutto dalla “madre patria” distruggere la capacità di autosostentamento ed estromettere i contadini dalle campagne.

Questo secondo aspetto portò alla nascita caotica di enormi agglomerati urbani senza che, come era successo alcuni decenni prima nella vecchia Europa, ci fosse il benché minimo accenno di sviluppo industriale. Calcutta, Saigon, Shangai, Nairobi sono solo esempi di città figlie del colonialismo.

Dopo la Grande Guerra 

La grande corsa rallenta col nuovo secolo e si arresta sostanzialmente con lo scoppio della guerra mondiale. Tra le due guerre non succede quasi più nulla e le rispettive posizioni sono in sostanza consolidate. L'espansionismo dei paesi dell'asse è annullato dal successo militare degli alleati.

Nel dopoguerra avviene un doppio processo che cambierà radicalmente la faccia geopolitica del mondo: da una parte ci sarà un vasto processo di de-colonizzazione, dall'altro si svilupperà una nuova forma di imperialismo economico-finanziario in grado di aumentare a dismisura la differenza di ricchezza tra ex-colonizzatori ed ex-colonizzati, disegnando uno scenario che appare allo stesso tempo un desolante dejà-vu e una ulteriore novità.

[1] The story of the Malakand Field Force, 1898

L'età dell'impero

La specificità

Quale è la distinzione tra questo periodo, ovvero questa forma di imperialismo e gli altri imperialismi?

Lo storico Reinhard ha dato questa definizione : “ colonialismo starà ad indicare lo sfruttamento economico, politico e sociale di un popolo su un altro.”

Per quanto riguarda il nostro periodo le caratteristiche che lo distinguono dagli altri periodi della storia sono:

  1. Dimensioni delle conquiste: l'intero pianeta.
  2. Rapidità delle conquiste: in poche decine di anni.
  3. Stati coinvolti: tutti i paesi europei + Usa e Giappone.
  4. Epopea coloniale utilizzata verso la propria opinione pubblica a scopo di propaganda

A differenza delle conquiste spagnole in America o delle conquiste romane, queste conquiste non implicano solo la “rapina” delle risorse ma anche la distruzione delle economie locali e l'integrazione nel proprio sistema economico. Per rendere più funzionale l'operazione la distruzione del sistema indigeno avviene anche sul piano sociale e culturale.

1860/1870   colonialismo e II rivoluzione industriale si trovano a coincidere. Non è un caso!!

Se la prima rivoluzione industriale si è avvalsa dell'ingegno di intraprendenti artigiani e imprenditori e del capitale privato, la II rivoluzione industriale si basa su economie di scala ad alta intensità sia di capitale che di risorse:

chimica, elettricità, ferrovie, motori ecc. i processi industriali richiedono ingenti quantità di caucciù, rame, stagno, ferro, acciaio. Anche i beni di consumo, in forte espansione, chiedono un maggiore rifornimento di caffè, thé, banane ecc.

La cantieristica e la siderurgia non possono essere lasciata all'iniziativa di imprenditori; occorre l'impegno di banche disposte a fornire capitali a medio termine. In pratica gli istituti di credito diventano veri e propri investitori legando la propria sorte a quella dell'impresa (gigantesca) a cui si finanzia l'investimento. In questo periodo e in questo modo nascono i grandi colossi ancora oggi ai vertici dei fatturati mondiali:

AT&T (telefono

SHELL (energia)

SIEMENS, PHILIPS (elettricità)

BAYER (chimica)

….

Come nasce il sistema coloniale moderno

Lo stato interviene con il protezionismo, invertendo la tendenza liberale della prima metà ottocento. Perché questa inversione di politica economica? C'era stata la crisi nel sistema: una crisi economica e sociale che aveva messo in difficoltà gli stati: come reazione sono ricorsi a misure protezionistiche. Nel 1879 è la Germania a reintrodurre in maniera consistente dazi e vincoli nel trasporto di merci; nel 1881 è la Francia seguita dall'Italia e nel 1883 dalla Russia. Alla vigilia della I guerra mondiale solo la Gran Bretagna era rimasta fedele al sistema del libero scambio puro.

Per aggirare la limitazione al commercio internazionale tutti i governi pensarono di giocarsi la carta del colonialismo. Coltivare un proprio mercato estero “privato” sembrò lo sbocco logico alla crisi di fine secolo. Fino a quel momento erano state sufficienti le “aree di influenza”; ma con il ripristino delle dogane diventava importate definire quali zone dovevano essere considerate francesi piuttosto che inglesi o tedesche. Inevitabilmente per stabilire chi faceva le leggi commerciali in un dato territorio si ricorse al controllo militare dell'area e alla difesa dei suoi confini. In pratica le aree di influenza si trasformarono in dominii militari. Prima ancora che per lo sfruttamento delle materie prime e dei prodotti agricoli l 'esercito garantiva l'esportazione delle REGOLE del commercio .

In questo contesto l'antagonismo tra la grande potenza britannica e la potenza emergente tedesca subì una rapida recrudescenza.

 

IMPERIALISMO DELLE MASSE l'imperialismo era popolarissimo nel ceto medio ma anche nella classe dei lavoratori. L'operaio bianco, in Africa, era automaticamente un capo. I governi fecero un largo uso della propaganda; anche la letteratura, la cultura e i consumi servirono alla causa imperialista.

In molti casi le conquiste coloniale supplivano gli insuccessi nella concorrenza europea:

la Russia prende l'Asia centrale dopo la sconfitta di Crimea

la Francia si lancia alla conquista dell'Africa dopo il disastro del 1871 contro la Germania

l'Italia tenta la carta coloniale nel 1881 di fronte alle evidente difficoltà interne

FASI DELLA CONQUISTA

1870-1885 grande spartizione

1885-1900 completamento spartizione

1901-1914 Marocco e Libia

L'età dell'impero

“Imperi e imperatori erano realtà di vecchia data, ma l'imperialismo era una novità assoluta. Il termine entrò per la prima volta nel linguaggio politico britannico nel 1870-80, ed era ancora considerato un neologismo alla fine di quel decennio. Si impose di prepotenza nell'uso generale negli anni 1890”

E. Hobsbawm [1]

Quando si parla di imperialismo ci si può riferire agli antichi romani o alla politica estera statunitense del dopoguerra o, ancora, a molte altro: all'impero cinese a quello persiano, spagnolo...

Come altre parole chiave è importante essere precisi. In questa sezione del sito, e più in generale nella storiografia contemporanea, si parlerà di imperialismo riferendosi al periodo che va da 1860 al 1914 [2] : cercando di spiegare le ragioni di questa periodizzazione, le sue caratteristiche, le analogie e le peculiarità in relazione alle altre esperienze storiche accostate al concetto di imperialismo.

Imperialismo o colonialismo?

Le due parole che in questa fase sono in qualche modo intercambiabili hanno in realtà un significato diverso. Il COLONIALISMO infatti è solo una parte del fenomeno generale dell'IMPERIALISMO, ovvero la conquista “diretta e formale” con l'occupazione militare, l'insediamento consistente di cittadini “conquistatori” e la creazione di veri e propri protettorati politici. L'imperialismo invece travalica la presenza fisica del territorio occupato; il controllo avviene in modo indiretto e informale, ma non per questo con effetti meno invasivi per i popoli coinvolti. Dopo il 1945 è questa la forma generalmente utilizzata per il controllo di aree regionali nei paesi in via di decolonizzazione da parte delle grandi potenze economiche e militari del pianeta.

 

I Protagonisti

A partire dal 1860 i paesi europei si resero protagonisti di una seconda intensa fase di espansione – dopo quella del cinquecento – tale da assoggettare quasi l'intero pianeta.

In prima fila nella corsa alla conquista delle terre emerse c'era la Gran Bretagna : la “regina” della rivoluzione industriale fece valere tutta la sua forza economica, finanziaria e militare per conquistare territori in tutti e cinque i continenti. Se Spagna, Portogallo e Olanda erano in netto declino (specialmente i paesi iberici), si affacciarono nella “competizione” coloniale anche paesi emergenti come il Belgio, l'Italia, la Russia e la Germania.

Verso la fine del secolo entrarono nel circolo dei conquistatori – dopo essere stati a diverso livello territori “conquistati” – gli Stati Uniti e il Giappone.

Fatti, avvenimenti e aneddoti dell'epopea colonialista

La debolezza dell'impero ottomano offrì ai paesi più importanti l'occasione per estendere la propria area di influenza: nel 1881 la Francia assunse il controllo diretto della Tunisia; nel 1882 la Gran Bretagna occupò militarmente il debole regno di Egitto iniziando una inarrestabile discesa attraverso Sudan, Kenya, Uganda (acquistata dalla Germania nel 1890). All'altro capo del continente la scoperta di immensi giacimenti diamantiferi e auriferi spinse le truppe di Sua Maestà a scontrarsi con i possedimenti dei boeri [3] . La guerra durò dal 1899 al 1902 e si concluse con la vittoria dei britannici e la nascita dell'Unione Sudafricana (membro del Commonwealth fino al 1961). L'avventuriero Cecil Rhodes proseguì la colonizzazione britannica risalendo verso nord (l'attuale Rhodesia), puntando a ricollegarsi con il Kenya; l'operazione non riuscì per la presenza del possedimento tedesco della Tanganica (1890). Se la Gran Bretagna sviluppò i suoi possedimenti da nord a sud, la Francia disegnò una linea ininterrotta da est a ovest. Nella fascia equatoriale i militari della repubblica francese presero possesso del Senegal e poi seguirono la linea sub-sahariana fino a incontrarsi/scontrarsi con gli inglesi al confine del Sudan. Era il 1898 e si rischiò seriamente uno scontro militare tra le 2 superpotenze dell'epoca. Tra i possedimenti anche l'Algeria (1881) e il Marocco (1911).

L'epopea imperiale interessò anche il giovane impero tedesco : dal 1884 la prudenza di Bismarck (“vale più una città in Europa che uno stato in Africa”) fu accantonata e sostituita da una aggressiva offensiva militare che portò sotto la bandiera dell'imperatore Gugliemo II le regioni del Camerun, del Togo e della Namibia nella costa atlantica e della già ricordata Taganica nella costa dell'Oceano Indiano.

L'Italia si ritagliò, al prezzo di clamorose sconfitte, uno spicchio di colonie nella regione del corno d'Africa (Eritrea e Somalia) e, più tardi, occupando “lo scatolone di sabbia” (la definizione è di Gaetano Salvemini) della Libia nel 1911. L'ultimo paese europeo in gioco nell'età degli imperi fu il piccolo Belgio dell'ambizioso re Leopoldo II.Venuto a sapere, tramite il giornalista americano Henry Morton Stanley, delle immense ricchezze presenti nel bacino del fiume Congo – rame e stagno soprattutto – iniziò la conquista e lo sfruttamento della zona, praticamente a titolo personale. L'iniziativa fu ostacolata dalle altre potenze con interesse nell'area, e si rese necessaria una apposita conferenza che – tenutasi a Berlino nel 1884-85 – sancì la regola dell'”occupazione di fatto”. In conseguenza re Leopoldo II si tenne il Congo mentre le altre potenze si regolarono di conseguenza scatenando una vera e propria gara all'occupazione”de facto” dei territori.

Nella cartina vediamo la situazione dell'Africa del 1914 dove solo Liberia ed Etiopia risultano indipendenti. Il Sudafrica, come detto, era uno stato controllato indirettamente dalla Gran Bretagna.
MAPPA DELL'AFRICA

Il colonialismo extraeuropeo

Alle conquista africane, Gran Bretagna e Francia, affiancarono conquiste in Asia, ai Caraibi e nel Pacifico. Nel 1876 con una solenne cerimonia la regina Vittoria fu proclamata imperatrice d'India, inaugurando così la fondamentale storia del dominio inglese nel sub-continente indiano [4] . Nel frattempo inglesi, scozzesi e irlandesi avevano “colonizzato” le grandi isole dell'Oceano pacifico: l'Australia e la Nuova Zelanda quest'ultima con una vera e propria guerra contro gli indigeni Maori.

La Francia estese il suo territorio in Indocina oltre a mantenere e incrementare i numerosi avamposti in isolotti nei Caraibi e nella Polinesia. Anche l'Olanda mantenne i vasti possedimenti delle Indie Orientali (oggi Indonesia) tra cui la Nuova Guinea , spartita con inglesi e tedeschi.

Nel continente americano ad esclusione del Canada divenuto autonomo dal Regno Unito nel 1870 l'intero continente fu posto sotto la tutela degli Stati Uniti dal famigerato “Decreto Monroe” del 1823. Con la perdita di Cuba nel 1898 la Spagna completò la sua ritirata dal continente; lasciando alla rappresentanza europea soltanto alcuni atolli e isolotti del golfo del Messico.

Un discorso a parte meritano tre paesi che vivono l'esperienza imperialista in forme diverse da quelle degli imperi europei in concorrenza tra loro: la Russia degli zar; gli Stati Uniti della seconda industrializzazione e il Giappone della modernizzazione lampo.

La Russia completò l'allargamento dei propri confini verso sud e verso est, raggiungendo la periferia del mondo mussulmano e della civiltà mongola. La contesa sulla Manciuria creò un attrito con il Giappone, anch'esso interessato al territorio formalmente parte dell'impero cinese, che sfociò nella guerra russo-giapponese del 1905, risoltasi con un clamoroso successo degli asiatici.

Proprio il Giappone, artefice di una modernizzazione assolutamente strabiliante, entrò a far parte dei paesi con mire colonizzatrici: a fine ottocento sottrasse la Corea alla Cina e avviò una politica estera molto aggressiva finalizzata a sottomettere l'intera area del sud-est asiatico. Una strategia che caratterizzerà il Giappone praticamente senza soluzione di continuità fino alla fine della seconda guerra mondiale.

L'altro gigante asiatico, la Cina , rimase formalmente indipendente ma, di fatto, occupato un po' da tutte le potenze coloniali.

Gli Stati Uniti passarono alla loro terza fase: dopo una prima di fase di emancipazione dalla madrepatria inglese; ed una seconda fase di consolidamento dei propri confini (per tutto l'Ottocento) si aprì, anche per i cittadini del nuovo mondo la vecchia pratica dello sfruttamento degli altri popoli e delle risorse altrui.

Con il decreto Monroe del 1823 venne imposto uno stop alla penetrazione europea nell'area del continente americano; ma fu con la guerra contro la Spagna , prima per il nuovo Messico, poi per Cuba che si inaugurò la stagione dell'interventismo americano nel mondo. Forse ancora più significativo della conquista di Cuba (lasciata formalmente indipendente) appare la penetrazione nell'Oceano Pacifico, realizzata proprio nell'ambito della guerra alla Spagna.: le colonie spagnole delle isole Hawaii e delle Filippine furono teatro di guerra e, a guerra vinta, protettorati Usa (le Hawaii inglobate come stato della federazione). Erano gli ultimi anni del secolo e segnarono, senza che in molti ne percepirono la portata, grandi cambiamenti nell'assetto geopolitica mondiale. Considerati ancora come potenza secondaria dagli europei gli Stati Uniti proclamarono nel 1904, per volontà del presidente Theodore Roosevelt, il corollario alla dottrina Monroe: il diritto degli USA ad intervenire in qualunque parte del continente americano. E infatti intervenne a Panama per controllare l'importantissimo canale di attraversamento del continente (1903).

Gli assetti della politica europea

La lunga pace, che dalle guerra napoleoniche giunge fino al 1914, deve qualcosa anche al fenomeno dell'imperialismo.

I contrasti non risolti erano quelli tra Gran Bretagna e Russia (Persia, Afganistan e stretto di Dardanelli) e tra Germania e Francia. Si creò una serie di alleanze incrociate che creò un sistema di reciproci contrappesi tale da garantire l'equilibrio nel continente, e quindi la pace. Il congresso di Berlino del 1878 sancì in un certo senso questo sistema. Ma la politica espansionistica di Guglielmo II portò ad un nuovo scenario: la Germania ruppe l'accordo con la Russia che si alleò alla Francia. Nuovi partners dei tedeschi furono Austria e Italia (“triplice alleanza” 1882).

Questa pace continentale favorì la competizione alla conquista coloniale:

  1. minore impegno militare sul continente
  2. rivincita per le sconfitte militari o diplomatiche

La competizione internazionale si fece sempre più dura: agli albori del nuovo secolo la Gran Bretagna iniziò una politica estera apertamente anti-tedesca che favorì anche Francia e Russia nella contesa dei vari territori. Anche l'Italia fu incentivata ad azioni contro l'impero ottomano (quasi un protettorato tedesco ai primi del 900); tanto che nel 1911 riuscì a sottrarre ai turchi l'isola di Rodi e l'arcipelago del Dodecaneso. Quando la controversia incendiò i Balcani, tutti i nodi vennero al pettine: nel mazzo delle ragioni che scatenarono la carneficina dalla guerra mondiale, le dinamiche imperialistiche giocarono certamente un ruolo di primo piano.

[1] E. Hobsbawm, L'età degli imperi, Laterza, 1987

[2] Come spesso succede la attribuzione di date precise per fenomeni generali comporta inevitabili controversie. Alcuni testi riportano l'inizio della corsa alle colonie nel 1870 altri anche il 1880...comunque sia possono essere considerati tutti giusti. Anche la data di chiusura – il 1914 – pur conoscendo una convergenza pressoché unanime non risolve completamente la questione (vedi il caso dell'Italia).

[3] I boeri sono i coloni olandesi che si erano stanziati nel sud Africa dal secolo XVII. Quando gli inglesi crearono la “Colonia del Capo” nel 1814 i boeri si spostarono più a nord. Proprio in quelle terre ricche di oro e diamanti e causa del conflitto.

[4] L'India andata sotto il controllo dell'amministrazione inglese corrisponde agli attuali stati di India, Pakistan, Nepal, Bhutan e Bangladesch